Guernica, 50 anni di menzogne

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Milioni di persone attraverso gli anni, a partire da quel fatale 26 Aprile 1937, si sono commosse e hanno maledetto la ferocia criminale della Legione Condor per aver raso al suolo, con centinaia di vittime, l’inerme cittadina di Guernica, città santa dei Baschi, durante la Guerra Civile Spagnola (1936-1939). Folle attonite e silenziose, per lunghi anni, hanno visitato la saletta del Metropolitan Museum di New York per vedere il presunto capolavoro di Picasso, metafora “artistica” del massacro. La versione dell’episodio bellico passata alla storia come definitiva è quella sapientemente tratteggiata, con l’efficace contrasto tra la città tranquilla e ignara e la malvagità dell’aggressore, da Hugh Thomas nella sua Guerra Civile in Spagna, dice Thomas:  «Guernica è un piccolo centro abitato situato in una valle a dieci chilometri dal mare e a trenta da Bilbao. Il 26 Aprile 1937 era un giorno di mercato e proprio mentre i villici ammonticchiavano le loro mercanzie, le campane della chiesa presero a suonare a distesa. Era l’annuncio di una incursione aerea. I bombardieri germanici volarono a ondate successive sulla cittadina, cancellandola dall’atlante geografico: essi intendevano compiere un esperimento terroristico, volevano provare l’effetto dei terrore di un bombardamento sopra una popolazione civile. L’era moderna del terrorismo dall’alto nacque in quel giorno, a Guernica». Il tragico bilancio di tale “esperimento terroristico” sarebbe stato di circa 1.600 morti e 900 feriti procurati tra la popolazione inerme schiacciata sotto le macerie delle case e nell’affollato mercato. Il nome di Guernica continua a evocare, ossessivamente e inscindibilmente, gli orrori delle guerre in genere e la barbarie nazista. Un importante contributo nel dare l’abbrivio alla storia della strage, precisandone in 1.654 le vittime, fu dato dall’inventiva sospetta di quattro corrispondenti di guerra inglesi, Noel Monks, Christopher Holme, Mathieu Connan e, soprattutto, George L. Steer che, senza essere sul posto, inviarono ai loro giornali, da Bilbao, catastrofici e macabri articoli. In realtà, ci troviamo qui di fronte a una delle innumerevoli menzogne della storia ufficiale, quella che si studia nelle scuole, per intenderci, e quello che effettivamente avvenne in quel giorno di cinquantotto anni fa ha ben poco a vedere con quanto ci è stato raccontato. Va detto, innanzitutto, che il Thomas, nella seconda edizione della suaGuerra Civile in Spagna,  documentatosi meglio, ridusse i 1.654 morti della prima edizione a soli duecento, e ciò è un segnale ben preciso della fantasiosità del crudele massacro. Ma non basta.
Sul finire degli anni ’60, lo scrittore militare spagnolo Luis Bolin, nel suo libro Spagna, gli anni decisivi, servendosi, per primo, dei documenti operativi delle Forze Armate nazionali che avanzavano verso Guernica, ricostruì, inascoltato, la realtà delle cose. Bolin riteneva questi dispacci digrande peso storico, sia perché disponibili in originale e sia perché, essendo riservati al comandante in capo di quella zona militare e quindi non destinati alla pubblicazione, non vi era motivo per falsificarli. Bolin riscontrò, tra l’altro, che Guernica era ben protetta e un fonogramma attestava che diversi battaglioni la difendevano. Di notevole importanza è un altro fonogramma del comandante delle forze nazionaliste del 28 Aprile, e quindi successivo di due giorni al presunto bombardamento a tappeto, di cui Luis Bolin cita le seguenti frasi: «I nostri uomini erano ansiosi di entrare in città. Già sapevano che il nemico aveva evacuato Guernica dopo aver compiuto il crimine di annientarla, salvo poi ad imputarne la distruzione all’opera dei nostri piloti aerei. Certo è che non si sono trovate a Guernica le caratteristiche buche prodotte da bombe piovute dall’alto.
