Minima Cardiniana

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franco cardini

di Franco Cardini

(francocardini.net) – Vorrei invitarvi oggi a due differenti ordini di problemi: la prospettiva del “Semestre Renzi” in Commissione Europea e la prossima discussione in Senato del nuovo testo della “legge contro i negazionismo”.

1. IL SEMESTRE DI PRESIDENZA ITALIANA ALLA COMMISSIONE EUROPEA: POTREBB’ESSERE UNA COSA SERIA

Qualche giorno fa, all’atto di un ennesimo naufragio di migranti a due bracciate dalla costa di Lampedusa, Matteo Renzi, interpellato da un intervistatore in TV, ha dichiarato testualmente: “L’Europa salva le banche ma lascia annegare i bambini!”. Dicono in molti che Renzi sia politicamente parlando un cinico (il suo “Sta’ sereno!” a Enrico Letta alla vigilia del siluramento è diventato proverbiale); ma chi lo conosce bene assicura altresì che umanamente sia un sentimentale e un emotivo. Ed è anche un cattolico ex boy- scout. E’ poi così probabile che i bambini annegati di Lampedusa lo abbiano lasciato insensibile, che se ne sia servito solo per una battuta demagogica? Del resto, anche se così fosse, resterebbe il fatto che siamo davanti a un politico che sarà anche anagraficamente giovane, ma che ormai ha una sua consumata esperienza fin dai tempi quasi lontani nei quali era presidente della provincia di Firenze. E un politico d’esperienza non si lascia scappar dalle labbra una battuta come quella quando sa bene di essere alla vigilia di assumere la funzione di presidente della Commissione Europea per il prossimo semestre. Al contrario: uno come lui, in frangenti come questi, pronunzia sull’Europa solo espressioni e intenzioni programmatiche. Fuori dai denti, non può non significare che egli, una volta insediato, costringerà l’Unione a far la sua parte riguardo al progetto Mare Nostrum anziché lasciar l’Italia solo in alto mare (è il caso di dirlo).

Presidente del PD, Presidente del Consiglio, Presidente della Commissione Europea. Tutto in pochi mesi, accrescendo intanto il suo già cospicuo tesoro di consensi. Stravincitore delle elezioni europee, stratega di una riforma elettorale che presumibilmente, comunque vada, non modificherà nella sostanza rispetto al famigerato Porcellum quel che riguarda la selezione diretta dei candidati da parte delle segreterie: il che vuol dire che i futuri parlamentari del PD vuole sceglierseli lui, uno per uno. E’ il suo momento: deve battere il ferro finché è caldo e, a quel che pare, ci sta riuscendo. Il suo scopo strategico consiste in sintesi (ci torneremo subito sopra, nei dettagli) nel condurre a termine la riforma elettorale in termini a lui favorevoli e utilizzarla per una nuova, piena vittoria che lo riconfermi Presidente del Consiglio, con un risultato del quale però finora non dispone: una sanzione elettorale formale ed esplicita, una consacrazione popolare pubblica, diretta e che non lasci adito né a dubbi né ad equivoci. Per ora, a dispetto della sua popolarità e degliscoops garantitigli dai media, resta comunque l’ennesimo Presidente italiano uscito da una combine parlamentare. Ciò lo fa sentire insicuro e non può bastargli. Sa di non essere in grado di costruire una politica credibile ed efficace su queste basi.

