Orientamenti di fine ciclo – terza parte

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KALI YUGA
Alla riscoperta del rito e della preghiera

Abbiamo visto nel precedente articolo come diverse fonti tradizionali rivelino esplicitamente che agli uomini dell’epoca odierna viene chiesto, anche in via semplicemente devozionale, molto meno di quanto si potesse pretendere in epoche più “centrate” della storia umana, poiché si tiene conto del contesto particolarmente gravoso in cui essi sono chiamati a vivere.

Abbiamo osservato come pertanto sia in qualche modo necessario riprendere a percorrere con prudenza e gradualità le vie essoteriche al divino, come ad esempio quella cristiana, facendo una certosina opera di riscoperta e di recupero della sostanza spirituale nascosta dietro la decadenza odierna. Si notava come questo lento cammino di recupero potrebbe iniziare in particolare da due contesti: quello liturgico-rituale e quello della preghiera.

Riprendiamo da qui il discorso.

Quanto al primo ambito, quello del rito e della liturgia, ricordiamo come la grande scrittrice e poetessa Cristina Campo descriveva il significato della liturgia tradizionale cattolica: “… Liturgia è celebrazione dei divini misteri. E’ anche la grande esoterica del cattolico, che dopo una lunga frequentazione della liturgia terrena sarà in grado di presagire qualcosa della liturgia celeste. E’ infine, desiderio di glorificare la divinità ricomponendo sulla terra, come stampate da un’ombra, le meraviglie del cielo: il mistero degli astri, il succedersi delle stagioni, il mistero del tempo, l’itinerario della mente di Dio …”. Di tutto ciò non c’è più alcuna traccia da tempo nelle odierne messe e liturgie post-conciliari cattoliche.

Dunque un buon punto di partenza sarebbe quello di abbandonare chitarre, strette di mano, omelie divenute chiacchierate da bar, ostie prese in mano e masticate come caramelle, e così via, e provare a seguire ad esempio qualche messa tradizionale cattolica con rito tridentino: è ancora possibile, sebbene sia sempre più difficile trovarne e di qualità (le forze della sovversione colpiscono duro in questo ambito, perché sanno che lì si può annidare uno dei focolai di rinascita: si pensi alle vere e proprie “persecuzioni” subite anche di recente dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X). Chi non ha l’abitudine di seguire questo tipo di messe o non l’ha mai fatto, si troverà dinnanzi a qualcosa di quasi inconcepibile per la nostra odierna struttura psichica: celebrazioni lunghe, cariche di intensità spirituale, mentalmente impegnative; l’utilizzo della lingua latina, della musica da organo e di canti tradizionali, di solito gregoriani; la celebrazione rigorosamente di spalle rispetto ai fedeli da parte del sacerdote officiante, rivolto frontalmente all’altare ed al crocifisso; ritualità e simbolismi rigidi e asciutti; posture, gesti da adottare e modificare continuamente. Si esce fisicamente e mentalmente “stanchi” da simili celebrazioni, come da una battaglia, poiché la nostra condizione attuale ci rende quasi insopportabile il peso di quell’intensità e di quello sforzo prolungato. Così è anche per le messe in rito bizantino, che, pur con diverse varianti, fanno capo non soltanto alle chiese ortodosse, ma anche a quella cattolica: non sono infatti poche le chiese e le abbazie cattoliche che seguono ancora la liturgia orientale.

Questa esperienza con una ritualità forte e complessa, che porta ancora in sé elementi tradizionali di grande impatto, può essere un primo tassello nel lento cammino di riscoperta della sostanza sottesa, nelle sue forme dogmatiche e sacramentali. Ciò ovviamente a prescindere da discorsi dottrinari molto complessi e certamente non affrontabili in questa sede (rapporto tra Vecchio e Nuovo Testamento; fra l’éra dei patriarchi biblici – assimilati da Gaston Georgel alla razza degli Eroi di esiodea memoria[1] – e l’éra successiva dell’ebraismo, in particolare rabbinico-talmudico – assimilato invece da Georgel alla “razza di ferro” e qualificato in modo molto esplicito da Gesù stesso[2] – e tra i primi due ed il Cristianesimo; rapporto problematico fra cattolicesimo ed altre religioni o forme spirituali al medesimo contemporanee o antecedenti – i cd. culti “pagani” – nell’ottica rigidissima ma prettamente essoterica del precetto tradizionalista cattolico “extra ecclesiam nulla salus”[3], su cui si è comunque già scritto qualcosa nel primo articolo di questa serie, ecc.), che andrebbero in questa prima fase accantonati, per poi essere approfonditi in una seconda fase.

