“L’indologo dalla Croce di Ferro” – Intervista a Pio Filippani Ronconi

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di Emilio Del Bel Belluz

Sono passati tre anni dalla scomparsa del Professor Pio Filippani Ronconi, un grande uomo che è stato e sempre sarà per chi lo ricorda. Nel mio studio ho la sua foto con la  dedica, la conservo con affetto, come si deve conservare con affetto tutto quello che abbiamo nel cuore di chi ci ha insegnato l’onore per la patria, la parola data che diventa una consegna fino alla morte.

Nella foto lo si vede nella sua elegante uniforme di ufficiale  Germanico. Gli ho voluto bene, perché fu un grande saggio, al quale mi inchino davanti al suo pensiero. Quando si perde qualcuno ci si rifugia nel passato, e io in questi giorni mi sono riletto i suoi scritti. Conservo alcune lettere che mi scrisse, e il suo biglietto da visita, che mi diede quando gli feci visita nella sua casa di Roma nel maggio del 1998. Ricordo la sua gentilezza, e la comprensione per i miei limiti intellettuali.  

Mi piace  ricordarlo con la intervista nata durante la mia visita avvenuta nella sua casa a Roma nel 1998.  

Uno scrittore Ray Bradbury scrisse “Ognuno deve lasciare qualcosa dietro quando muore, diceva sempre mio nonno: un bimbo o un libro  o un quadro o una casa o un muro eretto con le proprie mani o un paio di scarpe cucite da noi. O un giardino piantato col nostro sudore. Qualche cosa insomma che la nostra mano abbia toccato in modo che la nostra anima abbia dove andare quando moriamo, e quando la gente  guarderà l’albero o il fiore che abbiamo piantato, noi saremo là”.

Ho trascritto queste parole che per me sono l’anima, tutto ciò che io penso e condivido.  Permettetemi ancora una citazione che mi pare possa essere in tono con gli scritti.  

Ezra Pound scriveva: “Ciò che ami molto rimane, il resto è scoria, ciò che ami molto non ti sarà strappato, ciò che ami molto è la tua vera eredità”.

Pio Filippani Ronconi (PFR): Io sono Pio Filippani, Conte Ronconi, professionalmente sono un indologo, ma sono anche iranista avendo una laurea in Teologia islamica. Ho insegnato filosofia cinese per dodici anni, ho scritto anche un manuale di filosofia cinese. Ho scritto complessivamente una ventina di libri. Quindi ho vissuto come uno scienziato, uno studioso.

Nella SS io ero Untersturmführer (Sottotenente) e portavo la Croce di Ferro. In quel periodo sono inoltre stato tre volte proposto per la medaglia d’argento italiana al valor militare. Nella Wehrmacht fui invece promosso al grado di tenente il 22 Giugno 1944.

Quando mi sono arruolato volontario nei granatieri, a mala pena mi hanno preso poiché mi consideravano “piccolo”. Infatti, mi chiamavano “francobollo vieni qui” e subito si prendevano un pugno in faccia.

Emilio Del Bel Belluz (EDBB): Davvero?

PFR: Certo. Ciò che mio padre fin da piccolo mi ha istigato è stato quello di imparare le arti del combattimento. Quindi, siccome ero molto furioso e molto litigioso inizialmente praticai della boxe. L’appresi nelle palestre frequentate dai tramvieri e dai facchini dei mercati generali. Dopodichè, presi due cinture nere: una di judo e una di Aikido. Quest’ultima è l’arte più raffinata che esiste poiché si combatte con la spada, con l’arco, con il pugno e le mani. Quindi sono un aikidoka che è un grado molto difficile da raggiungere.

Il Conte Carlo Federico degli Oddi era amico fraterno di Rudolf Hess, erano stati compagni ad Alessandria d’Egitto poiché entrambi erano nati lì. Era molto orgoglioso di questa amicizia. Aveva, inoltre, con sé la bandiera della Libera Repubblica di Siena che i suoi antenati avevano difesa trecento anni prima.

Il Generale Emilio Canevari nel rapporto agli ufficiali nella Caserma della Bicocca alla vigilia della partenza ci disse: “Signori Ufficiali, non un passo indietro. Voi non andate per fare bella figura, ma solo a morire! Da come vi comporterete in combattimento dipenderà se i tedeschi riarmeranno l’Esercito Italiano”.

Per Pio Filippani (leggendo dal Suo articolo “L’aspro sapore della giovinezza, i ricordi di un vecchio uomo d’arme – La 29ª Divisione Granatieri SS”)  “fu come buttare un secchio di benzina sul fuoco languente: approssimativamente armati e sommariamente equipaggiati partimmo come furie vendicatrici da Milano (Scalo Greco) il 13 marzo 1944 alle ore 7 per Littoria”.

EDBB: Professore, Lei è una persona felice per come ha condotto la sua esistenza?

