“La barca abbandonata” di Emilio Del Bel Belluz (ultima parte)

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Dalla fine del mese di ottobre, AzioneTradizionale.com vi ha accompagnato ogni domenica con la pubblicazione a puntate di un romanzo di guerra scritto da Emilio Del Bel Belluz in esclusiva per noi. Ogni domenica abbiamo via via pubblicati i capitoli del romanzo. Oggi pubblichiamo l’ultima parte de “La barca abbandonata”. Buona lettura!

VII. UNA DURA MISSIONE

Viaggiarono tutta la notte in un camion militare, il compito era quello di raggiungere e oltrepassare il fiume Po, per dare il cambio ai tedeschi che aspettavano rinforzi da settimane. Durante il viaggio si fermarono per una sosta in una caserma occupata dal battaglione Mussolini. Lì poterono mettere sotto i denti qualcosa di buono. Le cucine della caserma erano piuttosto povere, ma quella sera vennero loro offerti pane e salame, frittata di cipolle e patate. Paolo si era seduto ad un tavolo sgangherato a consumare il suo pasto assieme a Renzo, un giovane di Oderzo che era fuggito di casa per correre ad arruolarsi nella Repubblica di Salò. Renzo gli parlò della sua vita di studente, degli esami che aveva preparato, e della lotta che aveva fatto per  arruolarsi. Aveva chiesto di essere arruolato nel battaglione Mussolini e in qualche modo ci era riuscito. Gli eventi dell’8 settembre lo avevano segnato profondamente. Il padre aveva una ricca attività commerciale ed aveva tentato di ostacolarlo in tutti i modi, ma non ci era riuscito. A nulla erano valse le preghiere della madre che aveva già perduto un fratello in Russia. Renzo era molto legato a questo zio morto in Russia e gli pareva di rafforzare quel legame arruolandosi. Paolo provava per Renzo una grande simpatia ed avrebbe cercato di tenerlo lontano dai pericoli. Gli piaceva il suo entusiasmo per una guerra che sarebbe sfociata in una sicura sconfitta. Arruolarsi in un esercito dopo che tutti se ne erano andati era come fare una scommessa con la morte, voleva dire porre la salvaguardia dell’onore al di sopra di ogni altra cosa. Del resto cosa rimaneva ad un uomo senza il suo onore? La scelta di stare accanto a Mussolini e sostenere la sua alleanza con i tedeschi era la forma più alta di fedeltà di cui un soldato potesse dar prova.

Durante il viaggio in Germania Paolo aveva sperimentato l’odio dei tedeschi per gli italiani e l’unico modo per riscattarsi era stato quello di continuare a combattere. Ora lo stesso si verificava in Italia, nel suo paese. Molta di quella gente vedeva gli italiani di Salò come dei traditori della patria. Paolo doveva guardarsi non solo dai nemici ma anche dagli altri italiani. Le canzoni che sentiva intonare erano piene di malinconia: ‘Le donne non ci vogliono più bene perché portiamo la camicia nera’, cantavano i soldati. Se poi nasceva qualche amore clandestino con le donne del posto lo si doveva tenere nascosto. I partigiani punivano in maniera esemplare le ragazze che si innamoravano di un fascista, e spesso le uccidevano. Eppure Paolo portava l’uniforme con onore e ne era fiero. In Germania aveva imparato un po’ di tedesco e spesso scambiava qualche parola con i soldati tedeschi. Anche loro si trovavano a combattere in una guerra difficile, lontano dalla loro terra. I bombardamenti sulle città tedesche erano terribili e devastanti. Pochissimi i sopravvissuti.

