Obama, quanto sangue ancora?

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Lo sceicco saudita Bandar Bin Sultan, luogotenente nella penisola araba per conto di Washington, lo aveva promesso lo scorso autunno a Putin “se sostieni Assad, insanguineremo le olimpiadi di Sochi” e questo è proprio quello che sta succedendo, iniziando con gli attacchi terroristici di Volgograd che hanno visto tra le vittime anche numerosi bambini.
Ma la strategia Obama-Bin Sultan è su larga scala e contempla anche l’aggressione dell’Iraq, con Al-Qaeda che in questi giorni ha conquistato la roccaforte sunnita di Falluja, nonchè la destabilizzazione del Libano. Dal canto suo, in Africa diversi focolai di guerra sono tenuti in piedi da Al-Qaeda che ormai è padrona del Nord-Africa e di buona parte del continente dopo le “primavere arabe” scatenate dai servizi segreti di Usa, Gran Bretagna e Francia.
Se non fosse per la determinazione della Russia nel puntare i piedi e per le ingerenze della Cina la quale ha enormi interessi economici nell’area, il grande sultanato sunnita sarebbe già cosa fatta e l’Iran si vedrebbe accerchiata dal grande impero terrorista finanziato con armi e dollari da Obama.
In tutto questo ricordiamo come Obama abbia ottenuto il premio nobel per la pace proprio mentre destabilizzava mezzo mondo, mentre l’anno dopo lo stesso premio è stato attribuito all’Unione Europea che ieri organizzava le rivolte in Ungheria e oggi sta finanziando le rivolte di piazza in Ucraina.
Washington sta facendo il solito gioco: da una parte finanzia l’Arabia Saudita che arruola e addestra (con l’aiuto della CIA) i terroristi che aggrediscono la Siria, il Libano, l’Iraq, l’Egitto, la Russia e mezzo continente africano e dall’altra fa finta di regalare qualche drone al governo-fantoccio iracheno per contenere l’offensiva degli stessi terroristi.
Quindi l’unico terrorista da debellare dalla faccia della terra affinchè i popoli possano vivere in pace e prosperità è l’imperialismo a stelle e strisce.

(Il Messaggero) – Decine, forse centinaia, di miliziani uccisi nelle ultime 48 ore di inediti e feroci scontri armati registratisi su una linea di fuoco e sangue che, per circa 800 chilometri, segue il lungo corso dell’Eufrate, dal confine siro-turco a nord di Aleppo fino a Falluja, ad appena 60 km da Baghdad. Gli attori coinvolti in questo mega-teatro di battaglia, che trascende i confini internazionali siriano e iracheno, sono miliziani qaedisti opposti, in Siria, agli insorti locali e, in Iraq, alle tribù filo-governative. Il fronte orientale è la regione irachena di al Anbar, dove dal 31 dicembre sono in corso combattimenti tra miliziani sunniti sostenuti da combattenti qaedisti dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isis) e forze fedeli al premier iracheno sciita Nuri al Maliki.

I membri dell’Isis, acquartierati in campi nelle zone desertiche a ridosso del poroso confine siriano, sono accorsi in massa nei giorni scorsi verso Ramadi, capoluogo di Anbar e hanno oggi conquistato il centro di Falluja, issando le bandiere nere di al Qaida. Ma le milizie tribali, cooptate da Baghdad perchè compiano il ‘lavoro sporco’ ed evitino a Maliki di impiegare l’esercito federale (considerato da ambienti sunniti di Anbar una propaggine dell’Iran sciita), circondano la città, rimasta un simbolo della resistenza all’invasione anglo-americana del 2003.

Secondo fonti locali si registrano oltre cento uccisi tra miliziani qaedisti, ma le informazioni non sono verificabili in maniera indipendente. Secondo il corrispondente della tv panarabo-saudita al Arabiya, centinaia di famiglie di Anbar sono fuggite verso le regioni vicine relativamente più tranquille. Maliki ha dal canto suo ribadito che i miliziani qaedisti saranno sconfitti: «Non cederemo un metro del terreno fino a quando non avremmo vinto tutti i gruppi terroristi e portato in salvo la gente di al Anbar», ha detto il premier sostenuto da Iran e Stati Uniti.

Il ministero della Difesa iracheno ha assicurato che «nelle battaglie di Ramadi non è impiegato l’esercito ma solo gruppi tribali locali». In serata si continua a combattere lungo l’autostrada che collega Ramadi a Baghdad e che sfiora Falluja. Il fronte occidentale sono le regioni nord-occidentali siriane di Idlib e Aleppo, dove da due giorni le brigate islamiche degli insorti locali hanno sferrato un’improvvisa offensiva contro postazioni dell’Isis attorno alle due città e a ridosso del confine con la Turchia. A Harem, prima di ritirarsi i qaedisti hanno – secondo diverse fonti dell’attivismo siriano – ucciso 35 prigionieri da tempo detenuti. In un comunicato diffuso dall’Isis della regione di Aleppo si accusano i ribelli siriani di «tradimento», ma le autorità religiose sunnite di Aleppo hanno risposto invitando i miliziani qaedisti a disertare l’Isis e a unirsi al «vero jihad».

Lo stesso Isis – che dal 2012 ha approfittato della rivolta siriana per risalire dall’Iraq il corso dell’Eufrate attraverso le regioni di Dayr az Zor e Raqqa – ha oggi descritto le battaglie in corso in Iraq e in Siria come parte di un unico scenario, comprendente il vicino Libano dominato in parte dagli Hezbollah libanesi. Nello stesso comunicato, al Qaida in Siria e Iraq ha rivendicato l’attentato che due giorni fa ha scosso la periferia sud di Beirut, roccaforte del movimento sciita filo-iraniano impegnato da oltre un anno nella guerra in Siria a fianco delle milizie fedeli a Bashar al Assad.