PFR: Bah! Avrei voluto avere altre occasioni, non sono andato in Russia e la cosa mi rompe le scatole. Avrei voluto combattere per continuare la Controrivoluzione delle Armate Bianche.

(Leggendo dal Suo articolo “L’aspro sapore della giovinezza, i ricordi di un vecchio uomo d’arme – La 29ª Divisione Granatieri SS”) “Mancherei al mio dovere di soldato se dimenticassi il piccolo reparto di Russi bianchi, probabilmente appartenenti alla ROA (Rússkaya Osvabodítelnaya´ Armiya), cosacchi appiedati reduci nientedimeno che della controrivoluzione del 1918-19, che combatteva con noi alla nostra destra: ebbi da loro la papakha[1] di ordinanza, che indossavo ogniqualvolta “uscivo” con il mio reparto al tramonto, a cercare gatte da pelare. Il valore di questi veterani rese ampiamente onore alle tradizioni del cessato esercito imperiale russo, quattro lustri dopo la sua presunta dissoluzione”.

EDBB: Tra questi volontari c’erano anche nobili russi?

PFR: Sì, certo. Ad esempio il Principe Sidamone Ristlj. Quando i reparti russi antibolscevici furono abbandonati, come al solito, dagli inglesi e dagli americani, si imbarcarono ad Odessa ed andarono a Costantinopoli. Lì gli Alleati gli intimarono di consegnare le armi.

Loro, invece, si aprirono la strada con i fucili e con i cannoni mettendo in fuga sia i francesi che gli inglesi.

Allora le unità di artiglieria andarono in Bulgaria e divennero parte dell’esercito bulgaro. La unità di cavalleria e di fanteria, invece, andarono in Jugoslavia dove formarono delle unità di lavoro per la riparazione delle linee ferroviarie del paese balcanico che aveva bisogno di tale manovalanza. Le unità restarono dunque compatte.

Quando i tedeschi scatenarono l’Operazione Barbarossa alcuni ufficiali prussiani di grande spessore ed intelligenza organizzarono, disobbedendo agli ordini ricevuti, l’Armata Russa di Liberazione assegnandone il comando al Generale Vlassov. Un Generale che era stato trombato da Stalin, poiché lo aveva lasciato in retroguardia con poche truppe in modo che fosse tolto di mezzo dai tedeschi. Fu così che costituirono la Rússkaya Osvabodítelnaya´ Armiya.

EDBB: Uomini straordinari.

PFR: Uomini straordinari di cui ricordo il Principe Schkuro, ricordo Mohammed Nurghijeraj, che era un principe caucasico. Io ho conosciuto il fior fiore di questa gente.

Oddio, ho anche arrestato un gruppo di turcomanni che erano entrati in un villaggio di cui io ero il comandante, li ho fatti tradurre da me. Mi ricordo che avevo la febbre e per questo mi misi il cappotto di ufficiale e il berretto con la visiera. Mi feci venire davanti questi individui nella mia camera da letto nel castello dei Sommi Picenardi a Torre de’ Picenardi, vicino a Cremona.

Ricordo che li guardai negli occhi e chiesi loro in turco: “da dove siete venuti?”.

“Effendi, pascià effendi”, “Signore mio, signor pascià”, e baciandomi la mano mi dissero “Comandante uccideteci abbiamo peccato, siamo nelle vostre mani”.

Ciò avvenne perché io parlavo turco, avevo i gradi da ufficiale e la faccia da principe. Quindi ero il loro pascià.

EDBB: In Italia erano dunque presenti.

PFR: Sì, particolarmente nell’Italia Settentrionale. C’erano i cosiddetti reparti Ostturkisch delle SS cioè i reparti turco-orientali delle Waffen SS. Ovvero, Kazachi, Uzbechi, Turcomanni, eccetera. Con loro parlavo turco occidentale che loro però facevano fatica a comprendere.

PFR: Volevano poter ad esempio pregare perché erano spesso dei mussulmani fanatici.

EDBB: La prima volta che ho letto un Suo articolo è stato sulla rivista “Intervento”. L’articolo era dedicato a von Ungern Sternberg. Un articolo che ho amato in un modo incredibile.

PFR: Vede, io mi sono occupato anche di certe forme segrete di buddhismo radicate nel Tibet. Quarant’anni fa conoscevo bene il tibetano. Von Ungern Sternberg mi fece una grande impressione già da quando ero ragazzo. Il libro di Ossendowski “Bestie, uomini e dèi” quando uscì nel 1926 suscitò un putiferio. Ossendowski era un polacco che in Siberia divenne il Ministro delle Finanze dell’Ammiraglio Kolc’ak.

