Mikis Mantakas [In memoriam]

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Mikis Mantakas, 28 Febbraio 1975

(dal Giornale d’Italia ) – È nato ad Atene Mikaeli, Mikis, Mantakas. In un bel giorno d’estate, il 13 luglio del 1952. Nella città dei suoi genitori. È nato nel quartiere Papagos. Fatto costruire appositamente per ospitare le famiglie degli ufficiali dell’esercito. Il papà di Mikis, Nikos, infatti, è generale nell’esercito. È antifascista e dopo l’arrivo dei regime dei Colonnelli ha deciso di lasciare l’uniforme. Anche la mamma di Mikis è antifascista. Ha il nome di una dea, si chiama Kalliopi, Calliope. È greco, Mikis Mantakas. Il “martire europeo” nato nella terra di Omero e morto nel cuore Roma. A due passi da San Pietro. In una gelida giornata d’inverno. Ammazzato senza pietà da un “compagno” che gli ha sparato addosso a volto scoperto. È sempre fredda Roma a febbraio. Quando è pieno inverno e il cielo è spesso grigio. Grigio piombo.Fa freddo anche il 28 ottobre del 1975. A Piazzale Clodio, in Prati, da tre giorni si sta svolgendo il processo per uno dei crimini peggiori di tutti gli anni ’70, la strage di Primavalle. Un commando di Potere Operaio, nell’aprile del ’73 si è introdotto nel condominio in cui abita la famiglia Mattei. Mario, il padre, è segretario della Sezione del Msi del quartiere. Fa l’operaio. I Mattei sono proletari, nel vero senso della parola. Ma a quelli che si apprestano a diventare dei terroristi, autoproclamatisi difensori del popolo, questo non sembra interessare. Cospargono l’ingresso della casa di benzina. Chiudono la porta dall’esterno. Appiccano il fuoco. E scappano. L’incendio divampa in un lampo.  Dentro c’è tutta la famiglia. Mario, sua moglie Annamaria, e quattro dei loro sei figli riescono a salvarsi, per miracolo. Stefano, 10 anni e Virgilio, 22 vengono arsi vivi dalle fiamme davanti agli occhi impotenti dei genitori e dei vicini. Potere Operaio non ha il coraggio di rivendicare un atto così vile e così grave. Per coprire i suoi militanti, i dirigenti dell’organizzazione insinuano che il rogo sia stato appiccato per risolvere una faida interna al MSI. Scrivono addirittura un libro per avvalorare la tesi (“Primavalle, un incendio a porte chiuse”). Ma questa è un’altra storia. Quella della morte dei fratelli Mattei, per la quale nessuno ha pagato, merita di essere raccontata a parte. A suo tempo.Nel febbraio del ’75 si apre il processo contro i tre terroristi accusati di aver appiccato il fuoco in quella maledetta sera di aprile di due anni prima. Due di loro, Manlio Grillo e Marino Clavo, sono latitanti. Alla sbarra c’è solo il terzo, Achille Lollo. Il clima, fuori dall’aula del Tribunale è tesissimo. I camerati si sono radunati li davanti fin dalle prime ore del mattino. Alle 7.45 già c’è un mare di gente a Piazzale Clodio. Alle nove non c’è più posto per entrare. Le proporzioni dei presenti già raccontano l’aria che tira. 30 missini, 30 extraparlamentari di sinistra e 30 poliziotti. Ma che cosa c’entra Mantakas con i fratelli Mattei? Nulla, tranne il fatto di essere stati uccisi senza alcuna ragione da terroristi “rossi”, che non hanno mai pagato per il loro crimine. In quell’inverno del ’75, Mikis è in Italia già da qualche anno. È partito da Atene alla volta di Bologna, nel 1969. Non si occupa di politica, ancora. A lui interessa solo studiare. Medicina. È bravo, diligente. Vuole laurearsi e mettersi a lavorare con suo zio Costantino che gestisce una clinica privata. Ma vivere a Bologna, se sei greco, non è facile. Perché da quando sono arrivati i Colonnelli, o sei contro il regime e allora sei comunista, o sei a favore e allora sei fascista. Terzium non datur. È l’epoca degli opposti estremismi. Non si va per il sottile. Mikis decide di trasferirsi a Roma dopo aver subito un’aggressione assurda davanti all’Istituto di Biologia, all’Università.   È finito in mezzo ad una rissa fra extraparlamentari che hanno cominciato a dargli dell’infiltrato. Lo massacrano di botte e finisce in ospedale, ricoverato per quaranta giorni. Quella vita non fa per lui, non gli interessa. Lui vuole studiare e non ha alcuna intenzione di pagare un prezzo così alto solo perché è nato nella terra dove ora governano i Colonnelli.Mentre è a Roma, però, qualche cosa in lui cambia. Abita vicino alla Sapienza, zona Piazza Bologna. Spesso gli capita in andare in un Bar a Via Siena. È li che conosce i ragazzi che militano nel Fuan, l’organizzazione degli universitari del Msi. E così, Mikis Mantakas, figlio di due ferventi militanti antifascisti, diventa attivista del primo partito di destra in Italia. La tessera del Fuan non la prende subito. Si iscrive soltanto a Natale del ’74. “Mantakas Michele. Nato ad Atene. Matricola 17101”. Sì. È un missino Mikis. Ma non è un violento. Lui con gli scontri in piazza non vuole averci a che fare. Quello che gli è successo a Bologna gli basta e