8 Settembre 1943

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Come ogni anno ci approssimiamo alla data che vide nel 1943, anche se annunciato, il clamoroso voltafaccia dell’Italia durante la Seconda Guerra Mondiale. Le istituzioni democratiche salutano come sempre la ricorrenza, richiamando il popolo attraverso i soliti comunicati e le solite messe in scena agli immor(t)ali valori della Resistenza e dell’Antifascismo.

Mentre tutti sono impegnati ad esaltare quello che di fatto fu un capolavoro di viltà e di tradimento, noi vorremmo analizzare le cause, che portarono l’Italia, allora una potenza regionale ed una delle più importanti nazioni al mondo, ad intraprendere una guerra di tale portata nell’improvvisazione e nell’impreparazione più assolute e ad uscire dal conflitto in maniera tanto ignobile.

Come è noto, l’Italia fascista dal maggio del 1939 era unita alla Germania nazionalsocialista da un trattato di alleanza, il Patto di Acciaio, che obbligava i due contraenti a intervenire in guerra a fianco dell’alleato. Mentre la retorica antifascista addita tale patto come l’ennesima prova dell’imperialismo e dell’aggressività dei due regimi, noi sappiamo che già da tempo le democrazie liberal-capitaliste occidentali, in primo luogo Regno Unito e Francia erano attivamente schierate contro i due paesi, dei quali temevano non tanto la potenza quanto l’attitudine spiccatamente anti-capitalista e anti-democratica. Basti pensare all’atteggiamento degli occidentali durante la Guerra di Etiopia (1936) e la Guerra civile Spagnola (1936-1939), durante le quali i regimi fascisti furono apertamente e aspramente condannati. Nel primo caso si rimproverava agli italiani di aver ingiustamente sottratto agli Etiopi la loro terra (n.b. Francia e Inghilterra erano all’epoca i due più grandi imperi coloniali al mondo), mentre nel secondo gli italo-tedeschi erano accusati di aver illegittimamente interferito con gli affari interni di un paese straniero (… ma rifornimenti di uomini, armi ed equipaggiamenti affluivano puntualmente ai nemici di Franco attraverso la frontiera francese e dai porti nel Mediterraneo su navi sovietiche). Fu in questa condizione che Italia e Germania formarono un’alleanza, per difendersi dall’aggressiva coalizione antifascista che si era costituita in Europa.

In tale contesto, vista l’impossibilità di arginare l’ascesa dei paesi fascisti sul piano politico e diplomatico, era inevitabile che, messa da parte l’ipocrita e vile retorica pacifista, le nazioni occidentali decidessero per un intervento armato contro i due alleati. Il pretesto per tale intervento è l’invasione tedesca della Polonia, che incoraggiata dalle promesse di protezione anglo-francesi, si ostinava a non voler restituire Danzica (… una città tedesca ingiustamente assegnata ai polacchi al termine della Grande Guerra).

Non solo nell’arco dei trenta giorni della campagna di Polonia gli inglesi e i francesi non invieranno neppure un uomo in aiuto del loro alleato, che avevano giurato di difendere, ma lasceranno mano libera alla Russia sovietica, per invadere e sottomettere la metà orientale della nazione…

Eppure, gia da ora iniziano le prime avvisaglie di quello che sarebbe accaduto l’ 8 settembre del 1943 con l’armistizio e il tradimento italiano. Mentre la Germania era aggredita dalle potenze straniere (infatti, furono Francia e Inghilterra a dichiarare guerra ai tedeschi dopo l’attacco alla Polonia nel 1939), gli italiani, che in base al Patto d’Acciaio avrebbero dovuto intervenire in difesa del loro alleato, fanno sapere di non essere intenzionati a scendere in campo. Nel partito fascista e nel governo esisteva, infatti, una forte corrente anti-tedesca, formata per lo più da opportunisti e da appartenenti ad ambienti legati all’industria, alla monarchia e alla massoneria, i quali in combutta con le istituzioni massonico-mondialiste internazionali, spingevano per tenere l’Italia fuori dalla guerra.

