I farabutti della Repubblica Italiana

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mafia
Mentre il cittadino è incatenato tra intercettazioni di ogni tipo, controlli bancari obbligatori periodici, visite dell’Agenzia delle Entrate e per chi ha un’attività anche estorsioni di Stato, si scopre che la Tesoreria della Camera viene usata come banca “pulita”, scevra da qualsiasi tipo di controllo, per finanziare niente di meno che la latitanza di un parlamentare già condannato a 5 anni per concorso esterno in associazione mafiosa.
D’altronde la mafia sta ancora riscuotendo il contributo fornito agli Alleati per l’occupazione dell’Italia durante il secondo conflitto mondiale, e così utilizza infrastrutture e uomini dello Stato come fossero la sua branch diplomatica e finanziaria. Vedasi anche per quanto riguarda gli appalti per l’Expò.

Un sistema mafioso che comprende anche le amministrazioni pubbliche e la magistratura.

Ecco a voi l’Italia liberata. Complimenti!

(Giornalettismo.com) – Un conto corrente bancario, aperto alla tesoreria della Camera dei deputati, per far transitare il denaro diretto ad Amedeo Matacena, l’ex parlamentare di Forza Italia condannato a 5 anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa e latitante a Dubai. Un canale dal quale dovevano passare i pagamenti per garantire la sua latitanza e il suo trasferimento in Libano. Questo è quanto emerso dalle carte dell’inchiesta «Breakfast» della Direzione antimafia di Reggio Calabria, che ha eseguito gli arresti dell’ex ministro Claudio Scajola e di altre sette persone. Tra queste, anche la moglie dell’imprenditore calabrese, Chiara Rizzo: fermata a Nizza, sarà interrogata dalla magistratura francese questo pomeriggio alle 15 al Parquet Général di Aix-en. Potrebbe essere estradata già oggi, come ha confermato uno dei suoi legali, Bonaventura Candido: «Il giudice francese dovrà verificare se la richiesta di estradizione può essere accolta. Poi trasmetterà gli atti al presidente della Corte d’appello, che ha 24 ore per decidere. Ma potrebbe farlo già in giornata», ha chiarito l’avvocato.  
CLAUDIO SCAJOLA, LA LATITANZA DI MATACENA E IL CONTO CORRENTE APERTO ALLA CAMERA – Il conto corrente aperto alla Camera è emerso grazie a un’intercettazione del 5 febbraio scorso: una telefonata tra la stessa moglie del latitante Matacena, Chiara Rizzo, e l’ex ministro Scajola, durante la quale si parlerebbe proprio di questo particolare. Secondo l’accusa, la famiglia di Matacena da tempo stava ricercando aiuti in grado di favorire il trasferimento dell’ex parlamentare azzurro da Dubai verso il Libano. Proprio dove si era già rifugiato Marcello Dell’Utri, al quale la Cassazione ha confermato venerdì scorso la condanna a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo l’interpretazione della Dia, l’attuale residenza negli Emirati arabi uniti era considerata ormai poco sicura dai familiari di Matacena, in seguito alla richiesta di estradizione avviata dalle autorità italiane. Attraverso l’intermediazione di Vincenzo Speziali – tra gli indagati – Scajola avrebbe tentato di incontrare l’ambasciatore del Libano nel nostro Paese. Ci furono però degli intoppi, considerato come in Libano deve ancora essere completato il varo del nuovo esecutivo.
IL DENARO PER IL TRASFERIMENTO DI MATACENA IN LIBANO – Per il trasferimento di Matacena da Dubai a Beirut serviva però denaro. Per questo – secondo quanto emerso dalle carte dell’inchiesta – Scajola chiese a Chiara Rizzo se Amedeo Matacena avesse un conto corrente presso la tesoreria della Camera». La donna aveva risposto di sì, «in quanto l’ultima volta ha pagato versando ad Amedeo là». Scajola aveva replicato, dicendo che era «perfetto», in quanto «risolveranno tutto in questo modo, se lui ha fatto una comunicazione alla Camera». È a quel punto che – riportano gli inquirenti – Chiara Rizzo ha interrotto Scajola, spiegando di aver «già fatto la comunicazione», così come «la doppia firma con Lei». Così Scajola ha spiegato alla donna di portargli una documentazione che lo attesti, impegnandosi «a risolvere tutto». I flussi finanziari di Matacena sono adesso bloccati: dopo l’esecuzione degli arresti disposti dalla Dda di Reggio Calabria, giovedì scorso, sono stati gli uomini della Dia a “congelare” cinquanta milioni di euro. Denaro individuato, secondo l’accusa, sotto la copertura di società di comodo intestate in modo formale a personaggi strettamente legati all’ex parlamentare.
LE DICHIARAZIONI DI AMEDEO MATACENA – Intanto, è stato lo stesso Matacena a difendersi dall’accusa di voler trasferirsi in Libano, intervistato via Skype dal Tgr Rai calabrese:  «Non ho fatto nessun tentativo, lì sarebbe stato molto più facile essere estradato», ha spiegato. Per poi aggiungere: «Mi sono scoperto tra ieri e oggi per la prima volta a pensare veramente di farla finita, poi ho sentito mio figlio: non si può fare. Mi sento devastato. Come si sentirebbe lei se avesse sua madre agli arresti domiciliari, sua moglie in carcere ed i figli da soli, che stanno cercando di affrontare questa situazione difficile?», ha concluso l’ex parlamentare forzista.  Restano da analizzare decine di faldoni, sequestrati all’ex ministro Scajola. Documenti nei quali, come ha spiegato il Corriere della Sera, l’ex ministro conservava dossier su politici e favori.