Vede, io ho sempre avuto due modelli ideali: Corneliu Zelea Codreanu e il Barone pazzo. Quest’ultimo in particolar modo. Román Fiodórovich von Ungern Sternberg, nel cui nome e cognome c’è già tutta l’Europa e l’Asia messe assieme.

PFR: Di Ungern mi ha sempre colpito la dimensione magica. Quando ero adolescente avevo anche conosciuto personalmente Julius Evola che soleva dire di me scherzosamente: “Filippani è uno steineriano, ma ha il buon gusto di non farlo sapere!”. Cioè, voleva dire che ero “discepolo” del mago, del filosofo austriaco Rudolf Steiner. In effetti Evola ci azzeccò, soltanto che io non ero uno steineriano, anche perché Steiner era fondamentalmente un occultista. Tuttavia, mi interessava la sua linea di meditazione.

Steiner apparteneva a quella corrente di pensiero occulta che ebbe in Germania, dopo la guerra, una grande influenza. Era stato amico di Von Moltke e quando una volta nel 1915 fu in visita presso di lui al suo quartier generale, lo consigliò di non arrestare l’avanzata sul fronte occidentale, anche se i soldati avessero rischiato di crepare di fatica. Erano arrivati infatti a 50 kmda Parigi e riteneva che, se non si fossero arrestati, quella guerra, che rappresentava la morte della Europa, sarebbe cessata. Von Moltke, però, subì l’influenza del figlio del Kaiser che gli ordinò di fermare l’avanzata e che successivamente lo sostituì con un altro generale.

EDBB: E di Evola, cosa pensa?

PFR: Io l’ho già scritto nella mia introduzione alle opere di Evola, che dovrò tra l’altro celebrare nel congresso di Milano che si terrà tra il 27 e il 28 Novembre 1998. Conosco Evola su diversi piani. Ero inoltre fraterno amico di Massimo Scaligero che era il grande amico e il grandissimo avversario, dal punto di vista tecnico, di Evola.

Evola aveva un difetto terribile: era un mago nato. Nel senso che egli trasformava in esperienza quello che per gli altri erano puri e semplici filosofemi sui quali si può parlare fino all’infinito. Questa è stata la ragione per cui Evola è stato in guerra volontario a diciassette anni.

EDBB: Perchè Evola amava la Germania?

PFR: Mi è difficile risponderLe in poche parole poiché sono frenato dal fatto che sono un epigone di quell’epoca e di quella gente. Sono praticamente un individuo che a mala pena ha indossato una casacca per rincorrere il treno in partenza di quegli uomini.

EDBB: Dove ha incontrato per la prima volta Evola?

PFR: La prima volta nelle sue opere all’età di quattordici anni. In particolare lessi una sua opera fondamentale “Lo yoga della potenza” che ho praticato fino ai ventisette anni. Questo spiega anche le possibilità che avevo in guerra. Io percepivo gli elementi terrifici all’incontrario, come potenze scatenanti, quindi praticavo lo yoga, praticavo il tantra della mano sinistra insomma, stando in un campo di battaglia. Questo Le spiega tutto.

EDBB: Ma in Italia, lo frequentava all’Università o presso qualche caffè particolare?

PFR: Io Evola l’ho frequentato scarsamente, anche se per me è un personaggio meraviglioso che conosceva profondamente i suoi limiti ed anche il suo destino. Evola era l’uomo che avrebbe potuto risvegliare in Occidente la nuova filosofia. Tuttavia, gli mancava un punto essenziale: non aveva avuto contatti con la fraternità dei Rosacroce. Egli era un templare che andava cercando quello che aveva sotto il naso.

EDBB: Evola, un moderno templare?

PFR: Certo. Ho conosciuto anche il suo maestro Giovanni Colazza, una personalità straordinaria di cui nessuno sapeva. Era uno di quegli uomini occulti.

EDBB: Professore ha mai letto i libri di Leon Degrelle?

PFR: Sì ho letto parecchie cose di Degrelle, ma vede, Degrelle è un po’ distante dal mio spirito. A parte il fatto che lui in guerra si è comportato in modo meraviglioso, perché è un uomo politico.

EDBB: Professore, Lei ricorda qualche povero scrittore, intendo quegli scrittori che vivono solo con i propri scritti, magari legato alla sua Roma?

PFR: Il poeta Onofri. Arturo Onofri. Apparteneva alla mia stessa fratellanza, pur avendomi preceduto di parecchie lunghezze e di molto maggior valore. Anche Massimo Scaligero, mio amico fraterno.

EDBB: Quindi esistevano nella Roma di trenta, quarant’anni fa, questi personaggi solitari, disperati, come gli scrittori, come i poeti.