Questo è il punto. Può piacere o dispiacere, suscitar grandi speranze o rabbia e addirittura paura, però Matteo Renzi – il rottamatore, lo sfasciacarrozze, il decisionista – è comunque la prima autentica novità nel quadro politico italiano dopo la caduta di Craxi. Tale non è stato l’antipolitico Berlusconi, un imprenditore nei guai entrato un ventennio fa in politica per disperazione – quanto aveva ragione il vecchio Montanelli! -, per salvare i suoi interessi e le sue aziende, e mantenutosi per troppo lungo tempo in sella (e comunque a galla) a colpi di corruzione, di propaganda mediatica, di trovate pagliaccesche e di compravendite di politicastri corrotti e di ballerine di quarta fila da lui fatte assurgere alla notorietà politica e riempite di soldi e di ubriacature mediatiche. Non dimentichiamolo mai: Berlusconi, che oggi continua ad essere un leader titolare di ostinati consensi nonostante sia stato condannato per i suoi reati – una situazione che farebbe indignare qualunque opinione pubblica appena degna di questo nome, perfino a Panama e in Sierra Leone – ha trascinato il paese nel fango e nel ridicolo, ha fatto sì che mezzo mondo ci ridesse dietro. Vero è che a livello internazionale dava spesso fastidio ai “poteri forti”: nella sua irresponsabile impoliticità, a volte assumeva posizioni che in un diverso contesto sarebbero state originali e coraggiose: nei confronti della Russia di Putin, ad esempio. Ma anch’esse, prive di un contesto politico serio, restavano inefficaci e velleitarie. Comunque, il Berluska non era un uomo al servizio del gruppo Bilderberg, dellelobbies multinazionali, di associazioni a delinquere come il “Fondo Monetario Internazionale”. Queste realtà, espressioni dei gruppi di pressione e di potere che sono gli autentici padroni del mondo, potevano scegliere come loro fiduciari tra Prodi e Monti: avrebbero potuto episodicamente servirsi di lui, e lo hanno fatto (ad esempio nelle crisi afghana e irakena), ma non lo avrebbero mai scelto come loro fiduciario de facto. Hanno invece tutta l’aria di aver messo gli occhi sul giovane, energico e simpatico Renzi, in grado di far inghiottire agli italiani la loro politica turbocapitalista e la loro aggressività internazionale. E Renzi ci starà: almeno se e finché non sentirà di essere forte abbastanza per consentirsi il lusso di una “sua” politica, che per il momento non si sta profilando.

Ma egli sa bene che, per tenere a freno gli italiani e anche molti europei in un momento di diffuso malessere e di trionfo dell’euroscetticismo ch’è in realtà antieuropeismo, qualcosa bisogna pur concedere. Qualche strappo alle regole dell’austerity, ad esempio, che lasci nella gente l’impressione che non siamo più al traino dei Superiori Sconosciuti. O magari qualche iniziativa nei confronti del continente africano dal quale ci arrivano i migranti: qualche iniziativa volta a far sì che la gente rifletta sul fatto che, ad esempio, è un assoluto non-senso che il Mali (uno dei paesi dal sottosuolo più ricco del mondo) ospiti una popolazione tra le più miserabili del pianeta; e che per fermare quindi, o comunque per attutire e ridimensionare, il fenomeno migratorio, è necessario non solo consentire a quella popolazione di svilupparsi a casa sua, ma restituirgli una parte delle ricchezze che attualmente le viene drenata dalle lobbies a “testa” occidentale, o araba, o cinese. Ove Renzi riuscisse a reimpostare il problema del Mare Nostrum in modo non solo da obbligare sul serio l’Unione Europea a farsi carico della sua parte di doveri e di responsabilità nella frontiera mediterraneo-meridionale che non è problema solo italiano bensì europeo, ma anche da obbligar a prendere in considerazione le vere cause e le dinamiche profonde delle migrazioni di massa (che vanno ricercate nella barbara, indiscriminata politica di sfruttamento della quale il continente africano è vittima), il suo prestigio schizzerebbe alle stelle e al tempo stesso l’Europa comincerebbe a riscuotersi dall’inazione e dallo squallore dell’incapacità politica che oggi l’attanaglia.

