Egitto: quale futuro?

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Un altro passo verso il totalitarismo globalizzato è stato fatto utilizzando l’Egitto come cavia della sporca guerra intelligente portata avanti dall’elite mondialista.
I media occidentali ci hanno riportato i fatti accaduti in Egitto in un tono molto edulcorato, quasi da “rivoluzione di velluto”, soffermandosi più sulle efferatezze della piazza che non sui meccanismi che stanno dietro a questa crisi. In effetti, scaduto l’ultimatum il presidente Morsi è stato arrestato e si trova ora agli arresti domiciliari con buona pace delle donne stuprate durante i cortei dei rivoltosi, delle chiese copte date alle fiamme e degli spari sulla folla di dimostranti appartenenti ai Fratelli Musulmani per mano dell’esercito.
Lungi da noi una difesa di Morsi e dei Fratelli Musulmani, il loro ruolo è stato molto ambiguo e soprattutto non è l’oggetto di questa analisi.
Ciò su cui invece vorremmo porre l’accento è come in un Paese importante dello scacchiere mondiale sia avvenuto un fatto della massima importanza. Non si tratta del secondo colpo di stato in tre anni in sè per sè, ma bensì di un colpo di stato attuato dai militari per destituire il primo presidente eletto con sistema democratico nel Paese delle piramidi.
Tutte le costituzioni democratiche, infatti, recitano che il potere appartiene al popolo che lo esercita per mezzo del voto. Se ne deduce che Morsi avrebbe potuto essere rimosso solo al prossimo turno elettorale. Ma il fatto che tutte le democrazie occidentali abbiano chiuso un occhio, quando non direttamente benedetto il golpe militare, come fatto dall’Unione Europea, la dice lunga sull’obiettivo dell’azione.
Solo la Gran Bretagna ha espresso dubbi sul metodo attuato, affiancata in ciò dalla Turchia che ha usato toni molto più decisi poiché il premier si trova in una posizione di netta difficoltà, anch’egli assediato dal suo popolo aizzato da agenti stranieri.
Questo significa che da domani nessun governo di nessun Paese “democratico” (le virgolette a questo punto sono d’obbligo) può dormire sonni tranquilli in quanto, in qualunque momento, può essere rimosso ed i suoi membri arrestati e processati.
Con l’avanzare – anche in Europa – alle urne di partiti “anti-sistema” si è voluta provare la soluzione studiata a tavolino e al contempo lanciare un messaggio: “Attenzione, quand’anche capitasse che vinciate le elezioni democraticamente, in qualunque momento siamo pronti a destituirvi strumentalizzando la massa“. Cittadini avvisati.

(Corriere.it) – Ziad Bahaa El-Din potrebbe essere il nuovo premier egiziano. L’economista socialdemocratico è stato indicato dalla tv come il probabile nuovo premier ad interim. Secondo quanto ha riferito un portavoce della presidenza, il premio Nobel El Baradei, il cui nome era emerso come possibile premier, sarà invece nominato vice presidente ad interim. El-Din, avvocato laureato a Oxford, è stato a capo dell’authority finanziaria egiziana negli anni del regime di Hosni Mubarak durante il periodo di liberalizzazione economica, ma si è dimesso prima che Mubarak venisse deposto. Ma nella notte tra domenica e lunedì è arrivato un nuovo stop dei salafiti che bocciano la proposta di El-Din premier e El Baradei vice.

