Se l’inverno fa paura allora l’Italia ha perso il contatto con la realtà

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di Massimo Fini

In questi giorni quasi tutti i telegiornali hanno aperto con il freddo che ha investito l’Italia per le correnti che provengono da est. Il metereologo è diventato il protagonista. Uno di questi servizi titolava: «Neve a Milano, tre gradi sotto zero». Vivo a Milano da più di sessant’anni e da noi l’inverno, soprattutto da fine dicembre a metà febbraio, è sempre stato freddo. Le temperature oscillano, di giorno, da più uno a meno uno e naturalmente la notte scendono. Ma ci sono state anche parecchie annate in cui di giorno faceva meno sette. Noi ragazzini giocavamo tranquillamente al pallone (correndo ci si riscalda, semmai il problema ce l’aveva il portiere che saltellava davanti alla porta in attesa di un tiro che gli scaldasse le mani, spesso nude perché eravamo poveri e non potevamo permetterci i guantoni). A Milano la neve qualche annata arriva, in qualche altra no. Quando c’era per noi era una festa. Si giocava a palle di neve, fra di noi e, se facevamo le elementari, anche con i genitori che ci venivano a prendere. Si era allegri. Il freddo e la neve erano il nostro habitat naturale, come la nebbia. A mia memoria non ricordo che le scuole siano mai state chiuse per neve (magari, ci avrebbero regalato una bigiata collettiva e autorizzata, ma certamente non l’avremmo sprecata standocene rinchiusi in casa). Fa eccezione l’inverno del 1985 quando vennero giù tre mesi di neve. La città si paralizzava: si vedevano gli autobus arancioni, vuoti, fermi di traverso in mezzo alla strada. Fu bellissimo. Non solo per il silenzio, ma un silenzio ovattato, accogliente, non quello metafisico, da quadro di De Chirico, della Milano d’agosto, ma perché gli uomini, e non le automobili, erano ridiventati i protagonisti della propria città. Poiché le abituali attività quotidiane erano diventate difficili si era ricreata fra la gente, che di solito manco si salutava, una solidarietà spontanea. Ci si aiutava, ci si dava una mano. Rischi veri non ce n’erano, bastava fare attenzione dove si mettevano i piedi. L’unico pericolo erano i lastroni di ghiaccio che venivan giù dai tetti, ma camminavamo, liberi, in mezzo alla strada perché non c’erano le macchine.
Adesso di uno spruzzo di neve si fa un dramma, fa notizia la bora a Trieste (ma quando mai a Trieste non c’è stata la bora?). Credo che a noi italiani farebbe molto bene una guerra. Per recuperare una gerarchia fra le cose che devono preoccupare e quelle che sono irrilevanti e, se si vuole, anche una gerarchia dei valori. Bambino nella Milano sventrata del dopoguerra vedevo i tram zeppi fino all’inverosimile, con la gente sui predellini aperti e qualcuno attaccato, dietro, al filo del troller. Chi era scampato ai bombardamenti angloamericani e ai rastrellamenti tedeschi non si preoccupava certo di poter cadere dal tram e farsi la bua. Oggi, in una situazione analoga, arriverebbe la polizia e magari anche Equitalia a multare chi non è riuscito a pagare il biglietto.
Il benessere ci ha reso nevroticamente tremebondi. Ci assicuriamo su tutto (la casa, gli incendi, i terremoti, la vita) e poi ci riassicuriamo sull’assicurazione (una specie di “future” esistenziale). Tutto ciò che esce dalla norma, che non esiste perché, grazie a Dio, la vita è caos, ci manda in fibrillazione. Tutto diventa un problema. Se c’è un inverno tiepido com’è stato, fino a ieri, quello di quest’anno è a rischio il business degli impianti sciistici perché manca la neve. Ma se poi finalmente la neve arriva, una spruzzatina a Milano diventa un dramma, una notizia da prima pagina.