Ma potrebbe far ancora molto di più. Potrebbe ad esempio sfruttare fino in fondo, energicamente, spregiudicatamente, la sua fiorentinità. Noi non sempre e non appieno ce ne rendiamo conto: ma Firenze – come Roma, come Venezia, come fino a poco tempo fa Napoli, come ora cominciano anche Milano e Torino – è una Parola Magica in grado di entusiasmare popoli che ormai hanno nel turismo una loro precipua e specifica massiccia attività. Il suo prestigio di fiorentino, di “sindaco” di Firenze anche se formalmente è stato costretto ad abbandonare la carica – di successore dunque, agli occhi del mondo, di Giorgio La Pira -, consentirà al futuro Presidente della Commissione Europea di parlare il linguaggio di Dante e di Leonardo, un linguaggio universale: e di chieder dall’alto di quel podio morale e spirituale che l’Europa esca dal gorgo melmoso e neghittoso dell’Eurolandia, che riprenda il suo cammino di guida morale e spirituale del mondo.

A tal fine occorre però una reale coscienza civica europea, una consapevolezza identitaria che può esserci data solo da una storia condivisa. Mezzo secolo fa, ai tempi delle grandi speranze europeiste alimentate e sorrette da uomini come De Gasperi, Adenauer e Schuman, i ventenni sinceramente europeisti – tra i quali mi annoveravo anch’io, pur non aderendo al federalismo spinelliano che andava allora per la maggiore – auspicavano che da subito, in tutte le scuole dei sei paesi aderenti all’Unione di allora, nel rispettivo idioma di ciascuno di essi, si cominciasse a studiare e a insegnare una comune storia europea: una storia rivissuta, reinterpretata, riscritta e riproposta, espressione non già di un puro e amorfo patrimonio événementiel bensì di una reinterpretazione che presentasse come logico e necessario, dopo secoli di guerre fratricide, un effettivo processo di convergenza e di reciproca integrazione, un ut unum sint, un e pluribus unum. La nascita insomma di un senso civico europeo, di un patriottismo europeista, di una coscienza identitaria (e lo ripato oggi, anche se questo aggettivo è stato negli ultimi anni oggetto di abusi e di distorsioni).

Ma il sistema di Yalta e i suoi due potenti guardiani, USA e URSS, vegliavano: la divisione dell’Europa in blocchi contrapposti (quindi la pratica e concreta “vanificazione” del continente europeo), la Cortina di Ferro, le pseudocontrapposte (in effetti complementari) forze della NATO e del Patto di Varsavia erano lì a impedire un’integrazione politica che sarebbe stata contraria ai loro interessi e alla loro volontà egemonica.

Si procedette quindi a gran passi verso il mercato unico e la moneta unica europea, strumenti indispensabili a imprenditori, finanzieri e speculatori: ma non si gettarono le basi per alcun futuro sistema di effettiva unità politica federale o confederale, si bocciò la CED (Comunità Europea di Difesa), si aggirò lo spinoso problema della concorde parziale cessione di una parte della sovranità nazionale da parte di tutti gli stati aderenti a un superiore comune ente governativo e si preferì, separatamente, la cessione semitotale della sovranità (e della dignità) allo straniero occupante che trattava sostanzialmente da ascari le nostre forze armate. Nel ’56, allorché l’Ungheria rischiava di far sentire troppo alta la voce del suo sangue e del suo sacrificio, intervenne la “tempestiva” crisi di Suez: e la libertà di Budapest fu barattata con l’umiliazione del popolo egiziano e con il ritorno di Suez alla “comunità internazionale”, cioè agli sfruttatori e ai profittatori di sempre.

Così, l’Europa non è nata: al suo posto c’è l’Eurolandia, “gigante economico e nanerottolo politico”. Matteo Renzi non modificherà questo equilibrio: non ne ha né gli strumenti, né purtroppo l’intenzione. Eppure basterebbe che ne mettesse in forse alcuni aspetti secondari, che spezzasse con qualche ineducata per quanto innocua sassata qualche cristallo dell’imponente e inutile edificio pseudo-europeo, perché il clima cominciasse a cambiare. Basterebbe che rilanciasse ad esempio il progetto di una storia comune studiata non più in sei, bensì in ventotto paesi; o che riprendesse il progetto lapiriano dei “Colloqui mediterranei” ora che la crisi vicino- e mediorientale si è tanto aggravata. Sarebbe sufficiente che uscisse dal suo stesso dogma provinciale secondo cui “è inutile occuparsi di politica estera”: una cinica opinione ch’è funzione della nostra impotenza e dello stato di abiezione politica in cui ci troviamo, ma che solo i politicastri possono prendersi la libertà di affermare come una verità incontrovertibile. Gli statisti no. Quelli, le “verità incontrovertibili”, cercano di rovesciarle. Magari senza riuscirci. Matteo, ormai ti sei fatta regalare la scatola di giocattoli del Piccolo Statista. Impara a servirtene: i balocchi della bassa politica di dietro l’angolo puoi lasciarli nella soffitta di Pontassieve. L’Europa è oggi caduta tanto in basso che per risollevarsi avrebbe bisogno di un nuovo Bismarck o quanto meno di un nuovo Adenauer, non di un qualche sagrestano doroteo. Può darsi che tu non sia all’altezza. Però provaci.

