Putin, buon esempio

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Se ne frega dell’Occidente, ancor più degli Stati Uniti, fa spallucce se l’ONU ha da ridire e pensa al bene del suo popolo. 
Degli istituti giuridico-democratici se ne serve quando necessario perché la sua patria è più importante dell’opinione dei “paesi civilizzati”.
E vieta i ghei-praid (non ci va nemmeno di scriverlo correttamente…) per il bene primario della crescita dei minori. Ma proporre al buon Vladimir un’amministrazione controllata dell’Italia e, perché no, di tutta l’Unione Europea?
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(Frontiere News) – In Russia è stata istituzionalizzata l’omofobia. Con l’entrata in vigore di una legge che vieta la “propaganda gay” in nove regioni, la cosiddetta “omofobia di Stato” è ormai ufficiale:  è proibito parlare dei temi legati all’omosessualità in pubblico, entro i confini dei Paesi che cotituiscono la grande federazione sovietica.

Il governo dà una lettura positiva della nuova normativa in materia di omofobia: sarebbe necessaria per garantire la “difesa dei minori”. C’è grande attesa, inoltre, per la data del 19 dicembre, giorno in cui il parlamento dovrà decidere se rendere nazionale la legge che proibisce la “propaganda omosessuale”.

Questa svolta reazionaria nella Russia di Putin giunge a vent’anni esatti dal giorno in cui l’omosessualità venne cancellata dall’elenco dei reati penali. E se durante il regime comunista vivere i  sentimenti gay poteva causare la deportazione nei Gulag o nelle prigioni di Stato, con la nuova normativa l’omosessualità potrebbe causare, oltre all’applicazione di multe, anche vessazioni sociali, isolamento e offese, omertà.

Una tendenza conservatrice, quella del governo di Mosca, che aveva conosciuto una sua fase iniziale già nello scorso mese di agosto, con la conferma, da parte del tribunale, di proibire per 100 anni la sfilata del Gay Pride. Una vera e propria “campagna”, insomma, che trova il sostegno di tutta la classe dirigente federale.

Dal presidente in carica della Federazione russa, Valentina Matviyenko, sino agli uomini del governo, passando attraverso gli alti esponenti della Chiesa ortodossa. Una forte volontà che, presto, potrebbe consentire alla legge il raggiungimento dello “status federale”.

Le norme in fase di approvazione richiamano la legge, firmata a marzo dal governatore di San Pietroburgo, per vietare “azioni pubbliche mirate a promuovere la sodomia, il lesbismo, la bisessualità e il transgender tra i minori”. Il testo, volutamente generico, dall’ampia applicazione e con la possibilità di un’ interpretazione estensiva, ha la capacità incontrastata di vietare cortei, sfilate, manifestazioni.

Chiunque dovesse, infatti, trovarsi nei paraggi di un evento pubblico che tratti il tema dell’omosessualità, in forza dei nuovi dispositivi, sarebbe punito con sanzioni che vanno dai 5.000 ai 500.000 rubli (da un minimo di 125 euro, fino a un massimo di 12.500 euro).

Sarebbe “una logica fascista” a muovere la repressione della Russia, secondo il presidente dello Lgbt network, Igor Kochetkov, che paraltro solleva molti dubbi anche relativamente alla scelta del periodo scelto per trattare il tema:  “E’ una strana coincidenza che la legge verrà discussa il 19 dicembre, perché il 17 dicembre 1933 le autorità sovietiche dichiararono illegali le relazioni tra uomini. Dicevano che i gay erano alieni alla società sovietica. Oggi viene usata la stessa retorica”.

Una retorica, tuttavia,  che trova ampi consensi anche tra la popolazione: stando ai dati, rilevati a novembre,  dell’agenzia demoscopica Levada,  in ben 45 regioni dello Stato federale, gli omosessuali sono definiti “ripugnanti” dal 66% degli interpellati. Soltanto l’1% degli intervistati dichiara di avere rispetto per i sentimenti dei gay.

L’eco della restaurazione è giunta in Europa. E contro il Cremlino è insorta anche Milano, che con la Capitale russa è gemellata. Una ribellione guidata dai Radicali. Il gruppo,  dalle pagine del sito ufficiale, ha riportato il seguente annuncio: “Giovedì 22 novembre il Consiglio comunale ha approvato la mozione presentata da Marco Cappato, per la sospensione degli effetti del gemellaggio, fino a quando non sarà revocata la legge”.

A seguire, nella scia della protesta milanese, si sono inserite anche le città di Torino e Venezia.