Mezze verità e inganni: i figli della liberazione

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Capita spesso che ci si lamenti di quest’ Italietta fatta di inganni e sotterfugi, di mafia dilagante e politici corrotti, di magistrati più al servizio della loro ideologia che al codice, di gente, insomma, che cerca in ogni momento il proprio tornaconto a discapito della comunità. Ma a conti fatti, quest’Italia è degna figlia di quel movimento di (presunta) liberazione, tanto prodiga a coltivare le proprie vendette e a mettere le basi per un sistema di potere che durasse il più a lungo possibile. Da ciò gli insabbiamenti e le mezze verità e la necessità di tutta l’impalcatura sinistra che nel tempo ha permesso di continuare a prendere in giro gli italiani.

di Stefano Zurlo

(ilgiornale.it) – L’ennesimo omicidio dimenticato. Una delle tante croci senza memoria nei giorni della Liberazione. I balli, i canti, le bandiere rosse delle formazioni partigiane. La scuola ci ha trasmesso tante immagini di quell’epopea, ma non ci ha raccontato tutto. 

Soprattutto le prove sul campo di lotta di classe, mischiate ad una giustizia sommaria. È la giustizia sommaria che toglie di mezzo l’ingegner Ugo Gobbato. Siamo a Milano, a due passi dalla vecchia Fiera. E siamo, sul calendario, al 28 aprile, lo stesso giorno in cui a Giulino di Mezzegra viene falciato il Duce. Ugo Gobbato però non è un fascista, è un tecnico di prim’ordine, il direttore generale dell’Alfa Romeo, vanto del Paese e, si direbbe oggi, del made in Italy. Niente da fare. Alle 9.30 del mattino un commando entra in azione in viale Duilio. Lui è a piedi e sta andando a casa. Loro sparano da un’auto scura. Un episodio fra i tanti, nella resa dei conti di quelle settimane. Le carte del processo, oggi nella disponibilità del Giornale , mostrano la ferocia di quella stagione. L’insensatezza del sangue versato. E poi la volontà di mettere una pietra su quella tragedia. Per non far pagare il conto a nessuno.

E infatti l’amnistia coprirà come una coperta Antonio Mutti, l’unico imputato. La sentenza del giudice istruttore Antonio Catalano arriva a Milano nel 1960. E assomiglia al più classico colpo di spugna. La colpevolezza di Mutti è fuori discussione, ma se la cava senza conseguenze. E però lui è uno dei responsabili quella sporca storia, all’incrocio fra ideologia spietata e rancori personali, peraltro alimentati anche da informazioni sbagliate. «Mutti -scrive il tribunale – era persona di accesi sentimenti antifascisti, nato a Mosca, militante nel Partito comunista italiano clandestino e, se pure per errore, riteneva il Gobbato persona a lui avversa, di sentimenti fascisti, nonché responsabile di una deportazione di operai dell’Alfa Romeo nei campi di prigionia in Germania avvenuta ad opera dei tedeschi, dopo uno sciopero, verificatosi nelle officine nella primavera del 1944».

Le cose non erano andate così. Gobbato non aveva spifferato alcun nome. Anzi. Il tribunale illumina la sua figura che si potrebbe riassumere con due parole. Competenza più coraggio. Competenza straordinaria: «È pacifico che all’Alfa Romeo, tutti (funzionari, impiegati, e operai, persino i membri del CLN aziendale che il 25 aprile presero, di fatto, nelle loro mani le redini dell’azienda, esautorando il Gobbato) furono concordi nel ritenere che lo stesso avrebbe dovuto rimanere al suo posto di comando essendo egli l’uomo più qualificato ed idoneo a dirigere le sorti del complesso industriale nel difficile periodo della ricostruzione…». Il coraggio: «Iniziatesi le sommosse popolari del 25 aprile, i più vicini suoi collaboratori gli suggerirono benevolmente, temendo il gesto di qualche sconsigliato, di abbandonare almeno temporaneamente il suo posto presso la ditta». Ma Gobbato rifiuta, spiegando che «il suo posto doveva essere, come sempre, e particolarmente in quei difficili frangenti, accanto ai suoi operai». Il direttore rischia. Così il 27 aprile viene sottoposto a due successivi processi da parte di due diversi tribunali del popolo. Risultato: due assoluzioni in 24 ore. «Due soli operai – racconta il tribunale di Milano – fra le tante migliaia, si presentarono a deporre contro di lui, Mutti Antonio e Mattarello Gastone, ma le accuse avanzate da costoro… e per la verità risibili, vennero ritenute irrilevanti».

Mutti è convinto che Gobbato sia l’autore di una soffiata all’origine del trasferimento in Germania di alcuni operai, ma sbaglia. Clamorosamente. E due tribunali popolari lo smentiscono. «Gobbato – riprende la corte – era un tecnico e volle rimanere esclusivamente un tecnico, nonostante la posizione elevata da lui raggiunta nel campo dell’industria nazionale. Rifiutò di iscriversi al Partito fascista repubblicano, rifiutò di prestare giuramento di fedeltà, come ufficiale in congedo, alla repubblica di Salò, pensò soltanto e costantemente al bene dei suoi operai e all’avvenire di essi e dell’azienda da lui diretta».

Un curriculum strepitoso. Ma insufficiente per salvargli la vita. Il giorno dopo, 28 aprile, viene ammazzato. Da chi? Quindici anni dopo, nel 1960, i giudici paiono avere pochi dubbi sulle responsabilità di Mutti. È uno dei due accusatori davanti al tribunale del popolo. E ancora, «dopo l’avvenuta assoluzione dell’ingegnere, il Mutti diede chiari segni di non gradire le due sentenze di piena assoluzione». Poi ci sono gli elementi concreti sulla sua partecipazione all’imboscata. Uno fra tutti: «Era la persona che in quei giorni abitualmente guidava un’autovettura Lancia Augusta (piccola e di colore scuro) che all’epoca era usata dagli elementi partigiani che avevano occupato il 25 aprile le Officine Alfa Romeo, autovettura che, per le numerose testimonianze su tale punto raccolte, fu, quasi certamente, quella che venne usata dagli autori del delitto».

I giudici chiudono il caso: Mutti era l’autista del gruppo assassino. Ma questo non basta per arrivare alla condanna. Siamo davanti ad un delitto politico e l’amnistia cancella tutto. Anche perché, saccheggiando il codice, il collegio chiarisce che «è indifferente il motivo che abbia determinato il colpevole ad agire: anche se il motivo sia di lucro o vendetta, il delitto dovrà ugualmente considerarsi agli effetti della legge penale, come delitto politico». L’importante è la cornice in cui è maturato. Il contesto. Certo, Mutti agì «soprattutto per vendetta» ma nei giorni della Liberazione. Era stato licenziato, «per la sua assenza prolungata dal lavoro dopo l’8 settembre», e Gobbato non aveva voluto riprenderlo. Questa è la chiave de delitto, oltre alla presunzione di sapere che l’ingegnere fosse un traditore degli operai. Ma «l’azione attribuita al Mutti – è la conclusione dei giudici – va riguardata alla luce degli avvenimenti dell’epoca: epoca di sommovimenti e di sommosse sociali». Mutti esce di scena senza un giorno di galera con la formula del «non doversi procedere per essere stato tale reato estinto per amnistia». Gobbato invece sparisce dai radar: nemmeno una citazione nei libri di storia. Anche per i milanesi che passano dalle parti della vecchia Fiera l’ingegnere è un perfetto sconosciuto.