E qui subentra appunto un necessario discorso che, dopo quello sulla strategia, prenda in considerazione la tattica renziana. Come si arriva al pieno potere in Italia e a un salto di qualità sul piano del prestigio europeo? Riflettiamo sulla natura profonda dell’homo politicus Italicus da oltre un secolo e mezzo, da quando l’Italia è stata fatta: senza andar a scomodare né il vecchio Machiavelli né il solito Cavour al quale l’unità e la centralizzazione furono imposte dalla forza dei fatti che, nel ’59 (ricordate Villafranca?), gli erano scappati di mano. Si è detto troppo a lungo, durante quella Seconda Repubblica che non si è mai capito né se è quando sia davvero nata né se e quando sia morta, che la strada – addirittura la “vocazione” – del Bel Paese era il bipartitismo più o meno “imperfetto”. Non scherziamo. Noi non siamo né inglesi, né americani e nemmeno tedeschi. Pensate al Giolitti del’12, al Mussolini del ’23-’25, al de Gasperi del ’47-’48, perfino – Dio ci perdoni – al Berlusconi del ’93. L’autentico genio italico è – purtroppo – il trasformismo accompagnato dal suo furbastro gemellino, l’unanimismo. Gli italiani, per uscir dalle péste, serrano al centro” e si attestano sull’”estremismo moderato”, sul conformismo soteriologico che li induce ad evocare a irregolari ma fatali scadenze l’Uomo della Provvidenza di turno.

E Renzi, cattolico molto moderatamente “di sinistra”, allievo spirituale di Kennedy e di Blair ed ex-militante della Margherita rutelliana, ora che la “Grande Sinistra” italiana si è dissolta ha il còmpito di traghettare verso una sinistra moderata un popolo di centro e di centrodestra che in realtà non ha né idee né cultura e che altro non aspetta se non di venir traghettato. Il PD, ora liberato anche delle Feste dell’Unità e dei color pastello di veltroniana memoria che avevano sostituito il vecchio glorioso rutilar della Bandiera Rossa, è divenuta l’ideale, invitante e accogliente Casa Comune di centinaia di migliaia di ex-democristiani, di ex-socialisti, di ex-liberali, di ex-conservatori, di ex-missini, di apolitici-agnostici che pur potrebbero abbandonare l’assenteismo politico cronico, di “benpensanti” di ogni genere con qualche frangia eversiva. Tutta questa eterogenea fiumana priva di prospettive e di orientamento finirà con il confluire volentieri a ricostituire un nuovo partito semiunico di centro dopo la salutare “purga” che l’avrà liberata dai malinconici e pervicaci residui della sinistra. Ci saranno dei dolori di pancia, senza dubbio: qualche accorata protesta e qualche indignato abbandono, qualche rigurgito di buona coscienza (e di buona fede) sindacalista in una classe operaia ormai sfiduciata e demobilitata, magari perfino qualche bomba o, perché no?, una nuova – allarmante, ma breve – stagione terroristica della quale si sono già avute alcune inevitabili avvisaglie (che magari saranno utilissime a convincere i benpensanti che davvero bisogna “serrare al centro”, magari con un po’ di maniere forti, e che Renzi è l’unica, ultima speranza). Ora che i Vendola sono stati sconfitti e che i Chiti e i Mineo sono usciti un attimo allo sbaraglio per rientrare subito nei ranghi, Renzi ha comunque bisogno di una qualche sferzata di energia e di orgoglio, magari moralizzante, “da sinistra”, che induca quel che di essa resta ad abbandonare una nave che sta inequivocabilmente intraprendendo una differente rotta, sulla scia della quale archeosocialisti e paleosocialisti comunque déguisés non possono certo né accettar di navigare, né cercar di arrancare nuotandole dietro.

