[Mezzi UOMINI vere BESTIE e falsi DEI]

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La diseguaglianza dell’uguale

Una delle principali caratteristiche del mondo moderno è l’invidia. Questa, però, non deve essere intesa come un “difetto” dei nostri tempi, bensì come un elemento connaturato alla società odierna. Infatti, è stato Tocqueville, visitata l’America, ad affermare per primo che “una società completamente permeata dall’idea di uguaglianza diventa tanto più invidiosa quanto più istituzionalizza questo principio“. Ed è effettivamente così se pensiamo, per esempio, che nella società tradizionale (cioè non egualitaria, ma a base gerarchica ed organica) un qualunque membro della comunità non avrebbe mai invidiato il re perchè re, o il nobile perchè nobile, così come non avrebbe disprezzato il mendicante perchè tale. Avrebbe accettato, comprendendo – magari non del tutto consciamente e compiutamente – il posto che la nascita gli aveva destinato. L’uomo moderno no, invece, perchè è un eterno insoddisfatto. Ed è tale perchè non può tollerare la “diseguaglianza dell’uguale”, cioè il fatto che qualcuno – in una società che si pretende eguale – occupi un posto maggiore al suo, in virtù del solo elemento che differenzia gli uomini tra loro oggi: il denaro.

Questo risultato non è eccezionale, nè deve stupire, perchè in realtà conferma esattamente il principio dell’eguaglianza così come teorizzato dal sistema liberale: ovvero porre gli uomini come uguali “alla partenza” (la società offre, in teoria, le stesse potenzialità e strumenti a tutti), ma diversi “all’arrivo”. E’ ciò che distingue l’egualitarismo liberale da quello marxista (che concepisce un’eguaglianza “all’arrivo”; es: l’abbattimento delle classi; la dittatura del proletariato; la proletarizzazione forzata; etc.). In una tale società, chi “non ce la fa” (a realizzarsi economicamente) è solo per colpa sua, delle sue mancanze e debolezze. Dunque, al fatto di non avercela fatta si associa, automaticamente, il senso di colpa proprio a chi ha fallito l’obiettivo della propria vita: arricchirsi. E qui nasce, inevitabilmente, l’invidia: risorge la “bestia” che cova dentro l’uomo, e che il diritto e le leggi borghesi presumono di aver debellato. Non si accorgono, invece, di averla messa all’ingrasso e di averla resa insaziabile. Perchè, a questo punto, l’uomo “fallito” (“fallito” secondo i criteri dell’arricchimento a tutti i costi) non solo patisce la condizione materiale di “povero”, ma anche quella di invidioso verso chi è riuscito a realizzarsi economicamente.
Tutto ciò crea un cortocircuito inestinguibile, perchè anche qualora una persona riesca a realizzarsi discretamente dal punto di vista economico, dovrà necessariamente confrontarsi – sempre! – con qualcuno economicamente più agiato, con la conseguenza che l’invidia diviene una costante dell’uomo moderno, da cui scaturisce una continua infelicità. Si è infelici quando si possiede un’auto da 20mila Euro perchè se ne vuole una da 40; si è infelici non appena si è comprato lo smartphone nuovo, perchè all’orizzonte già si profila il nuovo modello in arrivo; si è infelici perchè non appena si compra una cosa, già la si è dimenticata, e si brama di aver qualcos’altro per soddisfare quel supremo senso di vuoto che in realtà sembra non colmarsi mai.
Per questo, nell’antichità, anche se si era (economicamente) poveri, ci si poteva considerare comunque felici, perchè appagati non dall’accumulazione di denaro o di beni materiali, ma dall’assolvere la propria vita realizzandosi come uomini e come donne con un posto ben preciso nella comunità. Un posto determinato e motivato non dalla ricchezza, ma solo dalla volontà di Dio e dalla capacità degli uomini di realizzarla mediante un’organizzazione comunitaria giusta ed equa. Per l’uomo moderno, invece, che vive in un mondo che ha posto al suo centro non Dio, nè l’uomo, ma gli “oggetti” (denaro; beni materiali; etc), non possedere oggetti – o possederne pochi… Il che è lo stesso, a causa di questo cortocircuito, perchè essi sono sempre troppi pochi! – significa non esistere, e quindi essere sempre ai margini della società. Così, chi resta fuori dalla società, ovvero dal grande gioco della tirannia economica, è un “paria”, un fuori-casta, da evitare come fosse un appestato. Non un uomo libero, ma uno schiavo. Schiavo di un’immagine che non potrà mai realizzare e di catene che non vorrà mai spezzare.