Non v’era di che meravigliarsi, visto che negli ultimi giorni di Aprile l’aviazione nazionale non aveva potuto alzarsi in volo a causa della nebbia e delle piogge persistenti. Già i Baschi che, colti dal panico, passavano nelle nostre file, apparivano atterriti dalle tragedie inflitte, anche in precedenza, a città come Guernica deliberatamente incendiate e distrutte dai rossi mentre ancora i nazionali si trovavano per lo meno a una decina di chilometri di distanza». È bene precisare che la verità su quanto accaduto a Guernica fu subito divulgata dall’agenzia francese Havas e dal corrispondente del quotidiano inglese Times, Douglas Jerrold, che resero noto, insieme al fatto  che strade e giardini erano indenni e privi dei caratteristici crateri, che la cittadina era stata ridotta in cenere da terra invece che dall’alto poiché «se in periferia si poteva notare qualche buca da bombe, le pareti delle case nei punti maggiormente demoliti non recavano traccia alcuna di schegge di bombe». Queste preziose informazioni non furono raccolte e, invece, partì la colossale montatura del bombardamento selvaggio, costruita a Parigi dal comunista tedesco Willi Munzenberg, agente del Comintern, così descritto da Arthur Koestler: «Inventa pretesti, riunioni, indignazione, comitati, come un prestigiatore tira fuori i conigli dal suo cappello».
Lo scopo di questa menzogna, creata a tavolino, sarebbe stato quello di distogliere l’attenzione del mondo dalla imminente caduta di Bilbao, e perciò dalla sconfitta della causa antifranchista nel Nord del paese con la clamorosa fuga, con generali e ministri, del presidente basco Aguirre . Una operazione di con uso di menzogna, quindi, e i comunisti, da bravi atei e  amorali, non hanno mai avuto problemi o scrupoli nell’uso della menzogna. La diversione strategica ottenuta coincideva, altresì, con una criminalizzazione del nemico suscitante profondi e redditizi stati emotivi nelle masse. Insomma, i rossi da questa montatura avevano tutto da guadagnare. Cominciamo, allora, a dire cosa veramente accadde in quel famoso pomeriggio del 26 Aprile 1937 con l’ausilio prezioso di Renzo Lodoli che ha pubblicato, su del  Gen/Feb ’90, i risultati di una sua ricerca effettuata negli archivi (italiani, tedeschi e spagnoli di entrambe le parti combattenti), consultando documenti che sono alla portata di tutti. La città di Guernica, famosa per il suo albero sotto cui i Re spagnoli giuravano solennemente il rispetto dei fueros locali (gli statuti dell’autonomia di Euzcadi), escludendo le frazioni e tenendo presente  l’alto numero di sfollati nelle retrovie, contava, in quel fine Aprile, molto meno di 4.000 residenti, e il mercato settimanale del Lunedì mattina, in quel giorno 26, non ebbe luogo poiché vietato dal Delegato del Governo in Guernica, Francisco Lazcano, a causa dei nazionali molto vicini. Guernica non era una città aperta e non era senza difesa; tre battaglioni di gudaris, per complessivi 2.000 uomini, erano sistemati in vari conventi e scuole mentre, nel pomeriggio, cominciarono ad affluire i primi reparti della la, 2a e 4a Brigate repubblicane che attraversarono la zona quella notte, ritirandosi. I repubblicani stimavano possibile un attacco aereo, tant’è che dal 31 Marzo avevano costruito sette grandi rifugi aerei. In effetti Guernica, oltre ad ospitare una fabbrica di pistole (la Unceta y Compania) e una di bombe per aviazione (la Talleres de Guernica), era un nodo stradale e ferroviario importantissimo per il ripiegamento dei Rossi e, da almeno due documenti delle forze antirepubblicane, risulta come obiettivo previsto per bombardamento. Inoltre, il 25 Aprile, il Governo basco aveva ordinato una disperata difesa di Bilbao sulla linea Guernica-Amorrabieta-Gorbea, per almeno ritardare l’avanzata della 1a e 2a Brigate di Navarra. L’azione aerea, mirante a danneggiare il ponte di Renteria sul fiume Oca e le strade ivi convergenti, si proponeva, colpendo le vie d’accesso obbligate e chi le percorreva, di bloccare o almeno intralciare il ripiegamento che veniva operato dalle truppe basche. Tra le ore 16,15 e 16,30, tre aerei non modernissimi, un Dormir 17F1 e due Heinkel 111 agenti in direzione est-ovest, sganciarono circa due tonnellate di bombe sugli obiettivi senza danneggiamenti apprezzabili.