SCONTRI – Intanto la tensione sale in tutto l’Egitto. Aumenta il numero delle vittime degli scontri. All’alba di lunedì i dimostranti pro-Morsi sono stati attaccati dalle Forze dell’ordine con armi da fuoco. Secondo il portavoce del partito Libertà e giustizia Murad Ali, le vittime sarebbero 34. Invece, il portavoce dei Fratelli musulmani Ahmed Aref parla di 16 morti e un centinaio di feriti. Domenica, un soldato è stato ucciso da uomini armati a El Erish, nel nord Sinai. Mentre le forze di sicurezza egiziane sono entrate nella redazione del Cairo di Al Jazeera. Lo ha riferito la stessa emittente. Il capo della redazione è stato fermato per essere interrogato ed è stato poi rilasciato. Nelle piazze si temono violenze tra sostenitori e oppositori del deposto presidente Mohamed Morsi. A due giorni dai violenti scontri di piazza al Cairo, con oltre 50 morti, anche domenica la capitale è ritornata ad essere teatro di raduni e manifestazioni di migliaia di partigiani degli opposti schieramenti. La maggior parte delle strade della metropoli sul Nilo restano deserte con i negozi chiusi, nel timore di nuovi scontri o violenze. Venerdì 5 soldati egiziani erano stati uccisi nell’assalto al palazzo del governatore su cui poi fu innalzata la bandiera di miliziani islamisti.

CASO «AL JAZEERA» – Il procuratore generale Hamdy Mansour, vicino al deposto presidente Fratello Musulmano Mohamed Morsi ha ordinato una perquisizione nella sede cairota di Al Jazira e il fermo del direttore Abdel Fattah Fayed e di altre 28 persone dello staff impiegate nelle emissioni internazionali e in quelle del canale locale Al Jazira Mubasher Misr. Il procuratore ha accusato l’emittente di aver trasmesso materiale che incitava alla violenza in occasione della decisione dei militari di deporre Morsi, oltre che di operare senza permesso, dopo che già durante la transizione dal regime di Mubarak all’elezione di Morsi il Consiglio Supremo delle Forze Armate aveva chiuso la sede della tv. Nel frattempo, sono stati chiusi anche numerosi altri canali tv che appoggiano la permanenza di Morsi alla presidenza della repubblica.

ESPLOSIONE – La giornata di domenica si era avviata con la notizia di un’esplosione di natura incerta che ha colpito un gasdotto, che collega l’Egitto alla Giordania, nella penisola egiziana del Sinai, teatro di recenti attacchi terroristici. L’esplosione è avvenuta in piena notte. Non è chiaro se si sia trattato di un incidente o di un attentato. Il gasdotto, che trasporta gas verso la Giordania, è stato attaccato almeno una decina di volte dalla caduta del rais egiziano Hosni Mubarak nel 2011.

POSIZIONI INTERNAZIONALI – Gli Stati Uniti non sostengono né sono allineati con nessun particolare partito politico o gruppo in Egitto, chiarisce il presidente Usa Barack Obama, condannando di nuovo le violenze avvenute in questi giorni in Egitto. «Gli Stati Uniti respingono categoricamente le false affermazioni diffuse da alcuni, secondo cui stiamo lavorando con specifici partiti politici o movimenti per dettare come dovrebbe procedere la transizione dell’Egitto» si legge in un comunicato della Casa Bianca. «Gli eventi che hanno portato l’esercito egiziano a destituire il presidente Mohamed Morsi hanno messo le forze armate di fronte a una semplice scelta: intervento o caos» scrive invece l’ex premier britannico e inviato speciale del Quartetto per il Medio Oriente, Tony Blair, sulle pagine del domenicale The Observer. Secondo Blair, i Fratelli musulmani sono stati «incapaci di diventare un gruppo dirigente e sono rimasti un movimento d’opposizione». Per il presidente russo Vladimir Putin, citato dall’agenzia di stampa statale Ria-Novosti, l’Egitto sta scivolando verso la guerra civile e rischia di fare la stessa fine di un altro Paese della regione, la Siria. Quest’ultima «si trova già nella morsa della guerra civile», ammonisce il leader del Cremlino, «e l’Egitto sta procedendo nella medesima direzione». Dall’Italia, infine, il ministro degli Esteri Emma Bonino ribadisce che l’unica via d’uscita rimane un «processo politico inclusivo e aperto alla concreta partecipazione di tutte le forze politiche».