Il fascio littorio nell’Antica Roma (III parte)

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Pubblichiamo la terza ed ultima parte di questo breve studio sul fascio littorio nell’antica Roma. Nonostante Reghini non rappresenti uno dei nostri punti di riferimento e nonostante alcune posizioni da cui dissentiamo rispetto al presente articolo (es. esistenza di una molteplicità di differenze tra Roma e gli etruschi; provenienza non etrusca del principio dell’imperium e del fascio littorio a Roma; etc.) riteniamo vi siano all’interno degli spunti di riflessione comunque interessanti.Per chi avesse perso le due precedenti parti, basterà cliccare qui (I PARTE ; II PARTE).

di Arturo Reghini

Questa connessione del numero dodici con la “grande opera” della tradizione ermetica conduce a qualche osservazione in proposito.

Una delle rappresentazioni della pietra filosofale è fornita dal cubo, cui corrisponde in una tradizione affine la “pietra cubica della maestria” della “grande opera”. Ora il cubo è un poliedro regolare, che ha dodici spigoli e che ha la singolare proprietà di potere riempire tutto lo spazio senza lasciare vuoti. Infatti, come è facile verificare, si possono disporre adiacenti alle sei facce di un cubo altri sei cubi eguali e così via procedendo, in modo che ad ogni cubo ne siano adiacenti altri sei; ed, immaginando di spingersi oltre ogni limite, lo spazio viene tutto riempito da questi cubi. Nel simbolismo geometrico ogni pietra cubica è così atta ad occupare perfettamente il suo posto nel Tempio.

L’analoga proprietà di riempire senza lacune tutto il piano è posseduta da tre e soltanto tre poligoni regolari, il triangolo equilatero, il quadrato e l’esagono, i quali hanno rispettivamente tre, quattro e sei lati, numeri che sono tutti sottomultipli del dodici (34). Ma quel che è veramente curioso è che la proprietà singolare di riempire tutto lo spazio è posseduta, oltreché dal cubo e secondo Aristotele (Fisica) dal tetraedo regolare, soltanto da un altro poliedro, il rombo dodecaedro.

Questo poliedro ha dodici facce romboidali tali che due di esse adiacenti formano un angolo di centoventi gradi. Esso è legato al cubo geometricamente e cristallo graficamente; poiché in cristallografia lo si ottiene sfaccettando simmetricamente tutti gli spigoli del cubo. Clémence Royer (35) asserisce che se si prendono delle sfere eguali in grossezza ed in resistenza, si dispongono le une accanto alle altre, e poi si sottopongono ad una forte pressione, esse si deformano, e la sola forma simmetrica che possono prendere sotto lo sforzo della loro mutua pressione è appunto quella del dodecaedro a facce rombe, eguali e simmetriche.

Senza abbandonarsi ad illazioni fantastiche, è abbastanza curioso e degno di nota che i due soli poliedri che hanno questa capacità di riempire lo spazio per giusta posizione presentano ambedue l’uno nel numero degli spigoli l’altro nel numero delle facce il numero dodici; ed è anche da notare e forse da collegare a queste osservazioni il fatto che i platonici ed i pitagorici avevano preso come simboli e corrispondenze dei cinque elementi e dell’universo i cinque poliedri regolari della geometria euclidea, e che il simbolo dell’universo, pitagoricamente e platonicamente, era proprio il dodecaedro regolare. Il dodecaedro era noto agli Etruschi, ma fu Pitagora che risolvette il problema geometrico della costruzione del dodecaedro regolare e della sua iscrizione in una sfera di dato raggio (36), e ne fece il simbolo del cosmo. La ragione, secondo quanto riferiscono Plutarco ed Alcinoo (37) sta nel fatto che suddividendo mediante le diagonali e i diametri la faccia del dodecaedro in triangoli, si ottengono per ogni faccia trenta triangoli rettangoli, e quindi tutta la superficie del dodecaedro risulta decomposta in dodici x trenta = trecentosessanta triangoli rettangoli e trecentosessanta è il numero dei giorni dell’anno (egizio) e delle suddivisioni dello zodiaco.

Questa particolare funzione del numero dodici ed in generale la considerazione avutane dai pitagorici è anche essa tanto più degna di nota in quanto si presenta in una filosofia numerica tutta dominata dalla decade.

