Campo di Formazione Tradizionale 2013 – recensione

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L’anno scorso ospitammo la riflessione di un militante di RAIDO raccolta a margine dell’edizione 2012 del “Campo di Formazione Tradizionale” organizzato ogni anno ai piedi dell’Etna. Questa volta, invece, diamo spazio ai pensieri e alle righe di un camerata che, pur non appartenendo a nessuna comunità, ha partecipato quest’anno al Campo del ‘Fronte della Tradizione’, insieme a tanti singoli, amici e simpatizzanti, che insieme a lui hanno trascorso così una settimana fianco a fianco, ospiti della magnifica comunità di Heliodromos. Anche quest’anno ci siamo ritrovati fianco a fianco con comunità e singoli provenienti da più parti d’Italia, tutti impegnati per la costruzione del ‘Fronte della Tradizione’, e su questo schierati.

E’ questo il problema delle vacanze: sono poche. Allora bisogna scegliere, ed è proprio questo che ho fatto. Da una parte una settimana al mare, con gli amici di una vita, le serate, fare tardi, ragazze e “movida”. Dall’altra un invito ‘diverso’: alzarsi presto, lavorare sodo, alloggi spartani e una montagna (sacra) da scalare.

Ci penso un po’. Poco. Poi scelgo di partire per il “Campo di Formazione Tradizionale”. Un nome impegnativo, e una storia importante (a quel che mi dicono è dal 1979 che se ne fa uno ogni anno…!). Sarò all’altezza? Che devo aspettarmi? Non lo so, ma sento che voglio, devo, cogliere quest’occasione. Al massimo, avrò una storia strana da raccontare al mio ritorno.

Il viaggio comincia molto prima della partenza. Perché devo dotarmi dell’attrezzatura giusta: zaino, scarponi, e tutto il materiale che normalmente sotto l’ombrellone non ti serve. Il consiglio sapiente dei camerati più grandi è prezioso, la loro generosità nel prestarmi quel che possono è fantastica.

Arrivato non mi sento fuori luogo neanche per i primi 10 secondi. E’ tutto un presentarsi, guardandosi negli occhi. Poi gli alloggi. Spartani. Non siamo qui per fare un corso di “sopravvivenza” ma, per farci bastare quel che serve. Mi sistemo in una “buca” (una sorta di stanza interrata) con altri tre camerati. Non li conosco, ma l’imbarazzo dura il tempo di far schioccare l’uno contro l’altro i nostri avambracci.

Ci si sveglia presto. Alle 5.30 siamo tutti in piedi. Il tempo per sciacquarsi il viso e ci si schiera, verso Nord, per l’alzabandiera del Campo. Davanti a noi sta l’Etna, maestoso, che sembra darci il buongiorno sbuffando zolfo nella nostra direzione ed il sole che sorge.

Qui non c’è mamma che ti porta il caffelatte, né i cornetti fragranti della pubblicità. La colazione serve a caricare le energie, perché si comincia subito a lavorare. Qui il “lavoro” assomiglia tanto alla nozione che ne ha dato Ernst Junger ne “L’Operaio”. Qui siamo operai, “militi del lavoro”, non intesi come lavoratori, ma come persone per cui non conta cosa fa, ma come lo fa. Per questo non fa differenza se vieni assegnato alla corvè in cucina, o a disboscare una schiera infinita di alberi e piante infestanti; se devi scavare nel terreno o mettere la rete: conta la tua predisposizione d’animo, la tua militia. E’ tutta una questione di donarsi.

Ognuno appartiene ad una squadra, ed ogni squadra ha un capo. Vedo ragazzi di poco più di vent’anni “comandare” persone che hanno passato la trentina o coi capelli bianchi. Da quel che ho sempre visto, nella mia esperienza, ha sempre comandato il più vecchio, che non sempre era però quello più “bravo”. Comincio a capire meglio il senso della parola “gerarchia”, mentre i giorni passano ed io osservo silenziosamente.

