Laica inquisizione antifascista

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di Gianfranco De Turris

(da Il Borghese) – Fra il 1861 e il 1865, in concomitanza con le guerre d’indipendenza italiane, si svolse la cosiddetta guerra di secessione americana, o meglio guerra fra gli Stati americani, entrambi indipendenti e sovrani, l’Unione del Nord e la Confederazione del Sud. Fu in sostanza una guerra civile e costò mezzo milione di morti, quasi quanto la Grande Guerra 1915-1918 costò poi all’Italia. Fu un conflitto terribile e spietato che lasciò odi profondi e strascichi anche di guerriglia. Settantun anni dopo, nel 1936 uscì un romanzo di Margaret Mitchell che ebbe un enorme successo internazionale, cui contribuì anche il film del 1939 diretto da Victor Fleming con Vivien Leigh e Clark Gable, Gone, with the Wind (Via col vento), entrato nella storia del cinema. Romanzo e film revisionisti, come oggi si direbbe con orrore e malcelato disprezzo: una apologia ed una elegia della Confederazione, del modi di vivere del Sud agricolo, una condanna dell’invasione e della rozzezza del Nord industriale, i «buoni» erano i sudisti, i «cattivi» erano i nordisti. Nessuno, a mia memoria, condannò, demonizzò, ostracizzò prima il libro e poi la pellicola, anzi, come detto, ebbero grande successo entrambi e le figure di Rossella O’Hara e Rhett Butler sono entrate addirittura nell’immaginario collettivo nonostante fossero dei «vinti».