Paolo parlava a Renzo di queste cose ed il giovane lo ascoltava rapito. Aveva un volto pulito e uno sguardo vivo, come quello che un tempo avevano anche Paolo e Lino. Finalmente arrivò dell’altro cibo. Il comandante riuscì a fargli avere del cioccolato e del liquore in abbondanza. Li pregò espressamente di usare questo cibo in maniera parsimoniosa. Da quel momento in poi la distribuzione in zona di guerra sarebbe stata più difficile. Paolo ne approfittò per mettere altro cibo nello zaino, aggiungendolo alla sua piccola scorta. Giunsero al porto la mattina presto, dopo aver superato il Po,  che si presentava come uno spettacolo della natura. Fece notare a Renzo alcune barche di pescatori e gli disse che prima della guerra era vissuto lungo un fiume, investigandone tutti i segreti con l’amico Lino e il buon Giovanni, che aveva fatto loro da maestro. Renzo osservava meravigliato la passione con cui Paolo gli raccontava della sua giovinezza. Dopo aver scaricato gli zaini sostituirono i camerati tedeschi vicino ad una collinetta che diventò il loro avamposto. Quella collinetta ricoperta da alcuni alberi spogli resisteva al nemico da settimane. Vicino a degli alberi vi era un piccolo cimitero di guerra, alcune tombe avevano sulla croce l’elmetto tedesco, altre raccoglievano le spoglie di caduti italiani, molti dei quali non avevano ancora vent’anni. Paolo notò la tomba di un soldato che era stato sepolto lì da poco tempo. C’erano alcuni fiori sulla sua tomba. Apparteneva alla X Mas. Vicino all’avamposto che dovevano difendere c’erano i ruderi di una vecchia chiesa sventrata da una bomba. Tra quelle macerie si ergeva una croce, anch’essa danneggiata da una bomba. Istintivamente Paolo si fece il segno della croce e raccomandò alla Dio se stesso e la famiglia. Anche Renzo si fece il segno della croce e si soffermò in preghiera. Nei giorni successivi il giovane gli rimase sempre vicino, dimostrando una forte tenacia che lo rendeva già un vero soldato, pronto a rispondere agli attacchi del nemico. Una notte Paolo, Renzo e altri tre soldati riuscirono a penetrare tra le linee nemiche e fecero tre prigionieri tra i soldati nemici. In quell’occasione Renzo affrontò un nemico per la prima volta e lo uccise. I prigionieri, una volta portati al campo, furono sottoposti ad un duro interrogatorio. Tra loro c’era anche un soldato d’origine italiana, che fornì loro utili informazioni. Il suo italiano era piuttosto grossolano, perché  solo suo padre gli aveva insegnato la lingua. Da dire che gli americani vestivano delle belle divise di buona fattura, disponevano di sigarette a volontà e di ogni conforto, avevano sempre con sé delle scatolette di carne di cui erano ghiotti. Paolo e i suoi compagni sequestrarono tutto ciò che avevano trovato.

