Bambini tablet

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Il mercato da tempo guarda con interesse l’infanzia: un interesse spesso ingordo, senza scrupoli, per realizzare profitto.

La pubblicità mostra bambini felici consumatori: l’oggetto dei desideri miracolosamente sollecita in loro capacità e competenze mostrandone il virtuale risultato a genitori e parenti prossimi. La raffinata promozione, raggiungendo i propri scopi, sa mostrare pienamente l’inadeguatezza dei ruoli e la fragilità degli adulti, nei quali i bambini dovrebbero trovare conferme e sicurezze.

L’interesse economico trasforma tutto in denaro, nasconde e predomina sugli effetti che genera, anche sull’infanzia, programmando produzione, lanci, vendite smodate e inadeguate di giocattoli, giochi elettronici, videogiochi e prodotti informatici. 

Ma talvolta accade che la cortina del silenzio, colpevole della mancata denuncia degli effetti collaterali di quanto in commercio, si squarci, facendo vedere delle verità sgradite al libero mercato.

Si scopre che Smartphone e tablet non fanno miracolosamente imparare più in fretta, anzi!

Gli educatori e pedagogisti hanno visto nel massiccio uso di questi prodotti il profilarsi di danni come tutto ciò che allontana e si sostituisce alla concretezza e alla relazione umana. Gli stessi educatori e pedagogisti sono rimasti inascoltati da quei genitori che trovano in questi prodotti il regalo più giusto per i propri figli, bambinaie a basso costo, che occupano momenti difficili da gestire per mancanza di tempi e di spazi. Tanto che male c’è?

La mancanza di ferite materiali nei corpi dei figli rassicura e non lascia dubbi sull’inoffensività di giocattoli che tali non sono, escludendo la corporeità del bambino limitata all’uso dei pollici, dello sguardo basso e breve. Simbolicamente sono diversi gli aspetti inquietanti: la mancata opposizione nella mano del pollice con l’indice che distingue l’uomo dalla scimmia; lo stabilire una relazione di confronto con una macchina; quello sguardo che esclude lo spazio ampio dell’intorno e alto del cielo.

Ferite non manifeste, sono invece quelle del bambino, escluso dalla percezione del reale, privato delle attività dinamiche che lo vedono partecipe protagonista, limitato nel rapporto con gli altri. Possibilità tutte che ne farebbero un essere creativo, intelligente, realizzatore, costumato e socio compatibile. La comunicazione con i genitori e nel gruppo dei pari, lo sperimentarsi con l’operosità dei giochi e giocattoli sono i ponti tra i bambini e la realtà per la costruzione delle competenze alla base di uno sviluppo armonico e completo. Il risultato è un bambino isolato, egocentrico, inadeguato nel relazionarsi e nell’intervenire nel mondo reale.

Perché sorprendersi allora se dalla Gran Bretagna arriva poi un preoccupante allarme che denuncia come i bimbi della scuola dell’infanzia che sanno sì far scorrere con il dito uno schermo tattile, non possiedono però le abilità cognitive necessarie per utilizzare le “costruzioni” e mostrano evidenti difficoltà nelle relazioni con compagni ed insegnanti?

Come sorprendersi sulla conclusione dello studio presentato al congresso delle Pediatric Academic Societies and Asian Society for Pediatric Research di Vancouver? I bambini entrati in contatto con dispositivi attivabili con il tocco delle dita dagli 11 mesi d’età per una media di 17,5 minuti al giorno con punte di 4 ore, non solo non raggiungono differenze cognitive con i propri coetanei, ma presentano un ritardo nello sviluppo del linguaggio.  Linguaggio, competenza e capacità che distingue l’essere umano dagli animali.

Alla faccia della convinzione (tutta pubblicitaria) del 60% dei genitori, sugli effetti benefici nei piccoli dell’uso dei prodotti tecnologici!

I ricercatori consigliano di non esporli ai dispositivi elettronici fino ai due anni e di concedere dopo al massimo un’ora al giorno di utilizzo.

E gli adulti? Resteranno a (non) guardare? 

M. De Loris