“Fuori dal giro”, la recensione di AzioneTradizionale.com

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In vista della presentazione editoriale dell’ultimo libro di Cesare Ferri (“Fuori dal giro“) che si svolgerà venerdi 13 dicembre presso RAIDO, pubblichiamo una recensione del volume realizzata a cura della Redazione di AzioneTradizionale.com
Buona lettura!

“Sero te amavi, pulchritudo tam antiqua et tam nova, sero te amavi!”

“Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato!”

Sant’Agostino, Le Confessioni.

Ancor prima di aprire un libro di Ferri già sai cosa ti aspetta, sai già di cosa parlerà. E ci pensi un attimo prima di cominciare. E questo non perché i suoi lavori siano scontati o ripetitivi. Tutt’altro. Però ti chiedi se davvero ti vada di affrontare la lettura del suo nuovo lavoro. Poi pensi a cosa hai tratto dai precedenti e ti tuffi. Il motivo di tali titubanze risiede in un semplice fatto: che nello scorrere delle pagine tra le tue dita, tu non rimani mai solo un lettore, più o meno curioso, più o meno appassionato. Sei invece preso alla gola e non puoi sottrarti dal duro e spesso ingrato compito di farti delle domande, di chiederti “…ed io?”. In poche parole sei chiamato in causa, ti senti nell’arena a prender posizione al lato dei protagonisti o antagonisti della storia. Perché? perché si parla -ormai cosa rara- di valori, spesso di quelli fondanti, ai quali non puoi voltar le spalle. E questo è l’aspetto che rende i romanzi del Ferri -in una parola- preziosi.

