E mò bbbasta veramente però!

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A volte ritornano: “Il Manifesto”, quotidiano comunista, ufficialmente è stato chiuso. Tuttavia, è ancora disponibile ogni giorno in edicola. Va bene il “culto della personalità”, va bene la mummia di Lenin, ma a vedere risuscitare i morti – in carne e ossa, oppure di carta stampata – proprio non ci stiamo!

Come faremmo senza il manifesto? Ci toccherebbe leggere (esce ancora?) Liberazione. O peggio: dovremmo farci piacere le grandi firme della Stampa di Torino (già quotidiano padronale, oggi foglio puramente e semplicemente inspiegabile). Dio ci scampi. Vade retro. Quanto al proletariato, poi, senza il suo organo di stampa, sarebbe nei guai fino al collo. Non potrebbe più distinguere la «linea nera» dalla «linea rossa», né la «sinistra proletaria» dai revisionisti e dai liberali marci, come si diceva ai tempi in cui la Cina, data cinematograficamente per vicina da Marchio Bellocchio in un film che oggi si guarda con imbarazzo. Nato quando Jan Palach si dava fuoco a Praga, negli anni in cui il samizadt sovietico era sceso apertamente in guerra contro il Soviet supremo e nell’est europeo si susseguivano le rivolte, dunque esattamente quando la «rivoluzione apparente» del sessantotto (così il filosofo) prima mise in burletta e poi rottamò un secolo di storia del movimento operaio internazionale, il manifesto non ha mai capito nulla (ma proprio nulla) degli eventi di cui rendeva conto, con prosa immaginifica e pretenziosa, ai suoi lettori. A nessun giornale al mondo, nemmeno alla Pravda moscovita, neppure al Rénmín Rìbào di Pechino, venne mai in mente in quegli anni tumultuosi non diciamo di fare ma anche soltanto di fantasticare quel che il quotidiano di Rossana Rossanda, Luigi Pintor e Valentino Parlato osava praticamente ogni mattina: discettare di «maturità del comunismo», alè op, quasi ci siamo, mentre il comunismo scricchiolava più di quanto oggi cigoli e vacilli l’esecutivo bocconiano. Ebbene: il manifesto, classe 1971, dopo quarantun anni trascorsi rigorosamente ai confini della realtà, è stato messo in liquidazione, è defunto, basta, non c’è più. Abbiamo pianto, abbiamo riso, ma adesso è finita, chiuso, mettiamoci il cuore in pace e salutiamoci qui, come diceva l’avvocato corrotto e ciccione d’un vecchio film con Walter Matthau. Eppure presentatevi in una qualsiasi edicola e chiedete una copia del Manifesto. Ve la daranno subito. Pronti, eccola qua. Contro ogni evidenza, esattamente come quando il comunismo cadeva a pezzi come uno zombie particolarmente stagionato e il giornale di questi marxleninisti sedicenti eretici lo dava per vivissimo, il manifesto continua a uscire, indifferente alle ingiunzioni dei liquidatori come alle lezioni della storia. In questa irriducibilità, bisogna riconoscerlo, c’è una certa grandezza, come in certe fantasie di potenza (tipo i pazzi che si credono Alessandro Magno, Dio, il Diavolo o Mao Zedong).

Fonte: Italia Oggi