Quanto abbiamo rintracciato ed esposto dimostra la esistenza di una specie di accordo tradizionale nell’assegnare al numero dodici una speciale importanza e significato nel simbolismo cosmico, sacerdotale e regale.

Alla divisione dodecimale dell’anno è connessa quella del giorno e quella dello zodiaco. E da questa è facile il passaggio ideologico al gruppo dei dodici Adytas, ed ai gruppi dei dodici grandi Dei caldaici, egizii, greci, etruschi e romani. Analogamente, si basa sopra il numero dodici la composizione dei collegi sacerdotali ed iniziatici, regali e guerrieri. In questi collegi i due caratteri, spirituale e temporale, compaiono talvolta distinti, talvolta abbinati. Il carattere iniziatico e sacerdotale emerge nel circolo supremo dell’Agartha, nel consiglio circolare del Dalai-Lama, nel collegio dei Fratelli Arvali ed in quello dei Salii, e nei dodici discepoli di Gesù; mentre il carattere regale e guerriero emerge nella corte maggiore del Gran Cane, e nei dodici littori dei lucumoni etruschi e dei consoli romani. Nel caso dei lucumoni etruschi, e quindi anche del fascio loro insegna, l’aspetto spirituale del simbolo è meno appariscente, ma esiste pur sempre e si accoppia integrandolo con l’aspetto temporale; i lucumoni sono infatti ad un tempo sacerdoti, guerrieri e magistrati.

Duplice carattere, spirituale e temporale, avevano anche i dodici grandi pari di Francia, che si supponeva rappresentassero i dodici pari attribuiti a Carlomagno dai romanzi del ciclo carolingio. Nella Chanson de Roland dove trovasi la più antica menzione di questi dodici pari, essi sono chiamati i dodici compagnons e formano un’associazione che, a detta di Gaston Paris (38), è un vero compagnonnage. È chiaro che questa assimilazione accentua il carattere dei dodici pari di Carlo Magno; e non è privo di interesse osservare che questo ritorno in Occidente ad un uso in senso esoterico del numero dodici si trovi in relazione con il primo grande tentativo di restaurazione imperiale.

Accanto ai raccostamenti ideologici che abbiamo rinvenuto vi sarebbero naturalmente da studiare le possibili filiazioni e derivazioni cronologiche; ma non abbiamo la pretesa di cimentarsi in così ardua impresa. E così pure vi sarebbe da indagare sino a qual punto i collegi, i consiglieri, le corti, i popoli e gli individui che in tempi e luoghi varii e lontani tra loro, hanno fatto uso del simbolismo dodecimale hanno avuto coscienza della sua intima natura. Anche la fondatrice della Società Teosofica ebbe i suoi dodici discepoli; ma sarebbe arbitrario il dare a questo fatto valore di credenziali della”regolarità” e della sapienza dei teosofisti. Lo stesso dicasi di altri casi.

Lasciando del tutto impregiudicate tali questioni, a noi premeva soltanto mettere in luce l’arcaicità, l’universalità ed il carattere sacro ed occulto di questo simbolismo dodecimale, e dell’uso di una divisione e misurazione dodecimale dello spazio (zodiaco) e del tempo (39).

La composizione dodecimale dei collegi sacerdotali, dai lucumoni etruschi al consiglio del Dalai-Lama, dai fratelli Arvali, ai discepoli di Lao-Tseu, dai pari di Carlo Magno ai baroni del Gran Cane, pone in luce la esistenza di una concordanza tradizionale, che possiamo ben chiamare la tradizione sacra della composizione dodecimale del circolo supremo della gerarchia sopra la terra.

Sino a quale punto i lucumoni etruschi, ed i sacerdoti romani avessero coscienza e conoscenza di quanto abbiamo esposto e di quanto abbiamo tralasciato è questione, come abbiamo detto, che lasciamo impregiudicata. Comunque, rebus sic stantibus, ci sembra giustificato scorgere nel fascio littorio, non soltanto il simbolo della giustizia e dell’imperium, ma ben anco il segno ed il simbolo etrusco-romano di questa tradizione sacra; esso con il numero delle verghe componenti il fascio e con il numero dei littori, fornisce un indizio della ortodossia spirituale della tradizione etrusco-romana. Così il carattere nostro, occidentale, etrusco di questo glorioso simbolo si fonde e si armonizza con il suo carattere universale tradizionale; ed ecco perché, rimanendo perfettamente universalisti, ci piace esaltare questo simbolo spirituale etrusco-romano, simbolo nostro e non esotico, simbolo di vita e non di morte, simbolo imperiale e non patibolare. Ben lieti di vedere tornati in onore i fasci littori, che veneriamo profondamente, con animo pagano, immune da esotiche infezioni, auspichiamo ad essi favorevoli i fati; auspichiamo un ritorno sempre più consapevole e profondo alla romanità, in tutto e per tutto, senza submittere fasces ad influenze avverse o diverse.