C’è poi lo strumento fondamentale della preghiera, l’arma di maggiore intensità essoterica e salvifica nelle mani del credente, che in un processo per gradi si trasforma poi, in sede esoterica, in vero e proprio supporto operativo che accompagna il processo di autorealizzazione. Esistono svariate forme e gradi di preghiera, anche in questo caso adattabili e modulabili a seconda delle realtà personali, ma che se praticate con le giuste tecniche e con la giusta predisposizione psico-fisica, possono aprire gradualmente vie di contatto insospettabili col divino.

Ogni ripetizione indefinita conduce alla distruzione del linguaggio; in alcune tradizioni mistiche, questa distruzione sembra essere la condizione delle ulteriori esperienze” osservava Mircea Eliade[4]. Vediamo come si può arrivare a tale “distruzione”, premessa dunque di “ulteriori esperienze” (essoteriche ed esoteriche).

Tra le preghiere, in particolare, quelle fondate sull’invocazione continua dei nomi di Dio, nonché sulla ripetizione di formule di varia natura hanno una particolare rilevanza. “Un altro privilegio dell’Età Oscura, forse il più sublime”, ci spiega infatti sempre Gaston Georgel, “è quello che è attribuito alla pronuncia del nome divino, nel Cristianesimo, nell’Islam o in India[5].

Nel mondo musulmano è una consuetudine acquisita quella di ripetere i Nomi di Dio facendo scorrere tra le dita un rosario, subha in arabo o tashbî (o anche komboloy) in turco, introdotto nell’Islam dai Sufi; questi ultimi derivarono probabilmente dalle organizzazioni monacali buddiste, e così lo subha deriva a sua volta, attendibilmente, dal rosario buddista, di centootto grani, in uso nell’Asia centrale e orientale fin dal IV secolo[6].

Lo subha musulmano è composto di novantanove grani (o di trentatré fatti scorrere tre volte). Si legge nel Corano: “Dio ha i Nomi più belli(7ª180; 17ª110; 20ª8; 59ª24). Secondo la teologia musulmana, i Nomi di Dio – rappresentazione vocalizzata dei Suoi attributi – sono quattromila. Mille di questi sono conosciuti solo da Dio; mille da Dio e dagli angeli; mille da Dio, dagli angeli e dai profeti; mille da Dio, dagli angeli, dai profeti e dai credenti. Di questi ultimi mille, trecento sono menzionati nel Pentateuco, trecento nei Salmi, trecento nei Vangeli e cento nel Corano. Di questi cento, novantanove sono quelli noti ai fedeli comuni, mentre uno è nascosto, segreto e accessibile solo ai mistici più illuminati: di qui i novantanove grani del rosario. Il Profeta stesso disse: «Vi sono novantanove Nomi che appartengono solo a Dio. Colui che li impara, che li capisce e che li enumera entra in Paradiso e raggiunge la salvezza eterna»[7]. Ciò rivela anche una graduazione gerarchica nella onomastica divina, in cui si passa da un contesto essoterico ad uno esoterico attraverso diversi passaggi. Ancora Georgel richiama la dottrina degli hadith del Corano: “Il vostro Signore ha detto: ‘Chiamatemi ed Io vi risponderò’ ” e “Certamente l’invocazione di Allah è la cosa più grande[8]. E ancora, il mistico musulmano Tosun Bayrak, scrisse: “I bei Nomi di Dio sono la prova dell’esistenza e dell’unicità di Dio. O voi che siete arsi e turbati per il peso della sofferenza del mondo materiale, possa Dio far sì che i Suoi bei Nomi siano un balsamo lenitivo per i vostri cuori feriti. Imparate, capite e recitate i bei Nomi di Dio. Cercate le tracce di questi attributi di Dio nei cieli, sulla terra e in ciò che vi è di bello in voi stessi. Così troverete beneficio, a seconda della grandezza della vostra sincerità. Col permesso di Dio, chi dubita troverà sicurezza, l’ignorante troverà conoscenza, chi nega affermerà. L’avaro diventerà generoso, i tiranni chineranno il capo, il fuoco nel cuore degli invidiosi si spegnerà.”[9]

Lo stesso wird islamico, con valenza prettamente esoterica, si sviluppa mediante ripetizioni ed invocazioni continue del nome di Dio.

In ambito cristiano, la sostanza è la stessa. Georgel ci ricorda alcuni insegnamenti sull’invocazione del Nome di Dio di San Giovanni Crisostomo (“Persevera senza fermarti nel Nome di Nostro Signore Gesù, affinché il tuo cuore beva il Signore e il Signore beva il tuo cuore e così i due diverranno Uno!”) e di San Bernardo (“Il Nome di Gesù non è solo luce, è anche nutrimento … se qualcuno s’è lasciato trascinare in una mancanza e prova forse la tentazione di disperare, che egli invochi il Nome della Vita e la Vita lo rianimerà”)[10].

