Devianze del cinema moderno

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La scorsa domenica si è conclusa l’edizione 2013 del festival cinematografico di Cannes che ha proposto, come ormai accade sistematicamente in quasi ogni rassegna cinematografica, la sua buona dose di film dai contenuti deviati, dannosi o, nella migliore delle ipotesi, inutili: violenza gratuita, sangue (ad esempio “Borgman” di Van Warmerdam, un thriller che sconfina nell’horror, mostrando come “il male si insinui nella vita di ogni giorno, come si incarni in uomini e donne comuni, normali” – parole del regista -), sessualità invertita e degradata (“La vie d’Adèle” di Kechiche, ispirato ad un fumetto, racconta una passione lesbica in cui è protagonista una minorenne; “Jeune ed jolie” di Ozon mostra una ragazza che si prostituisce per puro piacere; “Behind the candelabra” di Soderbergh narra la storia del pianista omosessuale Liberace e del suo autista-amante, ecc.), il tedio insopportabile della vita della gioventù odierna (“The bling Ring” di Sofia Coppola mostra una gang di annoiate ragazzine americane che passano il loro tempo a svaligiare le ville delle star a Los Angeles per comprarsi abiti griffati -fatto realmente accaduto-), e tanto altro ancora.

La palma della vittoria se la sono giocata, guarda caso, i due film incentrati sull’ossessivo tema dell’omosessualità, una delle armi più efficaci con cui la Sovversione sta lanciando l’offensiva finale al mondo della Tradizione. Ha vinto, fra la gioia di tutti, il voyeuristico lesbismo de “La vie d’Adèle”, che ovviamente raggiungerà presto le sale cinematografiche pubbliche, insieme agli altri film. Immaginiamo con quali risultati sulla psiche di chi avrà il piacere di vederli.

E’ significativo vedere come la letteratura, la cinematografia e più in generale gli ambiti “culturali” moderni contribuiscano ad aggravare pesantemente la situazione in cui si trova oggi l’uomo. E’ facile verificare come la stragrande maggioranza dei cosiddetti “intellettuali” (registi, attori, scrittori, professori, filosofi, ecc.), da diversi decenni a questa parte, siano ormai prevalentemente di sinistra (e l’aspetto ideologico spesso e volentieri emerge, in modo più o meno esplicito, nelle loro “opere”), o comunque intrisi di un radicato ed aggressivo pensiero materialistico ed antitradizionale. I vari esponenti di questo pensiero unico moderno hanno lentamente occupato tutti gli ambiti della cosiddetta “cultura”, onde esercitare una vera e propria egemonia e guidare le masse alla “liberazione”: i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Tanto per limitarci alla cinematografia, che ha un impatto diretto enorme sulla psiche delle persone, assistiamo al fenomeno del dominio assoluto ed incontrastato di pericolosi registi, attori-registi e registi-sceneggiatori, che spesso riversano nelle loro pellicole le proprie psicosi, manie e perversioni più o meno latenti, i propri disagi esistenziali o le proprie visioni sovversive e sempre più spesso demoniache, ma che vengono unanimemente elevati al rango di “artisti”, “maestri”, grandi figure intellettuali, punti di riferimento.

Sono anche questi i nuovi “miti” dell’epoca moderna, veri e propri strumenti, potenzialmente letali, nelle mani delle forze della sovversione, in grado di trascinare nella loro rete centinaia di persone: gli stessi attori, tutti i tecnici che contribuiscono alla realizzazione dei film (non esclusi gli stessi doppiatori) e, infine, gli spettatori ignari, che rischiano sempre più di rimanere plagiati, influenzati o  comunque disturbati (e si tratta di effetti che possono manifestarsi in diversi modi, più o meno esteriori, ed anche a distanza di tempo) dalla loro forte ed egocentrica personalità e dalla fortissima carica negativa proveniente dalle loro pellicole malate.

Ed eccoci così allo scempio di certo cinema moderno e contemporaneo, intriso del solito, ormai ripetitivo, ma proprio per questo necessariamente sempre più estremo e perverso cocktail di sesso, droga e violenza, che nell’intenzione dei “maestri” dovrebbe avere finalità didascaliche se non addirittura catartiche, mettendo in luce le ipocrisie della società borghese, le problematiche dell’uomo, magari “liberando” le energie represse degli individui, ma che invece genera dei contro-effetti pericolosissimi. Gli spettatori vedono riflesse in certe pellicole, con la potenza derivata dall’unione di immagini, parole, recitazione e musica, una sorta di proiezione di una dimensione onirico-psicotica (che però viene spacciata per reale) alterata e caricata di effetti perversi e degenerati, che provoca danni irrimediabili nelle menti più fragili, o perché tali in partenza, o perché indotte dalla situazione attuale delle società (anche considerando la debolezza mentale media delle persone nell’epoca odierna), scatenando demoni, pensieri e perversioni che altrimenti potrebbero rimanere latenti o emergere in forme minori. E nelle menti più salde, l’effetto è frequentemente quello del fastidio, del disagio, del disgusto, del senso di disarmonia, del trovarsi di fronte a qualcosa di deviato, di demoniaco. Le menti degli pseudointellettuali, spesso, sembrano rimanere apparentemente intatte, poiché la forza del loro ego smisurato ed autoreferenziale oscura e nasconde gli effetti più immediati. Anche nel loro caso, però, di frequente rimangono impronte più o meno incisive, in grado di produrre conseguenze magari in ambiti e tempi diversi.

