L’ascesa del shelfie

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Dopo selfie, arriva shelfie… sempre per mostrarsi, sempre per mostrare, sempre per farsi vedere. 
Ma questa volta per parlare di se attraverso la propria casa, i posti che si frequentano, i libri che si leggono (o si fa finta di leggere), ciò che si mangia a colazione, pranzo e cena, (purchè sia di marca e davvero bello da vedere), dove si prende l’aperitivo e via dicendo.
Appparire, apparire, apparire! Far parlare di se, far parlare di se, far parlare di se!
Conta solo questo oggi?
Pare di si…

di Annalena Benini

(ilfoglio.it) – Dopo che ci si è fotografati la faccia in un milione di posizioni e con tutte le pettinature possibili, dopo che ci si è spinti anche più in là, condividendo sui social media varie parti del corpo, sempre con l’aria di mostrare la nostra spiritosaggine e autoironia, dopo tutta questa umanità accalcata e catalogata in milioni di autoscatti, insomma, è il tempo della natura morta. Il vassoio con le mele e la rivista letteraria appoggiata lì accanto con noncuranza, oppure il caffè fumante in tazzina vintage e zuccheriera sbeccata ma d’effetto, e la didascalia, o per chi preferisce ashtag: domenica mattina. Si chiama shelfie questa volta, perché shelf è lo scaffale, e infatti è tutto un fiorire di angoli di libreria fintamente disordinati per eccesso di cultura (il messaggio del shelfie), di mensole della cucina con fiori freschi e lampade di design, kilim antichissimi sopra cui si rotola beato il cane (in questo caso non si tratta di natura morta, ma di animale domestico, che ha il vantaggio di essere fotogenico anche appena sveglio, e senza ritocchi per spianare le occhiaie). Bisogna dimostrare buon gusto, occhio per la progettazione d’interni, ottima scelta dei biscotti per la prima colazione, e serie letture da fotografare distrattamente in mezzo ai giocattoli dei bambini, o  sopra una poltrona che affaccia sul giardino. Il shelfie con vista, infatti, è il più invidiato. Scrive il Wall Street Journal che l’ascesa di questo modo di mostrare pezzi di sé, i propri interni, ha a che fare con la comodità: prima che esistessero i social media, se si voleva sfoggiare il divano nuovo o la collezione di bambole era necessario organizzare almeno una cena, diramare inviti, apparecchiare, pensare a un fantastico centrotavola e a pietanze squisite, accogliere, sorridere, fingere di non essere turbati per la  rottura della brocca di cristallo della zia Adele, e poi lavare i piatti, pulire tutto dalle briciole e dai noccioli di olive, e spesso anche litigare con un marito perché non è stato abbastanza divertente con gli ospiti o perché è stato troppo divertente con un’ospite soltanto. E tutto per raccogliere qualche lode svogliata, una telefonata del giorno dopo di chi ha notato quella lampada di recupero e la carta da parati in bagno. Adesso si possono raccogliere migliaia di “mi piace” semplicemente fotografando uno squarcio di salotto, o una teiera usata come vaso da fiori, uno scolapasta di ferro come fruttiera, basta che ci sia la luce giusta, il filtro giusto, il parquet che sbuca da un angolo. Alice Gao, newyorchese, ha settecentotrentacinquemila seguaci, persone che vogliono guardare le sue tazzine azzurre e i rami di mela cotogna dentro un vaso trasparente sul tavolo da pranzo. E’ l’arte di mostrare il meglio di sé, simile a quella di fare le facce buffe in un autoscatto con il reale intento di mostrare gli occhi verdissimi. E’ la fiera della vanità applicata agli oggetti, un modo molto diretto per provareche di una persona che vive così, circondata da quei libri, da quei numeri impilati del New Yorker, ci si può fidare. Una faccia può anche mentire, un bikini può raccontare una storia diversa, ma una stanza dice sempre la verità. Ecco perché si scattano shelfie anche fuori casa, per depistare. Dettagli di pasticcerie, alberghi, stradine,  non solo per testimoniare il proprio passaggio, ma anche per avvertire che si fa sempre attenzione alle buone cose di ottimo gusto: le violette, una sedia consumata. Si chiede al cameriere di aprire un po’ di più la finestra, per far passare la luce, di togliere quell’orribile candela dal tavolo, di procurare un taccuino e una penna da abbandonare sbadatamente accanto al Martini con ghiaccio. E se la signora del tavolo accanto si può spostare un po’, per favore, perché con quei capelli rovina l’inquadratura.