Il PD va dunque depurato di quelle forze o dei loro epigoni: ma non è Renzi che può esplicitamente costringerle ad uscire. Al contrario, egli vuol dar prova di aver fatto di tutto per trattenerle fino in fondo con lui: sono per ora un’ottima ancorché fallace riprova che il partito resta pur sempre “di sinistra”. In tal modo, se e quando si faranno vincere dall’esasperazione al punto di andarsene sbattendo la porta e magari bruciando (metaforicamente) qualche suppellettile, saranno loro a dover rendere conto della “bandiera tradita”, della “trincea abbandonata”. Non lui: non Renzi, che ne resterà il padrone incontrastato. Ma intanto il trauma della rottura avrà probabilmente scosso la coalizione di governo, determinato contraccolpi nelle compagini tanto della maggioranza quanto delle opposizioni, insomma provocato (eccoci al punto) la necessità di nuove elezioni.

Ebbene, o italiani: torniamo all’oggi. Salvo grosse novità sul piano internazionale (e non ve le, non me le auguro), Renzi avrà successo come Presidente della Commissione Europea. Anche se non porterà granché di concreto a casa, il frastuono assordante e concorde dei media i padroni dei quali hanno interesse ad appoggiarlo ce lo farà comunque credere. Egli riprenderà allora a tempo pieno il suo del resto mai abbandonato lavoro di Presidente del Consiglio, ai primi del ’15; aggiusterà e “rimpasterà”, forse più volte, la sua équipe di governo; poi, proprio mentre le cose parranno avviarsi per quanto moderatamente al meglio, arriverà la crisi politica. Ne ha bisogno. Ha conosciuto una troppo rapida e travolgente ascesa, alla quale potrebbe corrispondere un’altrettanto rapida perdita di consensi. Il tempo, in questo, non lavora per lui. Più ci si allontana dai giorni festosi dei successi e delle promesse, più aumentano delusione, critiche, scetticismo. Deve portare gli italiani alle elezioni prima che essi si disamorino.

Ma se Renzi, ha bisogno di una crisi politica che renda necessarie nuove elezioni, non potrà certo apparire responsabile. Un nuovo colpo di fortuna – magari “aiutata” da qualche scelta – gli consentirà di non condurre la legislatura al suo termine naturale, nel ’18. Renzi sarà “costretto” prima del tempo, nella generale deprecazione e per colpa altrui, a interrompere la sua pur saggia e successfull opera di governante proprio mentre stava per farcela a tirar fuori il paese dalla crisi: e dovrà affrontare nuove elezioni dalle quali uscirà vincitore, padrone del campo per un rinnovato quinquennio che potrà finalmente affrontare con stabilità e sicurezza. A questo punto, la Terza Repubblica avrà raggiunto il suo scopo: uscire definitivamente dalla crisi, riconquistare ordine e tranquillità, guardare fiduciosa al futuro. E’ quel che i suoi elettori hanno chiesto e con sempre maggior convinzione chiederanno a Renzi; è quanto egli è ben deciso ad elargire loro.

Ed egli forse ci riuscirà, se si accontenterà delle ambizioni di piccolo governante fortunato e moderatamente aperto all’intrallazzo. Ma se svilupperà invece maggiori ambizioni, se giudicherà di essere maturo e “tagliato” per la “grande” politica, quella che per forza di cose dev’essere anche politica sociale e politica estera, magari ci darà qualche sorpresa. Starà a lui, se le cose andranno così, lo scegliere tra il restar un modesto leader neodoroteo o il tentar di diventare un Bonaparte.

