Il dono vitale

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Questa settimana vi proponiamo un invito alla lettura. Il racconto in questione è quello delle Salighe, le affascinanti protagoniste del libro di Claudio Risè e Moidi Paregger; è un invito alla fiducia in se stessi e nella terra inesauribile, che, se rispettata e amata, è la base della Vita.

Il primo dono della Donna Selvatica è quello che presiede all’origine della vita: il seme. Le Selvatiche hanno in custodia i semi, sanno quando e dove piantarli, nonché come mantenerne la fecondità.

Come racconta questa storia.

Una vecchia e povera donnetta (tutti i suoi averi erano qualche capra e un piccolo campo) pascolava i suoi animali su un terreno assolato, sui rudi pendii rocciosi della Montagna Del Sole, La Sonnenberg Di Naturno (Naturns).

Da quelle parti c’era una volta il castello dei giganti, ora scomparso, che comunicava con il castello Juval attraverso un ponte di cuoio. E’ proprio in quella zona che si alza verso il cielo una parete rocciosa rossa, visibile da ogni parte, La Rotwand. Proprio in quel luogo si trovava, da tempi lontanissimi, il regno delle Donne Selvatiche, che amavano le creature umane, le attiravano e le consigliavano bene.

Indebolita dal calore del pieno sole, la vecchia pastore si lasciò cadere su un masso roccioso, che già scottava. Un profondo sospiro uscì dal suo petto; quello era stato proprio un anno malriuscito, durante il quale erano andati distrutti tutti i frutti del campo e l’erba. Le capre, di solito schizzinose, quell’anno dovevano accontentarsi  di cardi e spine disseccate, se volevano mangiare almeno qualcosa. La vecchia donna pensava con timore alla carestia che si avvicinava, afflitta per i suoi cari e per sé. Intanto si era lievemente addormentata, per la fame e la debolezza. Di colpo si svegliò e si spaventò enormemente quando si vide circondata da una schiera di donne belle e alte, con capelli lunghi e morbidi, in bianchi vestiti. Erano le Salighe. Una di queste le porse con grazia un cestino pieno di chicchi neri, incoraggiandola ad allontanare  paura e preoccupazione e a seminare questi chicchi nel suo campo. Da ogni seme sarebbe cresciuto un frutto centuplicato e, fino a che fosse stato coltivato bene, alla sua gente non sarebbe mai più mancato il cibo. Così disse e svanì, con le sue compagne, come un raggio di sole. La donnetta sbalordita non ebbe neanche il tempo di ringraziare la bella Selvatica. Portò il cestino con i semi a lei sconosciuti giù nella valle e seminò questi chicchi che non finivano mai non solo nel suo campetto, ma anche nei campi dei contadini del paese e dintorni. Quando poi le piantine erano cresciute fino alle ginocchia formarono un mare di fiori rosa, dai quali le api prendevano il miele. Prima ancora che le bufere autunnali rumoreggiassero sopra i campi, i cassoni, vuoti di grano e farina, erano ormai pieni di quel buon frutto: il grano saraceno.

Affidati alla Natura, pianta il seme sconosciuto, frutto della terra primordiale, che ti do in mano, caccia il timore della penuria, abbi fiducia nella ricchezza della vita, accolta e coltivata come si deve. Questo il semplice, positivo messaggio della Selvatica. Elementare e insieme fortissimo.

Del tutto opposto a quello, fondato sulla penuria, trasmesso dall’industria alimentare, con i suoi supporti mediatico – finanziari: la natura è insufficiente ad alimentare l’uomo, comprate i nostri semi manipolati o la fame vincerà. Non importa se quei semi non si riproducono naturalmente, quindi vanno sostituiti ogni anno con altri semi manipolati e se il loro diffondersi indebolisce i semi buoni e forti della Natura non trattata, compreso il seme dell’uomo. Né importa se l’allontanamento dalla ricchezza biodinamica della Natura indebolisce gli organismi viventi con ogni sorta di forme degenerative, rendendoli quindi sempre più dipendenti dalla fabbricazione industriale. Sulla truffa transgenica, dal punto di vista medico, rimandiamo i lettori alla lettura de: I semi del futuro. Riflessioni  di un medico sui cibi transgenici, di Sergio Maria Francardo. Qui ci preme evidenziarne l’appartenenza, dal punto di vista simbolico e psicologico, al mondo ossessivo della penuria e del controllo, rispetto a quello, psicologicamente sano, dell’affidamento alla natura vivente.

Tratto da “Donne Selvatiche” di C. Risè – M. Paregger (Sperling & Kupfer)

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