PFR: Sì, ma esistevano soprattutto delle scuole che possiamo dire magiche cui facevano capo dei medici eminenti come ad esempio Sebastiani, che era il segretario di Benito Mussolini. Cui facevano parte persone che erano al di là del visibile. Come ad esempio Ciro Formisano che ha resuscitato la sapienza pitagorica. C’era allora un’atmosfera straordinaria. Consideri anche Sibilla Aleramo, che credo sia stata anche l’amante di Julius Evola e di Massimo Scaligero. Questi rapporti, però, non si esaurivano solo nell’aspetto fisico, ma erano molto più profondi fatti da una generazione tempratasi nella Grande Guerra. Come quella di mio padre, arrivato in Italia dalla Patagonia per poter combattere e come lui tanti contadini italiani emigrati nelle campagne argentine che tornarono in Europa per l’Italia.

Pertanto, esisteva una fraternità chiamiamola di spiritualisti, che non si è mai più ricostituita. In questo senso Evola ha operato male, perché ha risvegliato una visione magica dell’esistenza che molti si illudono di seguire, ma in realtà seguono l’indagine riflessa di quella che è stata una esperienza magico-letteraria-guerresca-filosofico-scientifica.

EDBB: Lei, oggi, di fronte alla tomba di un soldato tedesco o di un soldato italiano, che cosa prova?

PFR: Quando entro in un cimitero, la prima cosa che faccio è quella di andare sulla tomba dei miei avversari. Poiché noi in guerra siamo assolutamente uguali. Apparteniamo a un esercito celeste, un esercito di gente per cui il combattimento è un’occasione di offerta. Noi siamo degli oblati.

A volte, comunque, mi reco al cimitero germanico di Pomezia sulla tomba di un granatiere delle Waffen SS chiamato Beck che io mi sono portato sulle spalle oramai cadavere.

EDBB: Ci racconta, per concludere questa intervista, qualche altro aneddoto della sua esperienza al fronte?

PFR: Un giorno incontrai un camerata tedesco delle SS, se ben ricordo aveva il grado di Capitano ed io quello Sottotenente. Vide sul mio braccio il distintivo di ardito italiano e mi chiese che cosa fosse. Glielo spiegai in tedesco. Allora mi rispose: “Voi siete quei diavoli che combattete con il pugnale? Non potete addestrare un gruppo di sette/nove uomini del battaglione per costituire un reparto d’élite tedesco?”. Battaglione a cui quello “Degli Oddi”(un gruppo sparuto di russi e la Xª MAS) era tra l’altro d’appoggio.

Gli risposi di sì e fu così che ci recammo al campo tedesco per cercare dei volontari. Il Capitano chiese se c’erano sette volontari che volevano imparare il combattimento corpo a corpo all’italiana. Si fecero avanti in sette ed incominciammo l’addestramento la notte stessa. Li portai su un sentiero segnato da due bende che indicavano che a destra e a sinistra c’erano le mine. Allora il nostro battaglione reggeva cinque chilometri di fronte, anche se in realtà una tale unità ha la forza per controllarne effettivamente seicento metri. Fu così che vennero impiegati i campi minati per creare una barriera difensiva per tutta la nostra unità. Li portai fuori, li feci strisciare nel fango con me. Tra di noi c’era una gioia grandissima, ci sembrava quasi di andarci a donare a una donna bellissima. Arrivammo a un reticolato e gli dissi: “Adesso guardate come faccio io”. Entrai nel centro di fuoco[2] americano e mi incominciai a muovere come se fossi “ubriaco”[3], mostrando così ai tedeschi come si effettua una assalto nella maniera degli arditi.

EDBB: Dopodichè?

PFR: Tornati al campo, i tedeschi presi dall’entusiasmo mi chiesero se volevo prendere Borgo Flora che era la cerniera tra i settori inglese e americano del fronte. Di fronte a questa cerniera c’erano i tedeschi e gli italiani “Degli Oddi”, un gruppo sparuto di russi e la Xª MAS. Dopo la Xª i paracadutisti. Mi è tanto spiaciuto non essermi arruolato nei paracadutisti, ma da ragazzo temevo di aver paura a lanciarmi con il paracadute. Comunque, dei soldati meravigliosi, come non ne conobbi mai più.

Purtroppo i tedeschi, maniaci della perfezione, una volta approvato il mio piano per prendere Borgo Flora, mi vollero far ripetere per la seconda volta l’esercitazione con cui simulavo l’assalto al borgo con il mio personale tedesco. Perdemmo così l’iniziativa e proprio quel giorno l’artiglieria anglo-americana iniziò a far fuoco contro le nostre postazioni.

NOTE


[1] Il berretto di pelliccia (NdA).

[2] Il centro di fuoco è l’insieme delle postazioni dipendenti da un unico comando di un settore difensivo (NdA).

[3] Probabilmente Pio Filippani Ronconi con questa espressione vuol indicare la tecnica conosciuta come “passo del fantasma”. Che consiste nel muoversi di notte, silenziosamente, controllando il terreno senza far rumore, ma sfruttandone gli appigli tattici.