Potrebb’essere proprio lui, ad esempio, dopo aver inghiottito il boccone indigesto degli F 35, a rilanciare l’idea dell’identità e dell’indipendenza europee. Perché no? Per arrivare davvero a risultati anche modesti, bisogna aver il coraggio dei grandi orizzonti. Il male dei politici italiani è che da troppi anni ne hanno avuti di troppo ristretti. Arrivare da Pontassieve a Firenze è un viaggio breve: eppure Firenze è il capoluogo della Toscana. E non basta. Firenze è un Centro del Mondo.

Franco Cardini

2. A PROPOSITO DI “NEGAZIONISMO”

La Commissione Giustizia del Senato ha approvato il 17 giugno scorso il disegno di legge S 54, “modifica all’articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n.654”, presentato il 15 marzo (primi firmatari Silvana Amati e Lucio Malan). Il testo, che dovrà ora venir discusso in aula senatoriale (relatrice Rosaria Capacchione), prevede l’introduzione del reato di negazionismo che sarebbe punibile con reclusione fino a tre anni e con multa fino a 100.000 euro. Se venisse trasformato in legge, esso comporterebbe addirittura la modifica dell’articolo 414 del codice penale.

Il testo ora approvato dalla Commissione Giustizia si diffonde sui modi attraverso i quali sarebbe possibile commettere tale reato attraverso qualunque forma – le telematiche comprese – di propaganda e di diffusione di “idee” (sic) fondate “sulla superiorità o sull’odio razziale, etnico o religioso”. Il quadro è molto ampio, riguarda profondamente anche questioni attuali dolorosamente vive nello scenario internazionale ma non è chiaro su un punto: che cosa significhi “negazionismo”. Stando al testo, incorrerebbe appunto in tale reato chi si rendesse responsabile di “apologia, negazione, minimizzazione dei crimini di genocidio, dei crimini contro l’umanità e dei crimini di guerra”, per definire i quali ovviamente si rinvia al testo degli articoli 6, 7 e 8 dello statuto della corte penale internazionale. Ora, quel che non si capisce è in che modo, in quali circostanze, con quali limiti e attraverso quali strumenti sarebbe possibile individuare non tanto l’apologia o la negazione tout court, quanto la “minimizzazione” di quei crimini: e quindi, soprattutto, l’accertamento che essi siano o siano stati effettivamente tali, e commessi con le caratteristiche di estensione e di gravità che il testo ritiene con ogni evidenza come già definitivamente, irreversibilmente accertati. Ad esempio, sarebbe in futuro denunziabile e magari condannabile alla luce di quel testo, una volta trasformato in legge dello stato, chi sollevasse dubbi o eccezioni a proposito delle atrocità commesse nel carcere irakeno di Abu Ghraib o in quello (statunitense, ancorché in territorio cubano) di Guantanamo?

Il punto reale è un altro. Purtroppo, nel nostro o in altri paesi, la polemica sul cosiddetto “revisionismo storico” e quindi sul “negazionismo” (a torto o a ragione considerato l’estremizzazione del revisionismo) ha finito negli ultimi anni con il riguardare esclusivamente la questione della Shoah. Quel “dovere della memoria” del quale tanto si è parlato ha finito con l’associarsi al principio dell’unicità (e irrepetibilità?) del crimine dello sterminio degli ebrei durante la seconda guerra mondiale, e al carattere totalizzante e sistematico di esso (almeno nelle intenzioni di chi lo programmò e lo perpetrò) al punto da giungere in un certo senso all’esatto opposto di quella che ara, almeno per molti, la sua primitiva ispirazione. La Shoah ha finito con il campeggiare come il crimine per eccellenza, da ricordare non già come esempio e modello di tutti gli altri, ma in sostituzione ad essi: tanto che, in Francia, se si è voluto che il “dovere della memoria” riguardasse anche lo sterminio degli armeni compiuto dai turchi tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, si è dovuto ricorrere a un’apposita legge. In questo contesto, chiunque negasse (o minimizzasse) che sia esistito nella storia un genocidio dei native Americans, o dei tasmaniani, o dei tutsi – per tacere i massacri commessi nei secoli passati – non si renderebbe reo di “negazionismo”. Esso riguarda, anche nella generale sensibilità della pubblica opinione, soltanto chi in vario modo e con veri argomenti eccepisce sul carattere e le intenzioni del “programma del Wannsee” o sui “campi di sterminio” nazisti. E le legislazioni vigenti in vari paesi europei vanno appunto in tal senso.

