Monte Jenca (12/05/2013) – recensione

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Recensione a cura di: www.georientamenti.org

Appuntamento: domenica mattina, ore sette. Ci si incontra sulla via Nomentana, poco prima del Grande Raccordo, ormai luogo fisso di ritrovo per organizzarsi con le macchine prima di un escursione. Imbocchiamo l’autostrada alla volta del Monte Jenca: 2208 metri d’altitudine nel cuore del Gran Sasso. Breve tappa all’autogrill per un caffè e per riunirci con il capoescursione di oggi e poi via verso il passo delle Capannelle, da dove si accede alla vetta attraverso un ascesa di 900 metri di dislivello circa. Siamo in sette e un po’ fuori allenamento, e per alcuni è la prima escursione dopo mesi. L’unico che sembra veramente in perfetta forma è il nostro compagno a quattrozampe, Lucio, entusiasta di poter godere del suo immenso parco giochi montano.
Zaini in spalla ci muoviamo per le 9:30 e il primo tratto ci mette subito a dura prova: una mulattiera tanto ripida che ci permette già dopo pochi minuti di coprire cento metri di dislivello. Lentamente però la pendenza si fa più dolce, lasciandoci le forze per guardarci intorno ed ammirare il paesaggio circostante: la mulattiera si inerpica tra boschi e ampie radure, dove la primavera accenna timidamente a manifestarsi , intimorita forse dalla neve che in certi punti ombreggiati ancora è presente. Lucio punta una preda e si fionda nel bosco mentre noi ci riposiamo in una bella e soleggiata radura. Il tempo sembra esserci favorevole, sebbene le nubi e il vento ci ricordano quanto il periodo di maggio possa essere imprevedibile. Superiamo la parte boscosa e continuiamo a salire lungo un pendio lieve, tra pascoli di cavalli selvatici e mucche. A dividerci dalle due vette in lontananza una enorme radura lussureggiante, come in bilico tra le pianure sottostanti, i centri abitati e i laghi di Campotosto e monte Gorzano.
Ci fermiamo al rifugio Panepucci, un vecchio hangar convertito risalente ai tempi in cui – in Italia – si progetta una cosa e si lascia a metà. Cominciamo ad essere un po’ preoccupati per Lucio che ancora non si fa vivo; fischiamo per richiamarlo, ma niente. Consci della sua capacità di ritrovarci ogni volta decidiamo di proseguire per ritrovarlo lungo la strada del ritorno. Raggiungiamo una sella con un panorama mozzafiato: a vista il Corno Grande e il Monte Corvo coperto da nebbie arcigne ci riporta alla mente avventure precedenti entrate ormai per sempre nei racconti e nelle leggende del nostro gruppo. Dietro di noi, lungo il crinale, un capriolo ci taglia la strada veloce come un fulmine. Superiamo una sassaia e poi infine, con mezz’ora di anticipo sull’orario suggeritoci dalla guida, raggiungiamo i fatidici 2208mslm.
La vetta del Monte Janca, sebbene non offra quella sensazione di tensione solitaria per la sua vicinanza con molte altre vette, dona un senso di continuità, difficilmente esprimibile a parole, ma che ti permette di vivere la montagna ogni volta in maniera sempre diversa.
Dopo le foto di rito sullo sfondo incredibilmente bello della conca dell’Aquila riscendiamo rapidamente giù verso valle. La scomparsa del cane desta qualche preoccupazione nel gruppo e soprattutto nel suo padrone, il che ci fa aumentare il passo. Una leggera pioggerella ci coglie verso gli ultimi tratti, quando gli ultimi di noi finalmente arrivano alle macchine e trovano il padrone con Lucio, visibilmente flemmatico, forse conscio della preoccupazione che ci ha fatto prendere o semplicemente stanco per aver corso troppo a lungo dietro a lepri e animali da bosco. Tiriamo un respiro di sollievo e ripensiamo alla piacevole giornata passata insieme, in mezzo alla natura meravigliosa dell’Appennino e ai meandri della nostra coscienza, nel silenzio dei sentieri in salita, dove la fatica acquieta il chiacchiericcio costante dell’Ego e stimola solo all’ascolto del nostro vero Sé.