Al campo subirono un massiccio attacco da parte dell’aviazione nemica che provocò parecchi morti tra i soldati e la popolazione civile. La determinazione di Renzo si rafforzava di giorno in giorno. ‘Se si deve morire’ – diceva – ‘è perché è il destino a volerlo. Meglio morire con un’arma in mano che in un comodo letto d’ospedale’. Una notte raggiunsero il fiume Po, dove trovarono migliaia di soldati tedeschi in attesa. Lungo le rive erano stati portati i pesanti mezzi militari per essere imbarcati. Ma i ponti che di notte venivano costruiti per far passare i soldati venivano distrutti al mattino dall’aviazione nemica. La guerra era ormai quasi al termine, ma di sangue doveva esserne versato ancora. Molti soldati sbandati cercavano nelle case vestiti borghesi e cibo, sbarazzandosi della divisa. Tutti temevano di cadere nelle mani partigiane. Lungo il Po si diceva fossero in migliaia ad attendere l’occasione di passare dall’altra sponda. Molti soldati erano già morti nel tentativo di attraversarlo. Il peso delle armi ne fece annegare molti, anche nelle parti in cui il fiume sembrava attraversabile. In quella disastrosa ritirata molti tedeschi si suicidarono piuttosto che continuare. Il comandante italiano che faceva parte della compagnia di Paolo comunicò che Mussolini era stato fucilato dai partigiani. Ora stava a loro decidere se continuare a combattere una guerra ormai perduta. La stessa situazione si era verificata l’8 settembre del 1943. Paolo e Renzo si decisero di tentare l’attraversamento. Nei giorni che seguirono lungo il fiume si cominciavano a vedere dei cadaveri, uno di essi si era arenato alla riva dove i due si erano nascosti. Era un soldato tedesco. Sulla sua uniforme portava la croce di guerra. Istintivamente Paolo si avvicinò al corpo e gli strappò la croce con un gesto che neanche lui riuscì a spiegare. Mise in tasca l’oggetto e rabbrividì all’idea di dover fare la sua stessa fine. I due continuarono a nascondersi lungo il fiume inoltrandosi tra la vegetazione. Dall’alto gli aerei continuavano a far cadere bombe, con l’unico fine di uccidere i soldati che si stavano ritirando. Altri tedeschi morirono nel tentativo di attraversare  il fiume con i pochi mezzi a disposizione, ma la maggior parte perì durante la traversata. Erano tutti bloccati. I cadaveri che si vedevano galleggiare sull’acqua aumentavano a vista d’occhio, sembrava di essere all’inferno. Paolo e Renzo alla fine cercarono di raggiungere un piccolo paese lungo il fiume. Incrociarono due soldati tedeschi che li riconobbero avendo fatto parte del battaglione Mussolini. Volevano attraversare il fiume e chiesero aiuto in un italiano sommario che solo Paolo riuscì a decifrare. Anche quella zona era infestata da partigiani che uccidevano più soldati possibili senza alcun processo. Molti italiani e tedeschi si stavano arrendendo agli anglo-americani per salvarsi la pelle. Paolo e Renzo decisero che avrebbero preso con sé i camerati tedeschi. Avrebbero cercato aiuto presso una famiglia di pescatori amici di Giovanni che abitavano in un paesino lungo il Po. Era gente buona, li avrebbero sicuramente aiutati a passare il fiume. Attesero il calare della notte e divisero con i camerati tedeschi tutto quello che avevano da mangiare. Il cibo, pur non essendo abbondante, non era ancora un problema. Una volta giunta l’oscurità iniziarono la marcia, cercando di tenersi lontani dai centri abitati. Dopo due ore giunsero a un punto particolare del fiume e ne approfittarono per riposarsi. L’odore del fiume era per Paolo un richiamo irresistibile e gli faceva correre la memoria al periodo trascorso con Lino, un pensiero per lui ricorrente. Gli bastava quell’odore per dimenticare tutto il resto, perfino la morte. Renzo da parte sua era molto stanco perché erano giorni che non riusciva a dormire bene, pensava che la guerra richiede duro sacrificio ma bisognava ugualmente andare avanti. Prima dell’alba raggiunsero la casa del pescatore. Ci fu un momento di esitazione prima di bussare alla porta. C’era il pericolo che vi fossero dei partigiani. La casa distava meno di cento metri dal Po, un motivo in più per accendere in loro la speranza. Per fortuna venne il vecchio Giuseppe ad aprire. Era sorpreso ma riconobbe subito Paolo e li invitò tutti a entrare. In casa era presente solo la moglie. I loro due figli si trovavano da una zia. Paolo spiegò il motivo della loro presenza. Avevano bisogno di vestiti, di cibo e soprattutto di un aiuto per oltrepassare il Po. L’uomo comprese subito la situazione e decise di aiutarli, fornendo loro quello che avevano chiesto.. Paolo ebbe un momento di malinconia quando si tolse l’uniforme, ma chiese al vecchio di custodire quella divisa che per lui era un simbolo, assieme alle sue armi. Non gli consegnò il pugnale e la pistola, che aveva preso a un tedesco. Anche Renzo non consegnò l’arma, la zona era infestata dai partigiani. Prima di tentare di passare il fiume era necessario attendere la notte e Giuseppe ordinò alla moglie di preparare del cibo. Il vecchio sapeva che nascondere dei soldati in fuga gli poteva costare la vita, ma doveva rischiare, lui era amico del povero Giovanni. Anche lui un domani avrebbe potuto avere bisogno di essere aiutato da qualcuno. Aiutare il prossimo era un dovere a cui si doveva adempiere. Uno dei due soldati tedeschi portò con sé la croce di guerra, che nascose in una tasca dell’abito borghese assieme ad alcune carte. Giunta la notte il vecchio li portò sulla riva, li fece salire sulla barca e li condusse con qualche difficoltà alla riva opposta. L’odore dell’acqua era dolce e odorava di libertà. Giunti a destinazione il vecchio li abbracciò tutti e a tutti diede un bacio, chiamandoli figli. Osservarono nell’oscurità la sua barca che spariva nella notte.