La questione è resa delicata dal rischio che si finisca con il porre per legge dei limiti alla liberà non solo d’espressione, ma anche d’informazione e di ricerca. Quell’attività criminosa ch’è stata globalmente definita come “negazione, giustificazione, banalizzazione” del genocidio o dei crimini di guerra o di quelli contro l’umanità è stata, nella pratica concreta, individuata in un’eterogenea a costellazione di dichiarazioni e di scritti che vanno dalla banale o demenziale apologia oppure dalla volgare e ingiustificata menzogna assolutrice dei crimini nazisti fino a scritti contestati e contestabili ma non trascurabili né indegni (al contrario!) di confutazione, fino a saggi di notevole valore euristico e documentario che possono anche essere – e magari si è anche provato che lo sono – pieni di lacune, d’inesattezze, di errori, perfino (in qualche caso) di menzogne: e che nonostante ciò sono frutto della libertà di ricerca e di un impegno effettivamente erudito se non addirittura scientifico. Sappiamo tutti ad esempio che un indiretto “ridimensionamento” (che peraltro nulla ha tolto sul piano qualitativo all’enormità del crimine oggetto della ricerca) è provenuto addirittura dal contributo di studiosi di ebrei israeliani quali Norman G. Finkelstein con il suo celebre L’industria dell’olocausto (tr.it. Rizzoli 2002). E’ chiaro che – a dispetto di quel che certi media hanno tentato di fare – non si può far d’ogni erba un fascio associando studiosi seri come Ernst Nolte a personaggi dagli aspetti caratteriali curiosi ma che hanno pur dato prova di grosso spessore scientifico quali David Irving o a poligrafi che appaiono caratterizzati da una certa monomanìa ma che pure hanno raccolto dati analiticamente parlando non sempre trascurabili, quali un Robert Faurisson, o infine a volgari e maldestri apologeti neonazisti di quelli che infestano le più varie reti di telecomunicazione.

Non esiste fatto storico che possa per legge venir stabilito come perfettamente e definitivamente ricostruito; nessuno a proposito del quale la ricerca possa venir vietata o limitata. Tantomeno si può sancire per legge una “verità storica” dichiarando criminale qualunque studio che ad essa apporti complementi o variazioni o correzioni. Per il resto – dalla menzogna alla calunnia – esistono nel nostro paese leggi che puniscono l’apologia di reato e di fascismo e che sono abbastanza rigorose ed efficaci per mettere a tacere qualunque volgare tentativo di offuscare la verità. Non abbiamo alcun bisogno di una legge che rigorosamente dichiara reato qualcosa che poi non è in grado nemmeno di fumosamente descrivere e circoscrivere. E’ evidente che non si può sancire sul piano giuridico quel che, sul piano storico, è ancora – e deve restare – oggetto di ricerca e di discussione. Sulla Shoah molti problemi restano aperti: primi fra tutti, il numero e la qualità delle vittime effettive dei massacri intenzionalmente tali (da distinguere dai morti per fame, per malattia, in seguito a vari incidenti o eventi bellici, oppure magari uccisi sì ma non in quanto membri di un gruppo che si era pianificato di distruggere in quanto tale); i metodi e le risorse che permisero i massacri, i loro costi, la loro provenienza; infine l’effettiva pianificazione intenzionale, la documentazione che la comprova e le problematiche ad essa relative. Può essere doloroso e addirittura ripugnante questa macabra computisteria: ma a stabilire i caratteri qualitativi e quantitativi del delitto essa è necessaria. Non la si può sostituire con dati imprecisi o non comprovati, bensì arbitrariamente fissati per legge.