avanza. Perché è un ragazzo educato e serio. Forse troppo per gli anni di piombo. Che mietono vittime come se nulla fosse.Il 28 febbraio del 1975, però, non è una giornata come le altre. Roma è una polveriera che aspetta solo di esplodere. Prima ancora che inizi l’udienza a Piazzale Clodio, un mare di gente si riversa per la strada e scoppiano dei tafferugli con la polizia. Ma non è ancora successo nulla. La situazione degenera intorno all’ora di pranzo. Alle 2  la seduta viene sospesa. Il corteo dei “compagni” decide di spostarsi verso la zona di San Pietro. La scelta fatta non è in buona fede. In via Ottaviano 9, infatti, c’è la sezione del MSI Prati. Mikis Mantakas è lì. È andato ad assistere anche lui al processo, con un suo amico, Umberto Croppi.Quando i comunisti arrivano a Piazza Risorgimento è come se iniziasse una guerra armata. Viene divelto un palo dal marciapiede per usarlo a mo’ di ariete e sfondare il portone della sezione. È il delirio. Tutti hanno almeno un bastone, una spranga, un tirapugni. E chi non ha nulla, picchia a mani nude.  Nel frattempo una pioggia di molotov (ne vengono lanciate più di venti nel giro di una decina di minuti) cade in quella strada nel cuore di Roma, all’ombra della cupola di San Pietro. Ancora non basta. Mikis, si è rifugiato dentro la sezione del Msi. Restare dentro è pericoloso. Se i compagni dovessero riuscire ad entrare sarebbe un massacro. Meglio provare ad andarsene di li, per evitare di fare la fine dei topi. Mantakas riesce ad uscire, insieme ad un altro ragazzo, aiutato dalla portiera dello stabile che gli apre un portone secondario, che dà proprio su Piazza Risorgimento. Mikis pensa di avercela fatta. Nulla di più sbagliato. All’angolo con via Ottaviano, proprio sotto il grande orologio a muro, ad aspettare i missini scappati dalla sezione ci sono due killer di Potere Operaio. Uno dei due, Alvaro Lojacono, tira fuori una calibro 38 e spara ad altezza d’uomo. Per uccidere. Prende in pieno Mikis. Uno dei proiettili lo colpisce alla testa e gli resta conficcato nel cranio. Si accascia a terra. È ancora vivo.I missini si accorgono della sparatoria. “Hanno colpito il greco del Fuan”, urla uno di loro cercando di attirare l’attenzione e far chiamare i soccorsi. Qualcuno prende di peso Mikis e lo porta nel cortile interno del palazzo della sezione, prima che i compagni ricomincino a caricare. Dei venticinque camerati ne sono rimasti solo quattro quando il corpo di Mantakas viene trasportato dentro. Sono Maurizio Bragaglia, che milita nella zona di Vigna Clara, Fabio Rolli, uno dei giovani militanti dei “Gruppi Operativi”, Stefano Sabatini e il Professor Paolo Signorelli, all’epoca consigliere comunale del Msi a Roma (ma già leader di Ordine Nuovo). È proprio Signorelli a raccontare gli ultimi minuti del “greco del Fuan” a Nicola Rao, in  Il sangue e la celtica: “Inseguii alcuni compagni lungo via Ottaviano, mentre alle mie spalle sentii dei colpi di pistola. Allora tornai indietro, all’angolo con piazza Risorgimento, sotto l’orologio trovai questo ragazzone, che nessuno di noi conosceva, accasciato; aveva perso sangue e materia cerebrale . Lo trascinammo, a fatica,  attraverso l’entrata laterale e lo adagiammo nel cortile interno, davanti a un box. Poi chiudemmo il portone e ci preparammo a difenderci. Fu in quel momento che ci rendemmo conto di essere rimasti in quattro, più questo giovane, oramai morto”. Sono le 18. 45 in punto. L’agonia di Mikis Mantakas è durata due ore. I soccorsi arriveranno, insieme alla polizia e al capo dell’ufficio politico Umberto Improta, quando oramai non c’è più niente da fare. Alvaro Lojacono, individuato quale unico responsabile per l’omicidio di Mikis Mantakas verrà scagionato da ogni accusa al termine del processo di primo grado. In Corte d’Assise arriva la condanna a 16 anni di reclusione. Ricorso in Cassazione. E così, Lojacono può darsi alla latitanza grazie alla complicità della famiglia e di alcuni parlamentari a lui molto vicini. Scappa in Algeria prima, in Svizzera poi. Condannato a 17 anni anche per l’omicidio del giudice Girolamo Taglione,  ne sconterà 9 in carcere e due in semilibertà. Ma non si farà neppure un giorno di galera per aver ammazzato a sangue freddo, senza pietà un ragazzo disarmato, di appena 23 anni.È così che Mikis Mantakas diventa “il martire europeo”. Di lui, come di tutti i caduti di destra degli anni di piombo, la giustizia italiana sembra essersi dimenticata. Ma i militanti no. Per tutti i camerati, il 28 febbraio è il giorno in cui si ricorda il brutale assassinio del giovane missino greco. E così, chiunque passi per Piazza Risorgimento, ribattezzata oramai “Piazza Mantakas”, sa che quei fiori lasciati all’angolo di via Ottaviano e quella scritta “Mikis vive”, impressa sui muri a due passi dal “cupolone”, sono per ricordare il missino venuto da Atene, che sognava solo di fare il medico. Martire suo malgrado.