Il loro viso. Il loro cattivo gioco.

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L’Europa fa da paciere per la situazione siriana: buonismo, pacifismo di facciata, solidarietà declamata ovunque. Però, sia ben inteso, ogni stato europeo resta libero di finanziare e fornire armi ai ribelli siriani. Nel senso: “va bene che voglio la pace, ma prima Assad faccia la fine di Saddam, Gheddafi e tutti gli altri…”.

(Repubblica.it) – L’Europa si affida a un compromesso, che di fatto rappresenta un rinvio, per venire a capo delle sue divisioni interne sulle sanzioni alla Siria in scadenza il primo giugno. Sanzioni rinnovate, ma non per il capitolo più importante, quello delle armi ai ribelli anti-Assad, lasciato alla libera decisione dei singoli Stati, salvo l’impegno a non fornire attrezzature militari almeno fino ad agosto, ossia fino a quando non sarà chiaro l’esito dello sforzo di Usa e Russia per una nuova conferenza di pace da tenersi, secondo le intenzioni, a Ginevra.

Una scelta che in ogni caso irrita il regime di Damasco: “La decisione dell’Ue” di togliere l’embargo sulle armi ai ribelli siriani “costituisce un ostacolo agli sforzi internazionali per raggiungere una soluzione politica della crisi siriana”, è stato il commento diffuso in un comunicato dall’agenzia governativa Sana.

Dopo quasi 13 ore di faticoso negoziato tra i ministri degli Esteri riuniti a Bruxelles, Catherine Ashton fa sapere che la contrastatissima questione dell’invio di armamenti agli insorti esce in fin dei conti dal pacchetto di sanzioni condivise. La Gran Bretagna, schierata per la ‘linea dura’, esulta per bocca del ministro William Hague, affermando di ritenere esaurito l’embargo sul materiale bellico agli insorti. Ma Ashton precisa che fino ad agosto c’è l’impegno di tutti a non sbloccare alcuna fornitura concreta. E lo stesso Hague conferma che Londra non ha piani in questo senso almeno “nell’immediato”.

A Parigi, nel frattempo, si sono incontrati il segretario di Stato Usa John Kerry e il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov per mettere a fuoco Ginevra 2. Una sfida “non da poco”, ha riconosciuto il capo della diplomazia del Cremlino, dopo che Kerry aveva comunque parlato di sintonia fra Washington e Mosca sull’obiettivo di un “governo di transizione” a Damasco “fondato sul reciproco consenso”. E manifestato un ‘intesa pure sulla volonta’ di “opporsi con molta forza” all’eventuale uso di armi chimiche, se suffragato da “prove certe”: uno spettro che sembra peraltro trovare ogni giorno nuovi riscontri.

Insoddisfatti i ribelli siriani, secondo i quali la revoca dell’embargo Ue sulle armi è una mossa tardiva e insufficiente. “Si sarebbe voluto che una decisione simile venisse presa prima. Ora si spera che sia una cosa concreta e non siano soltanto parole”, afferma in un comunicato Kassem Saadeddine, portavoce dell’Esercito siriano libero.

A Istanbul, dopo cinque giorni di trattative, i rappresentanti dell’opposizione siriana non hanno trovato un accordo su chi dovrà sedersi al tavolo della conferenza di pace che si dovrebbe tenere il prossimo mese. “Notizie non buone”, come ha sottolineato il ministro degli Esteri italiano Emma Bonino, poiché i contrasti nella coalizione anti-Assad danno voce ai dubbi sulla possibilità di avere garanzie sui reali destinatari finali delle armi.

Nonostante la decisione della Ue non trovi attuazione immediata, da Mosca arrivano critiche: “E’ un danno diretto alla prospettiva di organizzare la conferenza internazionale e un esempio di doppi standard”, ha commentato il vice ministro degli esteri russo Andrei Riabkov.

Le notizie dal fronte diplomatico fanno da contraltare a quelle dal campo, che continuano a registrare combattimenti e vittime. E il conflitto contagia il Libano. Tre soldati libanesi sono stati uccisi nella notte da gruppi armati ad Arsal, nell’est, vicino alla frontiera con la Siria.