Professione: sindaco di Milano. Hobby: negazionismo

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Le foibe? Episodio “marginale” e per di più “colpa degli italiani“. A dirlo non è uno qualunque, ma Giuliano Pisapia, sindaco di Milano. Che non contento, a suo tempo, di aver votato contro l’istituzione della giornata del ricordo (2004) e di quanto fatto in occasione delle recenti celebrazioni del 10 Febbraio (praticamente non adempiendo ai suoi doveri istituzionali) ora paga il libro ai negazionisti. Più precisamente la Civica stamperia milanese ha editato per conto del Comune 150 volumi a colori redatti dall’Anpi, dando loro in dote il patrocinio del Comune. L’ennesimo schiaffo a quelle migliaia di italiani che vengono ora vilipesi da quella stessa nazione che difesero con la loro carne e sangue dall’onda slava e comunista. A quando, anche per Pisapia così come a tanti altri, l’incriminazione per negazionismo?

“Foibe marginali”. E Pisapia paga il libro ai negazionisti

L’opuscolo dello scandalo lo paghiamo noi. Quarantadue pagine vergate dall’Anpi per definire il dramma delle foibe prima «un episodio marginale della guerra», poi «la risposta (sbagliata e irrazionale) alla persecuzione fascista». Il trattato che minimizza l’orrore comunista ha ricevuto il patrocinio del Comune di Milano, il logo del Consiglio di Zona 3 e – udite udite – anche i finanziamenti pubblici per la stampa delle copie. Venerdì sera, davanti al parlamentino di quartiere, i militanti di Pdl e Giovane Italia lo hanno urlato in centinaia: «La storia non si cancella». Per riscrivere il passato, Palazzo Marino si è affidato all’Anpi facendo infuriare gli esuli dell’associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, che ha deciso di annullare la mostra prevista per celebrare il «giorno del ricordo».

Così, ironia della sorte, nel primo anno di giunta Pisapia l’associazione dei partigiani si è ritrovata ad essere l’unico custode della memoria. Polemiche, scambi di accuse, proteste. Il volumetto di Enrico Wieser, già presidente dell’Anpi-sezione Ortica, non prova nemmeno a nascondere il suo intento pedagogico tinto di rosso: «Le foibe sono momenti tragici della recente storia dell’Italia post fascista. Politicamente questo argomento è stato usato per la battaglia anticomunista, per addossare al comunismo colpe che non ha avuto)». Il tutto, ovviamente, finanziato con i soldi dei cittadini. La convenzione stipulata da Palazzo Marino e Anpi, infatti, iscrive nel bilancio del Settore Zona 3 la stampa dei libretti di Enrico Wieser.

Recita la delibera: «La stampa del materiale informativo sarà a cura della Civica stamperia, consistente indicativamente in 150 opuscoli a colori». Soldi che finiranno nero su bianco in un’interrogazione presentata dal consigliere di Zona del Pdl Federico Santoro: «Vogliamo sapere quanto sono costati gli opuscoli all’amministrazione. È una vergogna». Anche se fossero mille euro – denuncia l’opposizione – sarebbero soldi versati alla propaganda negazionista. Roberto Predolin, vicepresidente dell’associazione Venezia Giulia e Dalmazia, lo considera uno schiaffo alle migliaia di morti: «La diffusione di quel volume è un’offesa alle vittime. Si vuole falsare la storia, il sindaco Giuliano Pisapia è il primo responsabile». Gli esuli, dopo aver inviato una lettera al primo cittadino per esprimere lo sdegno riguardo alle iniziative del Comune, chiedono un «momento di confronto pubblico sul tema delle Foibe». Documenti alla mano, senza piegare l’orrore all’ideologia.

Il sindaco, che non ha mai nominato i crimini del comunismo nel suo discorso (contestato) del 10 febbraio e nel 2004 aveva votato in parlamento contro l’istituzione della «giornata del ricordo», è nel mirino del centrodestra. Marco Osnato, consigliere comunale Pdl, invita la sinistra a «mettere da parte i desideri di vendetta. Se secondo loro gli italiani caddero da soli nelle foibe, lo dicano chiaramente». Per Carlo Fidanza, europarlamentare azzurro, balza agli occhi la disparità di trattamento con le altre ricorrenze storiche. «In piazza Fontana la sinistra invoca una memoria condivisa, sulle Foibe invece mette in campo la strategia della negazione e della mistificazione». Prima la mostra itinerante nelle Zone – dieci pannelli nei quali non si cita mai il comunismo – poi l’opuscolo firmato da Wieser. Invece di unire, la prima giornata del ricordo della svolta arancione verrà ricordata per le polemiche (non ultima quella lanciata dal sindaco contro la stampa rea di «non controllare le fonti»). Dicono gli esuli: «Le scelte dell’amministrazione ci hanno allontanato dalle istituzioni». Alla fine del primo mandato Pisapia mancano ancora altre quattro giornate del ricordo.