L’unico passaggio effettuato dai velivoli, rapportando spazio percorso e velocità, non prese che poco più di un minuto e mezzo. Alle ore 16,30, poi, durante un sorvolo di meno di un minuto, furono sganciate 36 bombe da 50 kg, mentre il ponte restava ancora indenne. Questa azione fu condotta dal capitano Raina che comandava tre S79 italiani e l’ordine di operazione, stilato dal Colonnello Raffaelli e depositato negli archivi dell’Aeronautica Italiana, prescriveva: «Per evidenti ragioni politiche, il paese non deve essere bombardato». A questo bombardamento seguirono due ore in cui nulla accadde fino a quando, alle ore 18,30, 18 o 17 Junkers 52, i più vecchi e lenti bombardieri tedeschi, divisi in tre squadriglie e provenienti da Burgos, solcarono il cielo di Guernica. Questi aerei erano compresi nel gruppo K88 della Legione Condor e, al comando del Ten. Colonnello von Richtofen, erano i caposquadriglia capitani von Knauer, von Beust e von Kraft. Questi Junkers, in pattuglie successive di tre, con un solo passaggio sulla direttiva nord-sud, scaricarono nei pressi del ponte di Renteria 18 (o 17) tonnellate di bombe. Ogni bomba era da 250 kg. Secondo i rilievi effettuati dall’ing. Stanislao Herran, confermati da planimetria, delle 39 bombe che esplosero, provocando ampi crateri, sette caddero sulla città.
Per completare il quadro dell’azione aerea, va aggiunto che 15 caccia legionari FIAT CR32, divisi in due gruppi (10 e 5 ognuno), comandati dal Cap. Viola e dal Ten. Ricci, decollati da Vittoria, incrociarono gli Heinkel e gli Junkers con funzione protettiva, senza dover intervenire per l’assenza dei caccia nemici. Eccoci quindi alle cifre vere; dice Lodoli: «I morti accertati furono 93. Precisamente: 33 fra i ruderi dell’Asilo Calzada, 15 alla curva di Udochea e 45 nel crollo del rifugio Santa Maria, appena ultimato e non ancora collaudato. Qualche altra vittima isolata deve probabilmente aggiungersi a quelle elencate secondo quanto affermato dal Gen. Jesus Larrazabal che, nel suo Guernica: el bombardeo , ritiene la cifra  complessiva dei morti inferiore o di poco superiore al centinaio e dichiara di essere in grado di rendere noto l’elenco nominativo». Ogni Junkers germanico lanciò sul bersaglio anche 288 spezzoni incediari da 1 Kg ciascuno, del tutto inefficaci nel danneggiamento di un ponte in muratura, e che perciò hanno favorito la tesi della volontà di strage sulla popolazione. Questa tesi cade, comunque, ove si consideri che lo scopo principale dell’azione aerea era di ostacolare il ripiegamento delle truppe basche e l’uso consueto degli spezzoni da 1 Kg era in funzione antiuomo. Resta da dire qualcosa sull’opera di Picasso in cui, secondo Piero Buscaroli, “un cavallo pazzo nitrisce contro una lampadina tra ripugnanti pupazzi che smanacciano e scalciano” e lo facciamo dire a Renzo Lodoli, riportando le ultime righe del suo citato articolo: « Picasso si dichiarò stravolto dalla notizia e, nella sua sensibilità, offre al mondo intero la visione della sua  “Guernica” messa a ferro e fuoco. Dove non c’è Guernica, né il ferro nè il fuoco, poiché in realtà solo di un quadro di tauromachia si tratta, dipinto da tempo, intitolato En muerte del torero  Joselito . Picasso ne cambiò il titolo e lo vendette al Governo Repubblicano per 300.000 pesetas  d’epoca (circa due miliardi di lire attuali). La falsata storia di Guernica ebbe così la sua bandiera, falsa ».

Fonte: ANTICAOS ASS. EPICENTRO