Ed anche “Fuori dal giro” non tradisce le aspettative. In una storia fondamentalmente semplice, diremmo dei “nostri giorni”, si trova sintetizzato il percorso di un uomo, Adriano, un artista, un pittore, verso la “sua” Arte. Un percorso che è insieme intimo (in cui cerca di capire se stesso nel suo rapporto con l’Arte) ed impersonale (in cui percepisce l’urgenza epocale di riportare l’opera d’Arte al di sopra del livello di “espressione personale dell’intima agitazione emotiva” che sempre più oggi si giustifica e si risolve come comunione misticheggiante del pittore con i suoi stessi turbamenti, senza con ciò aprirsi all’esperienza del Bello, senza partecipare ad esserne esperienza). E su questo punto si può cercare l’ubi consistam del romanzo: tornare a parlare del Bello. Apparentemente così scontato, invece mai come oggi dimenticato, così relativizzato. Si parte dal graffiare l’egocentrismo tipico degli artisti moderni, moderni ad ogni costo, che -come il “gruppo di amici d’arte” nel romanzo- superano le forme, si permettono ogni “a-formità” in nome della modernità… un “innovativo” rifiuto del normale che è invece oggi così convenzionale. E in questa deriva l’Arte diventa silente, perde il suo linguaggio da sempre articolato su simmetria, ritmo, proporzione …(il grande Plotino su questo fu categorico: “Cattivo artista è colui che produce forme brutte”). Quasi sempre però ciò che perde forma perde funzione. Ma reagire a questo significa accettare di dare a se stessi -prima che alle proprie opere- appunto una forma. Per questo vediamo il protagonista su un percorso di “forma-zione”, che passa attraverso esperienze comuni come le amicizie di diverso segno, le difficoltà economiche, le relazioni con le donne (qui, una di esse, andando ben oltre il semplice far da specchio alla perturbabilità e forme di insensibilità del protagonista, sembra nel suo ruolo quasi assurgere a quello di una Devi, richiamando la potenza rigeneratrice della Shakti). Ciò non deve trarre in inganno, perché di fatto ci troviamo  di fronte ad un uomo già maturo, perlomeno in confronto ai nostri bambini col BMW, “tanto affermati quanto irresponsabili”. Adriano invece è già maturo perché ha già fatto sua una consapevolezza importante: non cedere a nessun compromesso, per non annullare sé né svilire ciò che capisce essere superiore a sé, l’Arte. È dalla consapevolezza di questa necessità che lui parte. Lungo un percorso su cui è facile inciampare: lo vediamo spesso darsi alibi nella sua sfida con il femminile (sfida da intendersi ovviamente in interiora cordis), dare troppo spazio ad indugi e paure, al non sentirsi in grado, al giudizio altrui. La ripetuta necessità di trovare il consenso esterno potrà però essere compreso se visto non come mancanza di carattere ma come un senso di modestia, oggi giorno pietra rara su cui più nessuno costruisce. Questo fa emergere un’altra considerazione: la cultura (fomite prima dell’Arte, se intesa come strumento di sapienza e non come compiacente erudizione) è un percorso infinito e non mai uno “status” raggiunto o raggiungibile. E questo alimenta, nelle persone oneste con sé stesse, il senso di “piccolezza”, a volte di “inadeguatezza” come quella che anche nel nostro protagonista traspare. Questo senso di inadeguatezza tra l’altro dovrebbe continuare ad essere caratteristica propria degli artisti, i quali dovrebbero sentire struggente il loro dover vivere nel “non ancora!”. Già, il vivere nel “non ancora!” è proprio la maledizione e al contempo benedizione di ogni vero artista. Se la maledizione è nella costante insoddisfazione di “non aver ancora raggiunto” l’opera perfetta, la benedizione è nel sentirsi sempre in continua crescita, alla ricerca, una ricerca che può spaziare attraverso le forme artistiche più disparate purché siano strumento di partecipazione al Bello (impegno che dovrebbe essere di ciascuno di noi). Più le forme si presentano degenerate più si fa urgente l’obbligo di continuare a cercare, di ricostruire (riprendendo le parole della Guida della più moderna Nazione dell’Europa del secolo scorso: “Nessuna epoca può permettersi di evitare l’impegno di coltivare l’arte. Nell’ipotesi contraria, essa smarrirebbe l’attitudine non solo alla creazione artistica, ma anche alla comprensione e alla esperienza dell’arte. Entrambe le attitudini, infatti, si trovano unite in un nesso indissolubile”). Ma dal nostro stesso passato arriva chiara la direzione da tenere, il “senso”: tanto più si cerca di rimanere sulla Via pulchritudinis, tanto più se ne coglie l’infinità, le sempre nuove potenzialità, il dono di tenerti sempre teso verso l’oltre. Questa è l’Universalità della “via al Bello”, perché è una via verso l’Uno. Ed il Bello, nel parteciparvi in qualche forma, non solo ci eleva ma ci espande, permettendoci di abbracciare e di parlare -specialmente attraverso l’Arte- a tutti. Allontanandosi dal Bello, l’artista perde creatività perché è lontano dall’origine di ogni creazione, dal divino, ragione ed ispirazione prima di ciò che c’è di Bello. Per questo l’arte di oggi è ripetitiva nel suo cercare l’originalità, sostanzialmente vuota, afasica, è la sua creatività si “riproduttiva”, ma per scissione omologata, diremo per clonazione, non per generazione (diversamente, quella stessa Guida ebbe a dire, per sottolineare il circolo virtuoso e prolifico che la giusta Arte innesca tra l’artista e la sua opera e tra la sua opera e la società: “Con la sua opera, l’artista creatore realizza e nobilita le capacità recettive di una Nazione, così come il sentimento artistico sviluppato ed alimentato in questa maniera rappresenta, a sua volta, il terreno più propizio e, quindi, il presupposto della nascita, dello sviluppo e della valorizzazione di nuovi impulsi creativi”). La tensione al Bello inoltre, spinge l’artista ad allargare gli orizzonti, altrimenti rischia di chiudersi nella ricerca di performance artistiche solo per esprimere proprie curiosità, dubbi, moti interiori, insomma impressioni spalmate sul proprio; se queste impressioni non si innestano in problematiche più ampie che travalicano l’uomo, è chiaro che gli orizzonti non si allargano e l’artista si annida in un mutuo particolarismo. Effetto diretto di questo, è l’egocentrismo che caratterizza gli artisti moderni e permea la loro arte. La spersonalizzazione invece è ciò che fa grande l’artista, nel senso di farlo partecipare a qualcosa di più grande di lui, affinché più che fare arte si faccia lui strumento dell’Arte (anche qui c’è spazio per un impegno personale che ogni lettore può assumere, nella consapevolezza che ognuno, similmente ad un artista, può fare della sua vita un mezzo per l’esperienza e successivamente affermazione del Bello). Bisognerebbe quindi fare estrazione e cercare ciò che gli antichi ci indicavano non solo nel campo artistico: la “scienza”, cercare la scienza dell’Arte significa cercare il fine dell’arte, infatti capire il fine delle cose permette di capire appieno a cosa esse servono e quindi come usarle. Capire il fine dell’Arte è proprio lo sforzo più proficuo attraverso cui il romanzo del Ferri ci accompagna. Dopo questo sforzo, applicando questa leva, si potrà scardinare questo sistema culturale che rilega anche l’Arte alle basse quote, con opere limitate ai tempi brevi della stessa prolificità del loro autore. Dopo questo sforzo, si crea quella capacità ispirata che produce opere che hanno e danno forma: ogni artista potrà ben identificare i nodi concettuali che vorrà esprimere agli altri per poi, in relazione alle finalità che si è posto, determinare la “drammaturgia” idonea a quei nodi concettuali e conseguentemente decidere la modalità performativa. Se il nodo concettuale è piccolo e sterile, decade la necessità di trovare una drammaturgia ed architettura performativa di qualità. Proprio questo è l’attuale panorama verso cui si ribella il protagonista. Ed è solo un aspetto del generale depauperamento della civiltà occidentale, cui fanno riferimento, per inciso, altri personaggi solo apparentemente secondari nel romanzo (qui entra il giovane cameriere dall’odore un po’ razzista, del quale colpisce la disperata convinzione, la postura arroccata sui valori una volta fondanti ogni più puro sentimento nazionalista… egli ci passa, in giustapposizione con il tema del romanzo, una vivida sensazione di crepuscolo. Ci vuole un po’ per rendersi conto che anche lui si domanda, urlando inascoltato -col prestito del Dostoevskij- “La bellezza salverà il Mondo”? Un ragazzo che combatte solo sulla barricata di molti, per tutti).