VIII. CRIMINI DEI PARTIGIANI A ODERZO E MOTTA DI LIVENZA

Dopo mille avversità e mille pericoli i quattro riuscirono ad arrivare a Oderzo. Paolo seppe che lì erano stati uccisi centoventisei ragazzi della Repubblica Sociale. Gli pareva impossibile che ci si fosse macchiati di un simile crimine. Una conoscente che li ospitò nella sua casa gli raccontò il fatto. Al collegio Brandolini si erano arresi gli ultimi allievi ufficiali. I partigiani avevano garantito che avrebbero risparmiato loro la vita a condizione che si fossero arresi. I contatti con le autorità sembravano andati a buon fine, ma poi successe il peggio. La donna, che da poco aveva compiuto quarantacinque anni, parlava con gli occhi pieni di lacrime. Suo figlio si trovava disperso in qualche parte della Russia. Con le lacrime che le scendevano copiose dal volto, disse che i soldati dopo essersi arresi, furono presi in consegna dai partigiani e uccisi. I loro corpi poi erano stati portati in un’altra località e gettati nel fiume. L’unico motivo della carneficina era la sete di vendetta dei partigiani. Si trattava di ragazzi di appena diciassette anni. Molti di loro avevano seguito il richiamo della patria ed erano morti con onore. Il racconto della donna era triste, a tratti raccapricciante. Paolo spiegò ai due tedeschi che la guerra aveva portato la morte dappertutto. La donna disse che anche loro correvano un grosso pericolo, ma si offerse di prendersi cura di loro nascondendoli per alcune settimane. Lasciarono Renzo, il cui volto giovane non aveva ancora nulla di militare. Non aveva neppure la barba, sembrava appena uscito dalla scuola. La sua famiglia lo avrebbe nascosto e ormai era in salvo. La donna diede loro tutto l’aiuto possibile, evidentemente c’erano ancora dei buoni cristiani da quelle parti – pensò Paolo. Una notte vennero a farle visita dei partigiani insospettiti dal fatto che la donna stesse nascondendo qualcuno. Setacciarono la casa alla ricerca di qualche indizio, ma non trovarono nulla. Delusi e frustrati chiesero alla donna del vino. Nel tentativo di impaurirla le raccontarono che avevano ammazzato molte canaglie fasciste senza alcuna pietà. La donna chiese loro se non provavano alcun rimorso per quelle uccisioni, ma l’unica risposta che ottenne fu una sberla da parte del capo partigiano. La minacciarono di bruciarle la casa, anche perché il figlio era partito volontario per la guerra. Anche lui era un fascista –disse uno dei capi sputando sulla foto che la donna teneva nella sua stanza. Questa reagì restituendo lo schiaffo, e fu subito immobilizzata. Paolo e i compagni, che potevano sentire le voci dei partigiani dal loro nascondiglio, avrebbero voluto intervenire, ma non potevano farlo. Fu solo quando i partigiani lasciarono la casa, all’alba, che uscirono dal nascondiglio per sincerarsi che la donna stesse bene. Era illesa, ma impaurita perché avevano minacciato di uccidere il figlio se fosse tornato lì.

Il gruppo rimase ancora due giorni nella sua casa e lei era sempre premurosa  adoperandosi alla meglio per aiutarli. Il timore d’essere scoperti era grande,  la zona piena di insidie. Paolo era a pochi chilometri da casa e temeva la vendetta di Lino. Non riusciva ancora a comprendere la natura del suo odio.