La situazione assume però una piega del tutto imprevista. I tedeschi, dopo aver ultimato la conquista della Polonia, occupano quasi senza sforzo Danimarca e Norvegia e nel maggio del 1940 travolgono la Francia con la loro guerra-lampo. A questo punto, vedendo prossimo il crollo dello schieramento democratico, gli stessi che pochi mesi prima avevano premuto per il non intervento ora vedono una clamorosa opportunità. Sperano di accontentare amici e nemici, dichiarando la guerra senza farla e, schierano l’Italia in prima linea, senza che l’industria e le forze armate siano minimamente preparate al confronto internazionale. La fine della guerra sembra ormai prossima, infatti, l’Inghilterra da sola non è in grado di contrastare la forza dell’Asse, è assediata e aggredita su tutti i fronti l’isola e sarà costretta a cedere.

Ed è proprio a questo punto che la miserabile opera dei traditori inizia a corrodere la solidità e la compattezza del nostro schieramento. L’ingresso in guerra dell’Italia, anziché imprimere una svolta decisiva al conflitto (come avrebbe benissimo potuto essere) regala agli Alleati le loro prime vittorie. Gli alti comandi dell’esercito e soprattutto della marina sono infatti disseminati di ufficiali ostili al regime e notoriamente filo-monarchici e filo-britannici. Costoro hanno il preciso obiettivo di condurre le forze armate italiane al disastro, come avviene per tutta la durata della guerra. La X armata italiana viene catturata quasi al completo in Libia; Malta la principale roccaforte inglese non viene occupata, sebbene sia praticamente sguarnita; Taranto la principale base della marina militare viene attaccata ed espugnata da una piccola forza Inglese, mentre le difese italiane non sparano un solo colpo e via discorrendo.

Mentre al fronte i nostri soldati sono lasciati in balia di questi traditori, che per altro in patria vengono riconosciuti come valorosi e brillanti ufficiali, in Italia gli industriali, i medesimi che sostenevano la non belligeranza, si godono i profitti della guerra, infatti, le forniture belliche sono scientemente mantenute su livelli obsoleti, perchè la modernizzazione della produzione avrebbe rappresentato un costo aggiuntivo per l’industria.

I nostri soldati sono così mandati a combattere su carri armati che non riescono a perforare le corazze nemiche e su aerei con motori privi di filtri per la sabbia. La Marina dal canto suo non è da meno.  Durante la famosa “Battaglia dei convogli”, tra il ‘40 e il ’43, che vide contrapposte le forze aero-navali dell’Asse e degli Alleati, che rifornivano le rispettive truppe in Nord Africa, gli Alti Comandi della nostra flotta, sebbene potessero disporre della quarta marina più potente al mondo, inferiore soltanto alla statunitense, alla giapponese e alla britannica (tra l’altro dispersa su una varietà di scacchieri), non solo cedono costantemente informazioni al nemico (… gran parte degli ammiragli italiani è sposato o imparentato con donne inglesi o americane), ma muovono la flotta navale con una logica ben precisa, volta al temporeggiamento e poi alla distruzione o alla resa di navi e uomini. Quando la superiorità inglese è evidente gettano i convogli in bocca al nemico, quando il nemico è in netta inferiorità ritirano le loro navi, con la scusa di non voler consumare carburante e di non mettere in pericolo le loro unità, lasciando campo libero. La Marina, che avrebbe potuto imprimere una svolta decisiva alla nostra guerra, è così resa totalmente inoffensiva.