Tralascio qui altri argomenti: come quelli dell’opportunità tattica. Non m’interessano le obiezioni di quanti sono contrari alla legge sul negazionismo in quanto temono che una sua applicazione trasformerebbe eventuali condannati in “vittime” o in “martiri” della libertà di pensiero. Ritengo sia inutile sottolineare che una legge del genere potrebbe costituire un pericoloso “precedente” per qualunque futura legge repressiva della liberà di pensiero. Questi due ordini di considerazioni possono avere il loro peso nello sconsigliare l’adozione della legge di cui stiamo parlando: ma non li ritengo primari.

Il centro della questione sta altrove. Esso risiede nel fatto che il “dovere della memoria” (ch’è anche, e soprattutto, un diritto) non sopporta né eccezione né limitazione alcuna. Quanto allo storico, egli ha il dovere di ricostruire il passato utilizzando gli strumenti e i metodi scientificamente più idonei e aggiornati. E per questo sa bene che la “verità” in esso insita, e che in sé e per sé non può mai essere se non uguale a se stessa, è suscettibile di mutare d’aspetto: non solo in quanto il progresso nei metodi d’indagine è in grado di eliminare o almeno di ridurre gli errori d’interpretazione, ma anche in quanto mutano le prospettive di chi tale passato consideri. Ecco perché qualunque forma di moralismo va espunta dalla ricerca storica: la quale ciò nonostante trova la sua forte, specifica moralità proprio nel rispetto scrupoloso e spregiudicato della verità che dal rinnovamento della ricerca dinamicamente emerge e che non può venir coartata e ingabbiata da istanze ideologiche o eticheggianti di sorta.

Alle soglie dell’età moderna, l’Occidente ha gradualmente rinunziato a dare un senso all’universo e alla vita. Questa rinunzia era il prezzo da pagare per costruire una società che potesse fare a meno di Dio: il prezzo del processo di laicizzazione. Ma la rinunzia a conferire un senso all’universo e alla vita comportava la necessità di ancorarsi a qualcos’altro: l’Occidente moderno ha perciò dovuto dare un senso deterministico alla storia, ha dovuto convincersi ch’essa avesse un telos, un fine, uno scopo.

Il crollo delle ideologie ha perfezionato il processo di laicizzazione dell’Occidente: o, se si preferisce, ne ha scoperto definitivamente il non-senso, l’implausibilità. La scoperta che la storia non ha alcun senso, che non va da nessuna parte, che non coincide con alcuna affermazione di verità morali, che non procede verso il bene guidata da alcuna forza immanentisticamente e intrinsecamente ad essa connaturata, comporta un “disincanto” che non tutti sono in grado di accettare. Non lo accettano, soprattutto, gli ésprits forts laicisti, quelli che agevolmente avevano rinunziato a Dio per sostituirgli le divinità moderne dell’ideologia e del senso positivo del progresso e della storia. L’historically correctness che ha inventato i vari fantasmi del “revisionismo” ha attinto all’angoscia scaturita dalla perdita delle beate certezze ideologiche e storico-deterministiche. E’ l’ultimo baluardo d’una teologia laicista dura a morire, anche perché serve ancora, attualmente, da alibi per le nuove forme d’imperialismo tecnologico ed economico-finanziario dei padroni dell’Occidente, le multinazionali che gestiscono la globalizzazione e amano rivestire la loro logica di profitto dei nobili abiti dell’umanitarismo. Che la gestione dei profitti e dei consumi giovi all’intera umanità è l’ultimo residuo del dogma storico-deterministico: chi rivisitando la storia propone letture del passato diverse da quelle storicizzate e tranquillizzanti già collaudate può mettere in discussione anche il futuro. Ecco perché – pensano gli attuali signori della terra – è necessario demonizzarlo. La caccia ai fantasmi “negazionisti” fa parte di questo disegno.