Spesso si parlava di Mussolini e di Hitler che erano morti. La Germania era in mano alle potenze vincitrici. Si diceva che migliaia di donne fossero state violentate dalle orde russe. La prostituzione era molto diffusa. Se volevano mangiare qualcosa le donne dovevano vendersi ai vincitori. A Motta di Livenza due partigiani furono impiccati e legati ai lampioni, le loro grida si erano udite dappertutto. Sempre a Motta erano stati uccisi due soldati della Repubblica di Salò. Uno di questi si chiamava Sergio e aveva solo venticinque anni. Fu ucciso mentre aspettava un passaggio per recarsi a Treviso. Quando la madre del giovane udì gli spari si precipitò in strada a soccorre il figlio, ma lo trovò in un lago di sangue. Un altro episodio molto triste riguardava la fine di un sottufficiale che, alla notizia che gli era nata una bambina, si era precipitato a vedere la figlia. I partigiani lo freddarono davanti a casa, prima che potesse abbracciare la famiglia. La donna una sera raccontò come nell’argine del Livenza furono uccisi due soldati tedeschi che stavano ritirandosi con la loro compagnia. A nulla valsero le loro implorazioni di pietà e le foto dei figli che i soldati avevano mostrato ai loro giustizieri. I loro corpi furono tagliati a pezzi e gettati nel fiume, lo stesso fiume che Paolo e Lino avevano tanto amato e che ora aveva accolto il sangue di tanti soldati. Uomini e destini che la guerra aveva unito in una scia di morte che giungeva al mare. Mentre raccontava questi episodi la donna aveva gli occhi lucidi, forse stava pensando al figlio lontano. Paolo non ebbe il coraggio di confessarle che anche lui aveva ucciso due uomini per vendetta. Ma lui aveva agito in un momento di rabbia per vendicare il suo camerata.

La primavera del 1954 era iniziata da oltre due mesi, le giornate erano radiose. Forse la natura poteva cancellare l’odore di morte che si respirava ovunque. Paolo aveva chiesto alla donna di recarsi al Santuario di Motta e di chiedere di un frate a cui era legato da una lunga amicizia. Il giorno seguente il frate arrivò con un carro. Quando entrò nella casa Paolo si fece avanti. L’amico lo riconobbe all’istante e lo abbracciò commosso. Era convinto che fosse stato ucciso. Il frate accettò di nascondere i due tedeschi per carità cristiana. I frati avevano sempre aiutato coloro che erano perseguitati, era il vangelo a dirlo. Cercò di convincere Paolo a seguirlo e a cercare rifugio in basilica, perché anche lui rischiava la vita, ma Paolo aveva un dovere da compiere.

IX. LA RICONCILIAZIONE

Una sera Paolo riuscì a ottenere un passaggio fino al fiume. Attese che scendesse la notte. Era armato di un pugnale e della pistola. Quella stessa notte penetrò nella casa di Lino da una finestra. Facendo attenzione a non svegliare le persone di casa, entrò nella stanza di Lino. Questi si spaventò nel vederselo davanti all’improvviso, ma non ebbe alcuna reazione violenta. Allora Paolo tolse dalla giacca la pistola tedesca che aveva portato con sé e la gettò sul letto. Lo sfidò ad ucciderlo, se ne aveva il coraggio. I due non si vedevano da almeno due anni, da quando Paolo gli aveva fatto visita all’ospedale militare di Padova. Da allora non aveva più avuto sue notizie se non dalle lettere di Alice che parlavano della sua intenzione di ucciderlo. Con suo stupore Lino non raccolse la pistola. Invece andò incontro all’amico e lo abbracciò forte. Gli spiegò che non aveva potuto agire diversamente. I partigiani volevano ammazzare Alice e Umberto. Lino li aveva convinti a non ucciderli perché prima o poi Paolo sarebbe tornato a casa da loro e si era incaricato lui di ucciderli. Era stato l’unico modo per salvarli dalla vendetta partigiana.

Per qualche mese Paolo dovette nascondersi finché le acque si calmarono. Finalmente, quando gli animi si furono calmati i due amici ripresero la via del fiume. Ogni anno lungo il fiume Paolo e Lino buttano una corona di fiori per tutti i caduti e per i centoventisei camerati della Repubblica Sociale Italiana che dopo tanti anni attendono ancora un monumento che li ricordi. Ma questo è il destino dei vinti.

[Fine]