Arriva così l’agognata ascesa al cratere del monte-vulcano Etna. Si parte da meno di 1000mt e bisogna arrivare a 3300mt. “Chi non se la sente lo dica subito”, mi viene detto. Non si scherza. Io non so se ho le gambe e i polmoni di chi ce la può fare, ma sento che voglio, devo, riuscirci. Il richiamo è troppo forte, magnetico. Non è per paura di fare figuracce con gli altri, o per vanità.

Ma l’Etna non si vuol far vincere così facilmente. Dopo una prima (ed unica!) sosta a circa 1900mt, giusto per riprendere fiato, si riparte. Addento voracemente parte della magra dotazione che ci è stata messa a disposizione: Dio quanto è buona una semplice pera a questa altezza! Quel poco che ci hanno dato da mangiare fa parte della nostra ascesa/ascesi: metter da parte il fisico per liberare il cuore, annientando quell’infame “vocina” che, martellandoti in testa, ti fa pesare il piede cento volte di più.

Purtroppo il cambio di direzione di vento ci ferma. Siamo a circa 2600mt quando le esalazione di zolfo diventano insostenibili e pericolose per il proseguimento, tanto più che avremmo dovuto fare un campo base a 3000mt circa: forse l’indomani non ci saremmo proprio svegliati! Nessun problema nel voltare le spalle alla vetta e cominciare la discesa, perché in cuor mio so già che è un ‘arrivederci’…

Finalmente capisco il senso di quei drappi. Ogni squadra ne ha uno, anche la mia. Oggi cominciano i “Ludi et Victoria”, due giorni di prove fisiche con una cerimonia di premiazione finale. In palio un drappo particolare, che nessuno ha ricevuto: quello con l’alloro. E allora “giù botte” (nel vero senso della parola), perché ne volano di ogni nelle prove di mischia e in quelle di lotta, ma il collo piegato e il corpo pieno di lividi e graffi torna come nuovo quando l’abbraccio dell’avversario, del camerata, sancisce con un sorriso la tua o la sua vittoria, strappata sempre con lealtà e forza. E poi maratona e tiro alla fune a squadre, insomma: siamo un tutt’uno e nessuno sembra voglia cedere così facilmente.

Noi non abbiamo vinto, ma non importa. Qui mi sembra si faccia a gara a chi applaude di più lo sconfitto, che si è “battuto” con onore, che il vincitore il quale, pure, raccoglie il meritato plauso degli altri. Non è il decoubertiano, vile, monito del “ciò che conta non è vincere, ma partecipare”. Affatto.

Mi accorgo che dormo bene qui, nel mio letto. Magari è pieno di polvere, e scomodo, ma qui dormo profondamente, placidamente. Non mi fermo un momento, è vero, perché nei momenti di riposo magari segui una conferenza con relatori d’eccezione (alcuni dei quali a me ignoti, confesso!) come Antonio Medrano, Pietrangelo Buttafuoco o Enzo Iurato. Ma soprattutto perché sono sereno, centrato su me stesso, non incalzato dal dover fare tutto in un’ora, allineato col ciclo del giorno. E chi se ne frega se la sera alle 22, mentre gli altri camerati cantano a squarciagola, complice il vino e magari le botte del pomeriggio, a stento tengo gli occhi aperti.

E’ l’ultimo giorno. Si smonta tutto e si sistema quel che ci occorrerà per l’anno prossimo. Sono un po’ triste, lo confesso. Ma questo, mi dicono, non è un eremo dove rinchiudersi e, lo devo ammettere, la tentazione è grande pensando alla mia giornata-tipo. Qui, se ho davvero imparato qualcosa, devo tornare a casa, ed esportare lì, dove vivo, studio, lavoro, la stessa tensione che ho appreso qui. La stessa mentalità offensiva, comunitaria, disciplinata che mi hanno e che mi sono poi imposto. Senza rigidità, senza i facili duropurismi che mi hanno insegnato da ragazzino: contano solo i fatti e la tenuta nel tempo. Chissà che un altro anno non scelga nuovamente la dura terra etnea alla soffice spiaggia di qualche località alla moda…