NOTE

(1) Polyb. III, 87; Cic. De Rep. II, 31.

(2) Plut. Paol. Aemil. 4.

(3) Polyb. I. cit.; T. Liv. Ep. 89.

(4) Asin. III, 2, 29; II, 3, 74.

(5) Nat. Hist. XVI, 75.

(6) Liv. 1,8; Dionis. 3,61; Plut. Rom. 26, Lyd. De Mag. 1,7.

(7) Dion. 3,61; Strab. 5, 2,2; Aor. 1,5, 6.Liv. I. cit.

(8) Liv. I. cit.

(9) L. Annaei Flori, Epitomae de Tito Livio, I, 5, 5.

(10) Pericle Ducati, Etruria Antica, I, 137.

(11) Pericle Ducati, Etruria Antica, I, 142.

(12) Serv. H. M. Grammat. in Aen. 1, 422. – Servio dice che per la perfezione della città occorreva vi fossero tre porte, tre vie e tre templi dedicati a Giove, Giunone, Minerva.

(13) Cic. De Rep. II, 31.

(14) G.B. Vico: Principii di Scienza Nuova, 1853, pag. 341.

(15) Serv. Gramm. In Aen. VII, 187.

(16) Art. Etrusci.

(17) T. Liv. IV, 23; V, 33; Dion. Al. VI, 75.

(18) Strab. V, 4,3.

(19) Strab. V, 2, 2.

(20) T. Liv. V, 1,5.

(21) Arnob. Adv. Gent. VII, 26.

(22) Varr. De Re Rust. I, 1, 4.

(23) Diod. Sic. II, 30; Fr. Lenormant: La Magie chez les Chaldéens, Paris, 1874, pag. 103-109.

(24) Herod. II, 4.

(25) J. De Acosta, Historia Naturale e morale delle Indie, Venetia, 1596, p. 126.

(26) Op. cit., pag. 127.

(27) Al. De Humboldt, Vue des Cordillères, 1816, I, 370.

(28) Apocalisse, XXI, 12-14.

(29) R. Guénon, Le Roi du Monde, 1927, p. 47.

(30) Marco Polo, Il Milione, Bari, 1928. Cap. LXXXII, p. 104.

(31) Op. cit., cap. LXXII, p. 88; cap. LXXVI, p. 93; cap. CXXXI, p. 159.

(32) George Ripley, Liber duodecim portarum, dedicato nel 1477 al re d’Inghilterra; Duodecim Claves Fratis B. Valentini nella Bibl. Chem. Del Manget (II, 421); Symbola aurae mensae, 12 nationum, hoc est Heroum… di M. Mayer (1617). Il De lapide philosophorum duodecim tractatus (1604) è di Alex. Sethon, maestro del Sendivogio.

(33) Cfr. P. I. Fabre, Hercules Biochymicas, Tolosa, 1634.

(34) Questa scoperta è dovuta a Pitagora. Lo sappiamo da Eudemo, il discepolo di Aristotele; e l’attestazione è riferita da Proclo nel suo Commento ad Euclide, ed. Teubner, pag. 304.

(35) Clémence Royer, La Constitution du Monde, Paris, 1900.

(36) Cfr. Procl. In Eucl. Com., ed Teubner, pag. 65.

(37) Plutarco: Questioni Platoniche, v. 1; Alcinoo: De doctrina Platonis, Parigi, 1567, cap. I.

(38) Gaston Paris: Histoire poétique de Charlemagne, Paris, 1865, pag. 417. Cfr. tutto il capitolo XI, pag. 415-20 e l’appendice, pag. 507.

(39) Altre interessanti considerazioni in proposito potrebbero venir suggerite dalle tracce evidenti nelle lingue germaniche di un sistema di numerazione dodecimale.