Ma “Fuori dal giro” ha, tra molti, il pregio di ricordarci come le Arti siano essenzialmente ed amaramente antidemocratiche. Non sono populiste (semmai devono tornare ad essere anche popolari), ma richiedono come già detto “forma-zione”, severità nel giudicarsi, assunzione di responsabilità nel ruolo, valorizzazione del fine che è e deve rimanere celebrazione -per diversi gradi di identità- del Bello (se di democraticità si deve parlare, proprio questo “grado di identità” è ciò che misura la ricaduta positiva sul sociale, il livello di “simpatia” con l’intero genere umano, che è proprio ciò che rende “fertile” nei secoli un’opera artistica). E questa antidemocraticità appare anche in molti passi del romanzo: quando ad esempio Adriano non condivide (sente che non può condividere) le sue “personali” con il primo compiacente pubblico, la difficoltà di mettere così facilmente in piazza le sue profonde emozioni… è facile notare quanto tutto ciò stoni con la psico-civilizzazione facebookkiana. La vera Arteè appannaggio di pochi (nella creazione) e non per forza di tutti (nella comprensione) proprio perché è per eccellenza il rifiuto del banale. È antidemocratica perché nella vera Arte non tutto può assurgere alla dignità di potersi dire tale, pur questa comprendendo le molteplicità e le diversità. Essa è di fatto un mosaico (che tra l’altro è una delle più antiche e nobili tecniche di rappresentazione visiva) in cui le diverse tecniche e tipologie sono dei tasselli, in cui ogni tassello deve essere una parte distinta ma armonica col tutto per arrivare a restituire la visione generale, per soddisfare il fine ultimo. Il tassello non può essere disarmonico, altrimenti va “antidemocraticamente” espulso (indipendentemente, con un chiaro parallelismo, da quanto forte sia il plauso raccolto da un ormai squalificato pubblico). Quindi, una quanto mai urgente ed importante battaglia è che non tutte le sedicenti arti vadano accettate, ma piuttosto espulse dalla nostra tradizione culturale artistica. Ed è imperativo difendere l’Arte perché in fondo è stata l’Arte a difendere la nostra cultura. Anzi è stata al contempo la migliore spada (additando valori) ed il miglior aratro (dissodando coscienze) nel difendere e far prosperare la millenaria “Patria culturale europea”. Una Patria culturale irrorata dal sangue di molti antenati e che non può essere arrendevole di fronte ad una sub-cultura sterile, disordinata e che trattiene l’Uomo verso il basso. E che l’Arte possa essere una risposta anche in un periodo di forte crisi morale ed economica come quello attuale, ce lo ricorda chi -anche grazie alla sua personale esperienza di artista?- ha risollevato dall’abisso economico e valoriale la sua Patria… ancora quella Guida: “Nessun popolo vive più a lungo che i documenti della propria cultura! Ma se l’arte e le sue opere sono contrassegnate da una efficacia così potente e durevole -impossibile da raggiungere a tutte le altre attività umane-, a maggior ragione occorre che essa venga coltivata quanto più un’epoca risulta oppressa e agitata da generali condizioni politiche ed economiche sfavorevoli”.