L’incapacità di conciliare istinto animale e coscienza superiore dell’uomo (la regressione catagogica dell’uomo materializzato), una stanca, apatica, asettica e neutralizzata sessualità consumistica, la presunta ipocrisia del matrimonio come orpello borghese, la violenza come metafora del disagio esistenziale e altre tematiche del genere, vengono rese assolute nel momento in cui le si propone in modo estremizzato e quasi archetipico, poiché ad esse non s’accompagna alcuna reale spiegazione né soluzione (si pensi, a titolo esemplificativo, ai celeberrimi “Arancia meccanica” o “Eyes wide shut” di Stanley Kubrick, uno dei precursori e dei punti di riferimento di molti registi odierni di questo tipo). Lo spettatore qualunque, l’uomo medio, non può comprendere, né può percepire con mente stabile ciò che gli viene mostrato, poiché non è nella condizione di farlo né, eventualmente, di poter “sperimentare” e testare se stesso (ammesso che sia opportuno farlo – eventualmente solo con i film più accettabili e meno estremi – e che lo sia per tutti), come potrebbe fare ipoteticamente l’uomo differenziato in grado di “cavalcare la tigre”, per rifarci all’insegnamento evoliano.

Con la scusa di voler rappresentare il mondo, le sue ipocrisie e le sue reali perversioni, non si fa altro che aprire nuove vie lungo la strada che conduce alla fine, in un’epoca in cui il dato spirituale e tradizionale si è quasi totalmente occultato ed in cui, perciò, nel regno del materialismo, non esistono argini sufficientemente forti per frenare, a livello collettivo, il crollo in atto. Non essendo più palesi e comprensibili in via esteriore le radici reali della parte negativa dell’essere umano e del suo declino, questi “artisti-strumento” nelle mani della sovversione cercano di estrapolare e di assolutizzare il male, arricchendolo con le proprie psicosi personali, e proponendolo infine come “opera d’arte” al pubblico, stimolando in esso ulteriori effetti a catena e contribuendo all’ulteriore sviluppo di quella dimensione perversa e devastante. Sono in effetti frequentissimi i casi in cui registi-sceneggiatori riversano sulla pellicola le proprie nevrosi, le proprie depressioni, le proprie ossessioni, le proprie concezioni deliranti, pretendendo di imporle alla vista degli altri per esorcizzarle, in una sorta di seduta psicanalitico-demoniaca di massa. E ciò, non si sa bene in virtù di quale folle assunto, andrebbe spacciato come “arte”.

Tutto questo si aggancia a quanto si diceva circa il fatto che il perverso cocktail di sesso, droga e violenza, proprio perché ripetitivo, in un’ottica di accelerazione dei processi sovversivi, deve presentarsi necessariamente come sempre più estremo: e infatti ormai, con l’avvento ed il consolidamento nel tempo di correnti derivate dal vecchio cinema horror, quali il “body horror” o il “torture porn”, si è giunti da parte di certi registi capiscuola e dei loro fedeli epigoni (David Cronenberg, David Lynch, Pascal Laugier, Lars Von Trier, ecc.) a livelli di perversione inimmaginabile, con rappresentazioni di deformità fisiche, malattie deturpanti, mutilazioni, autolesionismo, sadomasochismo, pornografia, sessualità animalesca, tellurica, istintuale, degenerazione mentale, tratti grotteschi, surrealistici, allucinati, post-espressionistici. Dinnanzi a tutto questo, l’ignaro e sconvolto spettatore dovrebbe, non si sa bene come e perché, cogliere presunti significativi “allegorici”.

E’ da notare, peraltro, come molte delle “crimes-series” americane che hanno invaso le programmazioni televisive europee da tempo, risentano da qualche anno di una tendenza alla mostra morbosa, insistita e dettagliata di cadaveri, autopsie, ossa e simili, una tendenza probabilmente derivata proprio dal voyeurismo psicotico del “body horror”.

Un significativa curiosità: l’ultimo terribile film porno-psichiatrico di Lars Von Trier, “The Nymphomaniac”, spasmodicamente atteso da tutti gli addetti ai lavori e fans del regista, non verrà presentato quest’anno a Cannes per un “piccolo problema” in cui Von Trier è incappato due anni fa, quando proprio alla Croisette si lasciò andare ad un delirante monologo in cui citò anche Hitler e gli ebrei, con frasi sconnesse che mostravano l’evidente instabilità del “maestro”. Questo fatto, e non di certo il livello estremo di pervertimento e di devianza del suo cinema, gli è costato questo periodo di quarantena: questo è un altro degli esempi di quale sia il livello di ipocrisia e di rovesciamento della realtà in cui ci troviamo a vivere.

Paolo G.