Monte Etna 2012 – recensione

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 A cura di Gruppo Escursionistico Orientamenti

Non è la prima volta. Eppure non sembra così. L’Etna puoi viverlo quante volte vuoi ma ti offrirà sempre qualcosa di diverso. Dopo un paio di anni di escursioni itineranti nel Parco dell’Etna, questa estate, riunitosi come ogni agosto il gruppo, abbiamo ripreso la vecchia abitudine di salire su, in cima al cratere. Con i suoi circa 3330 m in continuo mutamento la dimora di Efesto incute sempre timore reverenziale. I suoi fumi dalla vetta ci fanno intendere che, come sempre, è in attività. Sacchi a pelo e zaini in spalla contenenti pile invernali e giacche a vento inusuali per il caldo con cui ci ha accolto la Sicilia al nostro arrivo. Pranzo al sacco e acqua che servono per una due giorni con l’obiettivo di raggiungere la vetta del sommo Vulcano. Partiamo intorno alle 15 e 30. Il caldo e la vista dei circa 2300 metri di dislivello hanno il sapore di una sfida verso noi stessi mista ad una sana tensione. Le difficoltà di un’escursione di questo tipo si conoscono e nonostante le volte che possono esser state affrontate sono stimolo di audacia e prudenza allo stesso momento. Ci incamminiamo compatti partendo dal versante sud-ovest. Il primo obiettivo è il rifugio Galvarina. Qui il gruppo si separerà tra chi a causa di qualche acciacco fisico non può salire in cima all’A Muntagna, come lo chiamano i Siciliani, e camminare sulla sciara, la roccia lavica, e chi invece dormirà a cielo aperto cercando di raggiungere la quota più alta prima di infilarsi nel sacco a pelo. Il sentiero sino al rifugio è battuto ma tortuoso. Un serpentone tra i boschi con sali e scendi che in poche ore abbiamo percorso cercando di non sfilacciare il più possibile il folto gruppo in cammino.

Arrivati alla Galvarina alzando lo sguardo la rilassatezza che si sprigiona per la prima pausa viene subito congelata dalla maestosità del Vulcano più grande d’Europa. Il nome dato dagli antichi al Vulcano frutto di un’unione di termini latino e arabo, Mons Gibel, ovvero “Montagna Montagna”, sembra rappresentare alla perfezione la nostra ascesa: arrivati al rifugio ancora un’altra montagna si presenta di fronte a noi. Da qui, 1878 m s.l.m., dopo esserci rifocillati ci incamminiamo cercando di percorrere, prima di accamparci, almeno 800-900 metri di dislivello. La salita da subito si fa sentire e, mentre il sole inizia a tramontare alle nostre spalle offrendoci uno spettacolare orizzonte siciliano, le gambe iniziano ad appesantirsi. Questo il momento più duro: il corpo stanco intacca la lucidità mentale, il caldo di Caronte è scomparso e un vento freddo ci costringe a coprirci. Finalmente intorno alle 11 e 30 raggiungiamo una quota soddisfacente per evitare di percorrere troppe centinaia di metri di dislivello la mattina, quando la stanchezza fisica si sarebbe fatta sentire in maniera esponenziale, dopo il sonno notturno. Giusto il tempo di mangiare qualcosa, un bicchiere di vino e, coperti fino alla fronte, ci addormentiamo nei sacchi a pelo su un sabbione, dove, per evitare di scivolare durante la notte, abbiamo scavato dei terrazzamenti. Dopo sette ore di cammino, la quota raggiunta di circa 2800 metri offre tutto il suo spettacolo ai nostri occhi stanchi: un cielo luminosissimo rende inutili le torce e piccole e innocue le luci dei paesi a valle. In lontananza sembra come se, laggiù, le loro luci artificiali avessero fatto dimenticare agli uomini la potenza delle stelle tanto da far smarrire loro la via, mentre qui in alto, sull’Etna, la luce c’è anche di notte e il tuo cammino, che riesci a vedere e a non perdere, è illuminato dalle stelle. La sveglia alle 4 e 30 è come una doccia fredda che ti rimette in piedi, pieno di tensione per la vetta che stai per raggiungere. Dopo un paio d’ore di cammino eccoci in vetta: il cratere centrale si presenta a noi maestoso con la sua corona di fumi e il trono di zolfo. In lontananza nelle profondità interne del Vulcano vediamo il rosso della lava che ribolle, riscaldando il ventre della montagna. Uno spettacolo irripetibile che, per prudenza, ci porta a riscendere il più in fretta possibile: giusto il tempo di immortalare con una foto l’arrivo in cima al cratere del gruppo ed ecco ripartire subito verso valle. Carichi, forgiati e temprati pronti per un nuovo anno di vette da raggiungere.