Quindi, in ultima battuta, tornando al romanzo, esso presenta un pittore che, tra le molte sue debolezze, ha avuto la stoffa di fare una scelta. Ha scelto per una regola (sempre nelle Enneadi di Plotino troviamo che “Dove non c’è regola non vi può essere arte”), ha scelto per un Ordine, quell’Ordine superiore che è superiore all’Uomo e che ne può “in-formare” l’opera. Un Ordine che è precondizione affinché una forza sia creativa anziché distruttiva. Un Ordine che, seppur non patente, è operante e nega ogni più miope materialismo (da qui gli artisti che si sentono spesso invasi e consumati dalla forza creativa, un qualcosa che non parla più un linguaggio per noi razionale ridando voce al divino in noi. Rubando ancora al filosofo greco del II sec., infatti, “L’arte non opera per calcolo, non mediante il ragionamento, ma con l’intuizione intellettiva”….). Grazie a quest’Ordine, Adriano ha saputo reagire alle bufere interiori cui la sensibilità spiccata degli artisti spesso è soggetta. Ha saputo superare gli estremi opposti dell’atarassia e dell’agitazione scomposta dei “moderni”, dei quali tra l’altro ha riconosciuto la “vecchiezza” come “incapacità anticipatrice” (come non può essere fecondo un tronco privo di radici). Ha cercato il Bello ed essendo -come ci ricordano i savi- il Bene lo stato metafisico del Bello (qui torna il concetto greco del Kalokagathìa, della bellezza-bontà), ha raggiunto la gratificante certezza che le sue opere saranno e faranno bene, sempre. Avrà reso merito al concetto platonico secondo cui “La potenza del Bene si è rifugiata nella natura del Bello”. Adriano quindi ha saputo lottare prestando la sua mano alla difesa del Bene, più o meno consapevole di vivere immerso in uno scontro epocale, per sé e per la sua gente. Collassando insieme due frasi prese in prestito ancora da Plotino (aiuta il suo linguaggio semplice ma certo diretto), “Il Bene è sorgente e principio del Bello” e “il Male appare solo nell’assenza del Bene”, ci ricordiamo che senza un sicuro argine a difesa del Bello, non può che dilagare il Male (ed è facile capire da qui il giudizio duro che -nella Germania della fine degli anni trenta- si dava alla cosiddetta “arte degenerata”).

Ed io? Ed io, per dirla col Kavafis (le cui poesie erano rifugio del nostro protagonista) mi propongo “la difesa delle Termopili… anche se prevedo -e molti lo prevedono- che alla fine apparirà un Efialte e i Medi infine passeranno”.

E tu?…