Il seguito di queste vicende è gia noto. Nel 1943, mentre la guerra volge complessivamente a sfavore dell’Asse (controffensiva sovietica sul fronte orientale, vittorie aero-navali americane nel Pacifico e conquista del Nord Africa da parte degli anglo-americani), si consumano gli atti finali della farsa italiana. L’isola di Pantelleria roccaforte italiana nel Mediterraneo, presidiata da 12.000 uomini al comando (…tanto per cambiare di un ammiraglio), si arrende senza combattere (sconfortante il confronto con Iwo Jima, primo lembo di terra giapponese invaso dagli americani, dove l’intera guarnigione preferì sacrificarsi in attacchi suicidi dopo un’accanita resistenza) e l’intera flotta italiana, forte di unità, che avrebbero reso l’avanzata alleata estremamente difficile, se non impossibile, si consegna al nemico o si autoaffonda. A Roma, intanto, Mussolini è sfiduciato e messo agli arresti, mentre i gerarchi, la famiglia reale e gli alti ufficiali, dopo essersi accordati con il nemico, si danno ad una precipitosa fuga, proprio mentre inglesi e americani avanzano in Sicilia, commettendo ogni genere di atrocità contro la popolazione.

Forti della totale situazione di sbandamento politico-militare, gli antifascisti, che, fino ad ora erano rimasti nascosti e mimetizzati, danno vita ad una delle più infami pagine della storia del nostro paese, quella della guerriglia terroristica (non certo Resistenza, ma meri atti di prevaricazione, violenze, omicidio e ladrocinio compiuti spesso da comuni criminali, avanzi di galera in libera uscita), portata avanti da molte compagini partigiane e in parte riscattata dal coraggio e dalle valorose imprese dei combattenti della Repubblica Sociale Italiana e della Wermacht.

In conclusione, possiamo assolutamente affermare, che quello che viene commemorato l’8 settembre e il 25 aprile di ogni anno da parte delle nostre istituzioni coloniali (… l’Italia è di fatto, come anche il resto dell’Europa, una colonia americana) non è altro che l’epilogo di una infinita serie di trame, di tradimenti e complotti. Quest’ultimi orditi – contrariamente ad una visione del mondo basata sui valori di Lealtà, Onore, Sacrificio e Giustizia – da chi ha preferito battersi per gli interessi economici e la volontà di dominio di potenze straniere, governate segretamente da elìte finanziarie e massoniche. “… sotto quali simboli, cercarono di organizzarsi le forze per una possibile resistenza, è noto. Da un lato, una nazione che, da quando era divenuta una, non aveva conosciuto che il clima mediocre del liberalismo, della democrazia e della monarchia costituzionale, osò riprendere il simbolo di Roma come base per una nuova concezione politica e per un nuovo ideale di virilità e di dignità. Forze analoghe si svegliarono nella nazione, che, essa stessa, nel Medioevo aveva fatto suo il simbolo romano dell’Imperium, per riaffermare il principio di autorità e il primato di quei valori, che nel sangue, nella razza, nelle forze più profonde di una stirpe hanno la loro radice. E mentre in altre nazioni europee dei gruppi si orientavano già nello stesso senso, una terza forza si aggiungeva allo schieramento nel continente asiatico, la nazione dei samurai, nella quale l’adozione delle forme esteriori della civilizzazione moderna non aveva pregiudicato la fedeltà ad una tradizione guerriera incentrata nel simbolo dell’Impero solare di diritto divino. […] Se i nostri uomini furono o no all’altezza del compito, se errori furono commessi in fatto di tempestività, di completa preparazione, di misura del rischio, ciò sia lasciato da parte, ciò non è cosa che pregiudica il significato interno della lotta che fu combattuta.” (cit. da Orientamenti di Julius Evola, Edizioni Il Cinabro). Ecco svelarsi la straordinaria lotta dei Combattenti della RSI che contrastarono queste parassiti del genere umano, con l’unico obiettivo di creare un mondo totalmente soggetto a logiche materialistiche, utilitaristiche ed individualistiche. Un mondo vuoto e triste, popolato da uomini deboli e facili da dominare.  Ci rattrista di dover constatare che il loro progetto è, fino ad ora, pienamente riuscito. Nostro, Uomini in mezzo alle rovine,  il compito della risalita.

 Franco Del Ghiaccio

Articolo tratto da http://azionepuntozero.blogspot.it/