TRA I FIORI IL CILIEGIO, TRA GLI UOMINI IL GUERRIERO. Recensione campo autunnale 2014

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Una lettura intensa del Bushido, la via dei samurai, ha caratterizzato il campo autunnale 2014, tra le nostre amate montagne dell’appennino centrale.

A differenza del campo invernale, generalmente tra gennaio e febbraio, questa due giorni in montagna è dedicata maggiormente all’introspezione, alla riflessione, all’approfondimento dottrinario, sempre in un contesto naturale ed all’aria aperta: in montagna, luogo prediletto e che ben si addice a questo tipo di lavoro.

Il clima è come sempre quello legionario, di chi si prodiga ad attrezzare ed a rendere confortevole il luogo che ci ospita, quello comunitario di chi lavora con gioioso sacrificio accompagnando con una battuta, un racconto, una risata, il fare legna, quello militante di chi sa che questa due giorni in montagna è il frutto, sempre e comunque, di una scelta di vita: combattere per la Tradizione ed esserne un valido strumento al suo servizio.

Siamo in tanti a voler trascorrere il ponte dell’Immacolata in mezzo alle montagne, ritirandoci, per quanto possibile, dalle prime frenetiche corse al consumismo natalizio, altro simbolo, si fa per dire, di una società che ha completamente smarrito il significato della vita e della natura.

Il tempo è variabile, sulle montagne le prime nevi, anche se un po’ tardive…. l’aria è fredda, e per fortuna aggiungiamo, visto che nel totale caos moderno anche il clima ormai non risponde più ad una armonia naturale. Si pranza, alle pendici dei boschi di faggi spogli, con davanti ai nostri occhi, in lontananza, il profilo della cresta sud del Terminillo, quella della via normale dal Sebastiani per intenderci, e il monte Giano con il suo imponente rimboschimento che tanto ha fatto (e fa ancora) arrabbiare chi da sempre ha sperato fosse giusto abbattere, in barba alla conservazione ed alla tutela dell’ambiente, un monumento naturale grandioso ed ormai parte integrante del territorio.

C’è anche Lucio con noi, il segugio che ormai ci accompagna in ogni ascesa o esperienza montanara: i boschi, i pascoli d’altura, gli animali con i suoni dei loro campanacci che riecheggiano nella valle, sono per lui un’attrattiva irresistibile, una festa, una gioia incontenibile.

Ci stringiamo attorno al fuoco per condividere la lettura del Bushido e per provare, noi poveri mortali, ad assomigliare, anche solo per un attimo, a quei guerrieri che conoscevano la vita perché non temevamo la morte, a quegli uomini che seppero darsi un ordine ed una disciplina attraverso l’esercizio costante su se stessi, lavoro di ascesi duro diretto alla riscoperta del proprio dharma.

Si legge in cerchio, si commenta, si riflette insieme, si narrano storie di un eroismo impressionante, si respira il profumo dell’onore, della fedeltà, della lealtà, del sacrifico, insieme all’odore della legna che brucia; si sente il cuore che arde di fronte alle gesta dei ragazzi, poco meno che diciottenni, della Byakko-tai, ossia la “banda della Tigre Bianca”, pronti a morire per difendere la loro visione del mondo. In simbiosi con la fiamma che illumina la notte, non solo la notte di una fredda sera di inizio dicembre, ma la notte della vita moderna che attanaglia e ottenebra l’anima, ci riscopriamo più leggeri e felici. Riscopriamo che c’è ancora una luce dentro i nostri cuori e sta a noi saperla riaccendere, rinforzare e rendere ancora più forte: basta poco per accorgersene ma serve tanto per convincersene, verrebbe da dire….

3Dopo un pomeriggio dedicato all’approfondimento, ci organizziamo per la cena mentre in cielo una splendida luna quasi piena illumina a giorno la valle e le montagne circostanti… in lontananza, verso est, ancora qualche lampo figlio della perturbazione ormai passata.

Si canta e si scherza, e tra chi improvvisa un improbabile dialetto toscano e chi decide di fumarsi l’ultimo sigaro, ci ritiriamo nei rispettivi sacchi a pelo pronti per la notte. Nella testa ancora echeggia il tamburo che annuncia una delle battaglie che i 30.000 samurai, nel periodo del Giappone ormai decadente, intrapresero quando furono negati definitivamente i loro diritti (e doveri) di guerrieri: loro non si arresero e senza esitazione colsero l’“ebbrezza” della mors triumphalis, la liberazione spirituale che nasce da un fuoco interiore che brucia il corpo e l’anima per ricongiungersi al Principio universale.

Per noi, figli di quest’epoca alla deriva, ritrovare nelle pagine di un libro le gesta di questi uomini è un’iniezione di fiducia, una spinta a camminare lungo il percorso di ricostruzione che abbiamo deciso di intraprendere, nella consapevolezza di quanto lunga e difficoltosa sia la strada: ma non ci sono calcoli o valutazioni di comodo, c’è solo la certezza che ogni vittoria, qualunque essa sia, ogni meta, lontana o vicina che sia, non si raggiunge senza soffrire.

La mattina la sveglia suona puntuale, il tempo di ritrovarci e fare colazione, e siamo pronti a partire per l’ascesa alla montagna. Tutto intorno è gelo, segno di una notte che ha visto la temperatura essere al di sotto dello zero. Tuttavia il freddo è sopportabile, e preparati gli zaini ed allacciati gli scarponi, ci incamminiamo con in testa il cane Lucio.

La giornata si preannuncia fredda e un po’ ventosa, ma senza rischio di precipitazioni: il sole scalda, soprattutto dopo che, saliti i circa 400 metri di bosco di faggi, arriviamo sui pianori sommitali prima della vetta. Il riverbero sulla neve caduta nei giorni precedenti, una decina di centimetri e non di più, crea un effetto suggestivo proprio di una bellezza primordiale, quasi dimenticata: se ieri sera era il nostro cuore ad essere scaldato, stamani è la nostra anima a sentirsi rinfrescata e rigenerata. Siamo in cima, poco sotto i 2000 metri di una delle tante vette appenniniche che, periodicamente, scaliamo in gruppo e, allo stesso tempo, in perfetta solitudine: perché ogni uomo o donna che ha deciso di lottare per la Tradizione in questa particolare fase storica, ha inevitabilmente una montagna da scalare.

2Qualche foto di rito al panorama, per la verità guastato da una nuvola passeggera che improvvisamente ci avvolge nella nebbia, e giù di corsa verso valle. Scendiamo fuori sentiero, sul ripido della faggeta e diretti, orientativamente, nei pressi del punto di partenza. Quasi a valle, ci fermiamo per ricompattarci: stesi sul prato tra ginepri e roccioni calcarei, godiamo del tepore del sole e di quella luce un po’ malinconica tipica dell’inverno.

Si ritorna alla base, e come sempre, siamo stanchi, sporchi ma felici. Consumiamo il pranzo, un ultimo sguardo al luogo che in questi due giorni ha deciso di ospitarci, e si riparte verso casa.

Nello zaino c’è una copia del Bushido, nel nostro cuore c’è il fuoco della notte, nella nostra anima c’è la neve che splende al sole: nel nostro piccolo, anche stavolta, qualcosa per ritrovare il senso della vita l’abbiamo fatto. Sta a noi non renderla un’esperienza fugace, ma trasformarla in una costante tensione interiore: quella stessa tensione dell’arco che ha una freccia da scoccare verso il cielo.