Del resto, sia all’epoca come ancora oggi negli Stati Uniti nessuna legge federale o locale, nessuna opinione diffusa o sentire comune reprime, penalizza, multa, imprigiona, condanna moralmente e civicamente chi espone la bandiera confederata, chi suona musica dixie, chi effettua rievocazioni storiche in costume delle battaglie della guerra civile, chi descrive con nostalgia o addirittura inneggia ancora adesso al modo di vivere e pensare del Sud sconfitto. Un grande scrittore pressoché ignoto in Italia, Allen Tate, pubblicò nel 1926 una Ode ai caduti confederati (Mondadori, 1970) e il generale Lee, loro comandante in capo, ha le sue statue negli Stati ex confederati. In Italia, nel 2013, a settanta anni dalla caduta del fascismo e a sessantotto dalla fine della guerra mondiale e civile le cose vanno assai diversamente che negli Stati Uniti. In Italia oggi certe manifestazioni corrispettive a quelle sopra descritte negli USA sono proibite e sanzionate, e ci sono leggi che vietano di esprimere determinate opinioni in merito che non siano quelle dello storicamente corretto. Quel che è peggio, è che si sta imponendo in maniera sempre più virulenta e intollerante una specie di Santa, anzi una Laica Inquisizione Antifascista gestita dall’ANPI che condanna tutto quello che, a suo dire, «infanga la resistenza », anche se si tratta della sacrosanta verità. Come disse Giancarlo Pajetta nel 1961: «Io tra la verità e la rivoluzione, scelgo la rivoluzione». E della verità chissenefrega. Senza ricordare i libri prima di Pisanò e poi di Pansa che hanno raccontato fatti veri, sono sufficienti due o tre esempi eclatanti, ma che non hanno suscitato sdegnate reazioni sulla cosiddetta grande stampa italiana e presso la comunità degli storici e degli intellettuali, non preoccupati editoriali, non dichiarazioni allarmate delle vestali della libertà di pensiero. Due o tre episodi diciamo «revisionisti » che hanno messo a nudo delle verità note ma tenute ben nascoste. Il primo è la rivelazione nel saggio Partigia (Einaudi) che due giovani partigiani, della brigata di cui faceva parte il futuro scrittore Primo Levi, vennero uccisi a sangue freddo, dopo un processo interno, dai loro stessi compagni, e non invece dai fascisti come fu poi ufficialmente detto. Come tali, vengono ancora ricordati in lapidi varie e a loro sono intitolati luoghi pubblici. L’’autore del libro è uno storico progressista doc di scuola azionista torinese, Sergio Luzzatto, i cui furibondi attacchi ideologici impedirono al romanzo Le uova del drago di Pietrangelo Buttafuoco (Mondadori, 2005) di vincere il premio Campiello. Una fonte, quindi, ortodossa non eretica. Nonostante ciò il buon senso e la verità storica non hanno ancora indotto, di fronte a simili rivelazioni, di modificare le targhe in cui si ricordano i due come partigiani uccisi dai nazi-fascisti, come si suol dire. Martiri fasulli, dunque, ma nessuno, dai politici, agli intellettuali, ai giornalisti si indigna e promuove una campagna per il ripristino la verità storica. Il secondo episodio ha un sapore grottesco, al limite del ridicolo se non ci fosse da piangerci sopra (ne ha già parlato diffusamente Mario Bernardi Guardi sul Borghese di dicembre 2013, ma è il caso di riassumerlo per la sua emblematicità). Il Premio Acqui Storia 2013 è stato vinto per la sezione romanzo da L’ultima notte dei fratelli Cervi (Marsilio) scritto da un giornalista del Corriere della Sera, Dario Fertilio, un liberalconservatore non certo un «fascista». Di fronte a questa decisione l’’ANPI locale si è sollevata accusando l’opera di infangare come al solito la memoria di quei morti, fucilati dal fascisti, e la resistenza nel suo complesso. Nemmeno Fertilio avesse scritto un romanzo su l’ultima notte dei fratelli Govoni, sette proprio come i Cervi ma uccisi dai partigiani in quanto ritenuti fascisti, e che nessuno mai ricorda Fertilio, in un pacato e ironico articolo sul Corriere del 21 ottobre 2013 fa capire quali possono essere stati i motivi di questa artificiosa indignazione della Associazione che riunisce si penserebbe i pochi superstiti ultraottantenni delle brigate partigiane. I Cervi erano anarchici che davano fastidio al PCI, che peraltro li strumentalizzò a suo uso e consumo nel dopoguerra, ci fu un doppiogiochista che li tradì e così via. Fertilio in un romanzo, non un saggio, ha cercato di dire verità scomodo e poco accettabili alla vulgata custodita dall’ ANPI e per questo, pur essendo un antifascista serio e onesto, è stato infilzato dai luoghi comuni dei Guardiani della Memoria Ortodossa, che hanno messo su quella Inquisizione laica di cui si diceva e che vuole sindacare preventivamente su chi può o non può vincere un premio democraticamente votato. Certi libri non possono essere degni di ottenere un riconoscimento giacché non sono in linea col resistenzialmente corretto. E ci è stato un poveretto di Prato che ha detto di avere intenzione di querelare il premio, la giuria, i vincitori e quant’altro proprio per «lesa resistenza». Folclore puro, ma che deve far riflettere sul punto in cui si è giunti dopo sette decenni dalla fine del conflitto. Il terzo episodio riguarda Rolando Rivi, il seminarista quattordicenne trucidato il 13 aprile 1945: venne rapito, torturato e ucciso nei boschi vicini a Castellarano nel famigerato Triangolo della Morte in Emilia Romagna. Papa Bergoglio lo ha proclamato beato nell’ottobre 2013 riconoscendone il martirio per mano dei partigiani comunisti, una verità nota ma celata ai più. Una mostra a lui dedicata, allestita inizialmente al Meeting di Comunione e Liberazione a Rimini è stata poi presentata in varie città e paesi sino a che è giunta a metà novembre in quel di Rio Saliceto in provincia di Reggio Emilia dove è stata costretta a chiudere perché la preside della scuola che la ospitava ha affermato che è «impossibile contestualizzare la mostra dal punto di vista storico e didattico» (pura aria fritta) sulla spinta di alcuni genitori che avevano protestato perché «infanga la resistenza» (ormai è un modo di dire consolidato). La verità dunque «infanga». Ma, ha scritto in punta di penna Antonio Caroti in un commentino sul Corriere del 24 novembre 2013, non si deve aver paura della Storia anche perché qui comunque si tratta di un episodio che nulla ha a che fare con la «resistenza» vera e propria («del tutto estranee risultano circostanze e motivazioni»). L’illustre giornalista dimentica che invece quel crimine efferato rientra esattamente in quel che avevano progettato di fare i partigiani comunisti nel Triangolo della Morte prima e soprattutto dopo il 25 aprile: una vera e propria «pulizia etnica » di preti e borghesi che nulla avevano a che fare con il fascismo. Era un progetto preciso del PCI collegato appunto a come loro vedevano la «lotta di liberazione». In questa disgraziata nazione dire o svelare la verità  significa «infangare», dunque. La Vera Verità non rende affatto liberi, bensì prigionieri di una Verità di Stato o di Fazione. Il fatto che anche la verità non si possa raccontare è un sintomo allarmante di come la situazione si stia deteriorando in maniera quasi inarrestabile. Trascorsi settant’anni invece di ammettere colpe ed eccessi, crimini e strumentalizzazioni, invece di cercare una pacificazione nazionale, invece di attenuare odi e risentimenti ammettendo gli errori, ci si muove nella direzione opposta per la paura che i lati oscuri della «resistenza» possano intaccare una vulgata tutta rose e fiori in cui da una parte c’erano soltanto i Buoni e la Democrazia e dall’altra soltanto i Cattivi e la Dittatura. Più il tempo passa e più sembra che i reduci dell’ANPI vogliano instaurare una censura preventiva su tutto quel che riguarda la «lotta di liberazione»: su libri, conferenze, articoli, addirittura premi letterari. E anche film: tutti sanno le traversie del regista Antonello Belluco per realizzare Il segreto, una pellicola che racconta la strage partigiana di centinaia di prigionieri militari e civili avvenuta nel maggio 1945 a Codevigo. Chi tocca la «resistenza» muore (metaforicamente, s’intende, almeno oggi). Tutto questo è inaccettabile e antidemocratico, ma sinché saranno in pochi quelli che lo denunceranno e ci si nasconderà dietro l’usbergo dell’antifascismo militante, le cose andranno paradossalmente sempre peggio man mano che ci si allontanerà da quelle date 1943-1945. Con tanti saluti all’esempio americano. Aspettiamo quindi una Via col vento ambientata in casa nostra e in quegli anni per vedere l’effetto che farà… Sempre che i Guardiani della Memoria (artefatta) lo consentano.