Bahrain: La rivolta nascosta dietro la Formula 1

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C’è “primavera araba” e “primavera araba”. Si, perchè non sono tutte uguali. Ve ne sono alcune che, parafrasando Orwell, “sono più eguali degli altri”: cioè degne di nota dei mass media internazionali. Libia, Egitto, Siria, ad esempio, vanno commentate, evidenziate, indignandosi artificialmente al punto di chiedere interventi “umanitari”, o legittimare aggressioni in piena regola. Laddove, invece, al potere sono ben saldi – da decenni – tiranni asserviti al potere occidentale, tutto è lecito ed ogni rivolta va soffocata nel sangue. Con la complicità di quegli stessi media che, altrove, piangono lacrime da coccodrillo. E così, mentre il circo della Formula 1 sbarca nuovamente in Bahrain, appena fuori il circuito si muore: sotto i colpi di un regime corrotto e violento. La locale maggioranza sciita non ha diritto all’autodeterminazione nè ad avere diritti.

Nulla deve disturbare il Gran Premio del Bahrain, uno di quegli eventi unici che meritano l’attenzione unanime di tutti i media del mondo. E allora può accadere che anche la rivolta del popolo del Bahrain contro l’oppressione del governo del sovrano Hamad Ben Issa al-Khalifa, venga quasi messa in secondo piano, come se avesse l’unica funzione di fare da contorno al grande circo della Formula 1. La notte scorsa in Bahrain ad esempio si sono verificati scontri violentissimi tra manifestanti e forze di sicurezza in diversi villaggi sciiti non lontani dal circuito dove oggi si è corso il Gran Premio. Decine e decine di manifestanti, alcuni dei quali a volto coperto, avrebbero scandito slogan ostili al regime e poi si sarebbero scontrati con le forze dell’ordine che presidiavano i siti più a rischio.

Nonostante l’ingente spiegamento di forze che controlla le vie di accesso al circuito di Sakhir, alcuni giovani sono riusciti ad interrompere per brevi periodi alcune strade bruciando copertoni di auto e cassonetti. In particolare in alcuni villaggi come Malkiya, Karzakan, Sadad e Damistan, i manifestanti hanno issato striscioni e urlato slogan contro “La Formula uno di sangue“. Le manifestazioni sono state indette dai “giovani del 14 febbraio”, un gruppo radicale che già da qualche mese aveva duramente contestato l’operato del governo, richiedendo maggiori libertà politiche per i cittadini sciiti del Bahrain. La polizia ieri ha lanciato gas lacrimogeni e bombe assordanti mentre i manifestanti hanno risposto gettando pietre e bombe molotov. I testimoni non sono stati in grado di fornire un bilancio degli scontri, ma nei disordini di ieri un manifestante è morto, e gli arresti sono stati centinaia.

Il sovrano del Bahrain, sordo alla richiesta di libertà del suo popolo, ha voluto invece esprimere gratitudine al mondo della Formula Uno per aver deciso di correre il Gran Premio di oggi nel suo Paese, malgrado i violenti scontri che da giorni e da notti si moltiplicano attorno a Manama e al circuito di Sakhir, fra polizia e opposizione sciita. Il re ha presenziato oggi al Gran Premio che si è svolto senza incidenti e ha promesso dialogo sulle riforme, assicurando l’opinione pubblica mondiale che “questo grande avvenimento si tiene nello spirito comunitario e di festa che la Formula 1 rappresenta“. Il suo popolo però la pensa molto diversamente anche se questo non sembra interessare più di tanto i media internazionali.

A dir poco grotteschi sono sembrati questi tentativi del sovrano di fare apparire normale una situazione ormai del tutto compromessa. “L’arroganza dell’occidente accende i motori in Bahrain. Qualcuno guadagnerà e tutti pagheremo“: queste le parole scritte su Twitter questa mattina dal leader del Pd Pier Luigi Bersani, che ha fatto un chiaro riferimento al Gran Premio di Formula Uno del Bahrein. Anche oggi, a poche ore dall’inizio del Gran Premio, si sono regisatrati alcuni scontri proprio nei pressi del circuito, ma le forze di sicurezza hanno vigilato intorno all’area proprio per impedire ai manifestanti di raggiungere l’area e di marciare nel pomeriggio verso Lulu square, luogo simbolo delle proteste dello scorso anno. Piccoli gruppi di giovani manifestanti sono stati visti bruciare copertoni d’auto nei villaggi fuori dalla capitale Manama. Come se non bastasse l’emittente Al Jazeera riferisce dell’arresto, da parte delle autorità, dell’arresto della 26enne Zeinab al-Khawaja, figlia di Abdul Hadi al-Khawaja, l’attivista politico attualmente in ospedale dopo un lungo sciopero della fame in carcere.

Significativamente nessuno ha aperto i telegiornali o le testate giornalistiche facendo riferimento alla opprimente dittatura di Hamad Ben Issa al-Khalifa, stretto alleato dell’Occidente dal punto di vista economico. Evidentemente, laddove esistono fruttuosi accordi commerciali relativi all’oro nero, l’Occidente è anche disposto a chiudere gli occhi relativamente al rispetto dei diritti umani. Ciò che conta è il petrolio continui come sempre ad essere estratto e imbarcato nelle navi cargo dirette a Ovest, e che le urla del popolo del Bahrain non disturbino il Grande Circo della Formula Uno. Alla fine la gara sportiva se l’è aggiudicata Vettel, ma ad aver perso è tutto il carrozzone della Formula Uno, e soprattutto il popolo del Bahrain dato che, ora che le televisioni occidentali lasceranno il paese islamico, nessuno parlerà più delle rivolte in corso a Manama.

Fonte: Articolotre.com