Fonte: Libero

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Maglie: Sulle Foibe Pisapia appoggia una vergogna

Dice il presidente Giorgio Napolitano che  presto salirà sui prati del Friuli per ricordare un eccidio a lungo coperto, dissimulato, rimosso, infangato perché gettava una macchia di sangue sulla narrazione egemonica che ci hanno imposto della guerra di Liberazione. Se cerca la riconciliazione nella verità, forse farà bene ad andare prima a Milano a sentire che cosa di altrettanto dissimulato, rimosso, infangato e infame i rappresentanti dell’Anpi, l’associazione dei partigiani custode di quella egemonia, hanno ancora la faccia tosta di scrivere  su quell’eccidio, e sappia che a coprire le loro schifezze messe nero su bianco e distribuite al pubblico c’è il timbro del Comune di Milano, c’è la firma del sindaco Giuliano Pisapia. Dal testo distribuito dall’Anpi: «Le foibe e l’esodo sono momenti tragici della recente storia dell’Italia fascista e post fascista. Politicamente questo argomento è stato usato per la battaglia anticomunista, per addossare al comunismo le colpe che non ha avuto, per assolvere il fascismo dall’aver procurato i mali del ventesimo secolo e aver causato la seconda guerra mondiale». Scopo dell’opuscolo è: «Evitare che la realtà sia distorta», e che « si possa finalmente riconoscere come le Foibe siano state un effetto e non la causa dell’oppressione italiana esercitata in quelle terre». Un’ultima citazione. «Il rancore e l’odio accumulati da sloveni e croati per la criminale oppressione fascista può spiegare i comportamenti degli jugoslavi nei confronti della popolazione italiana che veniva identificata in blocco come nemico storico del nazionalismo sloveno e croato».

Non sono una fanatica delle celebrazioni storiche stiracchiate nel tempo, non credo che giornate della Memoria o del Ricordo cambino la percezione che un Paese ha della propria storia se quella storia non viene insegnata a scuola e in famiglia fin dall’infanzia, se tanti anni passano nell’ignoranza e nell’ambiguità, ma che oggi, nel  2012, ci sia ancora qualcuno che esercita pratica di negazione delle foibe, qualcuno che tenta di attribuirne la responsabilità ai fascisti, che di loro ne hanno già a tonnellate, qualcuno che pur di non riconoscere i misfatti del comunismo, propala bugie acclarate, fa impressione. Fosse successo l’opposto, ovvero una esaltazione del fascismo con timbro comunale, le richieste di dimissioni ci inonderebbero. Ma in Italia, nel 2012, la città più importante dopo la Capitale è governata da un sindaco che si dichiara serenamente comunista, i comunisti sconfiggono allegramente nelle primarie per nuovi candidati  gli esponenti del Partito Democratico a Genova. Qui la storia non abita, pure tacere proprio non si può
Solo il 43 per cento degli italiani sa cosa siano le foibe. Pochi, anche se per fortuna  la percentuale è in aumento: più tre punti rispetto al 2008. Ancora più bassa è la percezione sul significato dell’Esodo giuliano-dalmata, la diaspora che si verificò al termine della Seconda Guerra Mondiale dall’Istria, dal Quarnaro e dalla Dalmazia da parte della maggioranza dei cittadini di lingua italiana e di coloro che diffidavano del nuovo governo jugoslavo, in seguito all’occupazione dell’Armata Popolare di Liberazione del maresciallo Josip Broz Tito: ne sa qualcosa il 22 per cento degli italiani. Lo ha rilevato, mercoledì 1 febbraio, un sondaggio compiuto dalla Società Ferrari Nasi & Associati, commissionato dall’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia.

Le foibe sono cavità carsiche di origine naturale con un ingresso a strapiombo. In quelle voragini dell’Istria  fra il 1943 e il 1947 vengono buttati, vivi e morti, quasi diecimila italiani. La prima ondata di violenza esplode subito dopo la firma dell’armistizio dell’8 settembre 1943: in Istria e in Dalmazia i partigiani slavi si vendicano contro i fascisti e gli italiani non comunisti. Torturano, massacrano, affamano e  gettano nelle foibe circa un migliaio di persone condannate come «nemici del popolo». La violenza peggiora nella primavera del 1945, quando la Jugoslavia occupa Trieste, Gorizia e l’Istria. Le truppe del Maresciallo Tito si scatenano contro gli italiani. A cadere dentro le foibe ci sono fascisti, cattolici, liberaldemocratici, socialisti, sacerdoti, donne, anziani e bambini. Nel caso di Porzûs, dove Napolitano intende andare in primavera, la storia è se possibile più agghiacciante. La Resistenza  si divise in quella zona di confine: il gruppo legato ai comunisti sloveni, ovvero i comunisti italiani, l’altro rappresentato da uomini delle forze democratiche, laiche, socialiste e cattoliche confluite nel Comitato di Liberazione nazionale. I primi eseguivano gli ordini dei compagni titini, e il loro capo, Mario Toffanin, il comandante «Giacca» ordinò l’attacco contro i partigiani bianchi acquartierati nelle malghe. Li sterminarono come nemici. Tra loro c’erano Guido Pasolini, fratello di Pier Paolo, e Francesco De Gregori, zio e omonimo del cantautore.  «Giacca», condannato all’ergastolo per crimini di guerra, fuggì in Jugoslavia e Cecoslovacchia, prima d’essere graziato da Sandro Pertini. Non si pentì mai, proprio come non è pentito, in folta compagnia, l’esponente dell’Anpi e autore del libercolo sulle foibe ditribuito in questi giorni a Milano, Enrico Wieser.

Fonte: Libero