Una delle vie del Bushido

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47 ronin

(Il Borghese, Maggio 2014) – Pareri contrastanti su 47 Ronin, impongono una premessa non trascurabile, se lo andrete a vedere partite col piede giusto inquadrando l’opera nel genere: senza dubbio il fantastico e soltanto marginalmente lo storico. La leggenda è in primo piano, anzi il plurale è d’obbligo: appaiono bestie mitologiche come il Kirin, molto poco simile alla giraffa (che porta oggigiorno lo stesso nome) nella sua gigantesca irruenza digitale cangiante, o la Kitsune, sorta di volpe mutaforma il cui aspetto umano è una fascinosa geisha-strega. E «irruenza digitale» è forse il miglior modo di definire l’uso sopra le righe degli effetti speciali, d’altronde non è il primo film sui generis da questo punto di vista, Suckerpunch «docet». Esaltazioni amplificate da scenografie e costumi sgargianti, coloratissimi, innovativi, pomposi quanto epicamente sobri, con risultati estetici eccezionali, per quanto storicamente fuori luogo. Tutto muove i passi da uno degli accadimenti più famosi della storia giapponese, dal sapore leggendario, quello dei quarantasette samurai al servizio del daimyo (signore feudale) Asano Naganori, costretto a commettere seppuku (il suicidio rituale in cui ci si squarcia il ventre mentre l’amico più fidato ci decapita) dopo aver ferito il maestro di protocollo Kira Yoshinaka, il quale aveva osato insultarlo. Si parla dei primi anni del 1700, quando gli unici contatti con l’estero erano i galeoni commerciali olandesi attraccati a Nagasaki. Il film ricalca questa traccia storica, aggiungendo qualche guerriero in più al conto, uno su tutti il protagonista Kai interpretato da Keanu Reeves che torna alle parti da eletto dopo Matrix, inizialmente emarginato dagli altri guerrieri in quanto mezzosangue di un marinaio inglese e una contadina del posto abbandonato nella foresta dei Tengu, altri yokai (spiriti o demoni della tradizione popolare) che però nel film stranamente rivestono i panni di monaci buddhisti, il cui rifiuto della violenza comporta l’eliminazione del violento e la somministrazione di katane superlative ai non violenti (sic!). Vendetta, tremenda Vendetta. Dopo la morte del loro signore, si ritrovano tutti degradati a ronin (letteralmente, uomo onda), raminghi senza più padrone né onore. Che però presto ristabiliranno organizzando un piano per far fuori chi ha causato la morte del loro padrone. Sapendo perfettamente che anche fossero riusciti nel loro intento, sarebbero stati tutti costretti a loro volta a suicidarsi. Ma l’onore e il rispetto erano tutto nel Giappone feudale. Kira ha per compagna/consigliera una potente Kitsune dagli occhi di colori diversi. Questa coppia tenebrosa ricorda i capi dei delinquenti de Il Corvo, stessa coppia dai capelli lunghi lisci e corvini, stessa passione per la stregoneria della donna asiatica di turno e occhio agli occhi! Al film dei fratelli Wachowski già nominato, invece, non richiama soltanto il ruolo di Reeves, ma anche gli insetti artificiali schierati in campo per scopi malvagi: una specie di ricetrasmettitore a forma di tenia biomeccanica nell’addome dell’Eletto contro la matrice e un ragno creato magicamente dal sangue di Kira che spalma veleno allucinatorio sulle labbra di Asano mentre dorme, esso gli fa aggredire Kira, percepito erroneamente come lo stupratore di sua figlia, che comunque dopo la morte del padre vorrà al suo fianco per aumentare la sua influenza. Giungendo all’Amleto shakespeariano basta osservare le somiglianze di queste congiure di palazzo al veleno con tanto di spiriti inquieti e donne regali date in spose a bruti assetati di potere, che vengono smascherati durante rappresentazioni teatrali. Inutile dire come terminerà la battaglia finale (peraltro intensissima, ma senza morti visibili!). Più interessante è notare come lo Shogun Tokugawa Tsunayoshi dell’ultima dinastia dello shogunato Tokugawa apprezzi il gesto ferale dei guerrieri vindici salvando il più giovane, Terasaka Kichiemon, che nella leggenda pregherà per i suoi compagni, mentre nel film proseguirà la stirpe di Oishi Kuranosuke, capo dei samurai decaduti. Degno di nota sia opera d’esordio registico, considerati i livelli raggiunti. I connazionali odierni ricordano ogni anno i loro gishi: il Sengakuji a Tokyo dove sono sepolte le loro spoglie è un piccolo, armonioso, straordinario luogo di culto e pellegrinaggio. Ronin… non una condizione disonorevole, ma una delle tante vie del Bushido.