In diversi passi evangelici è lo stesso Gesù ad essere molto esplicito circa la potenza della preghiera e della fede nelle sue forme più pure e compiute: “Se aveste fede quanto un granellino di senapa, potreste dire a questo gelso: Sii sradicato e trapiantato nel mare, ed esso vi ascolterebbe (Luca, 17,6). Quindi: “In verità vi dico: se uno dice a questo monte: ‘Lèvati e gettati nel mare’, senza dubitare in cuor suo ma credendo che quanto dice avverrà, ciò gli sarà accordato. Per questo vi dico: tutto quello che domandate nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi sarà accordato” (Marco 11, 23-24). Unendo le due versioni in una, così anche Matteo (17, 20), che aggiunge testuale: “(…) e niente vi sarà impossibile”.

E ancora, con un riferimento esplicito all’invocazione del Nome divino, come si osservava sopra: “In verità, in verità vi dico: anche chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre. Qualunque cosa chiederete nel mio Nome, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi chiederete qualcosa nel mio Nome, io la farò” (Gv 14, 12-14) e  “In verità, in verità vi dico: se chiederete qualche cosa al Padre nel mio Nome, Egli ve la concederà. Finora non avete chiesto nulla nel mio Nome. Chiedete e otterrete, perché al vostra gioia sia piena” (Gv 16, 23-24).

Infine: “In verità vi dico ancora: se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà” (Mt 18,19-20) e “Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chi chiede ottiene, chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto” (Luca 11, 9-10).

Gli esempi di preghiere cristiane fondate sull’invocazione litanica sarebbero moltissimi: fra tutti spicca ovviamente il Rosario Mariano, strumento d’attacco di prim’ordine. Esso è stato definito nella forma attuale da San Domenico, e in precedenza era stato diffuso dai francescani, in quanto dal suo ritorno dalla Terra Santa San Francesco lo adottò in ambito cristiano mutuandone la struttura dal rosario musulmano, lo subha di cui si è parlato sopra. Abbiamo poi tutte le altre preghiere a  carattere litanico, come le cd. Litanie Lauretane sempre in ambito mariano, le Litanie al SS. Nome, al Sacro Cuore e al Preziosissimo Sangue di Gesù, e così via. Nel Cristianesimo ortodosso è tra l’altro molto usato il Komboskini (si noti la medesima radice lessicale con il komboloy, la dizione turca del rosario musulmano), una corda di nodi, una sorta di rosario, utilizzato per le preghiere fondate sulla ripetizione incessante per lo più della cd. “preghiera di Gesù” (“Iesou eukè”), diffusissima in tutto l’ambito cristiano, che consiste nella ripetizione continua del Nome di Gesù, da solo o inserito in una formule del tipo “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi misericordia”, formula che, più in breve, è il ben noto “Kyrie eleison”. Il fondamento nelle sacre scritture di tale invocazione è contenuto nel capitolo 18 del Vangelo secondo Luca, e la raccomandazione alla preghiera incessante, che compare fin dal primo versetto di tale capitolo, è ripetuta due volte nelle Epistole paoline.

La ripetizione continua del nome di Gesù, in particolare nella formula suddetta della Iesou eukè, è poi alla base dell’Esicasmo, prassi spirituale che ha attraversato tutta la storia del Cristianesimo, soprattutto in Oriente, finalizzata alla ricerca dell’hesychía (dalla quale prende il nome), cioè della sobrietà, della quiete esteriore ed interiore, e della solitudine in unione con Dio. Stato che viene raggiunto proprio mediante pratiche quali il combattimento spirituale e la preghiera incessante, interiore e individuale, su cui si fonda proprio il metodo esicastico. La pronuncia del Nome divino può anche essere vocale, ma soprattutto deve avvenire silenziosamente nel cuore, incessantemente, in veglia e in sonno, e in certi casi viene prescritto di ripeterla a ogni respiro: lo scopo della preghiera incessante è combattere la dimenticanza (lèthe) e perseguire il ricordo (mnème) di Dio.

Spesso poi l’invocazione è abbinata ad altre pratiche, come ad esempio l’uso di determinate posture, il controllo del respiro, nonché tecniche di preghiera vocale e collettiva previste dalle regole monastiche.

E’ appena da accennare il fatto che l’esicasmo presenta sia una natura devozionale e salvifica, affine a tutte le forme di preghiera fondate sulla ripetizione e l’invocazione continua di nomi ed epiteti sacri, sia una natura esoterico-iniziatica, confermata peraltro nell’ambiente tradizionalista rumeno e dallo stesso René Guénon: su questo non è però possibile dilungarsi in questa sede.

Nella tradizione induista, ricordiamo un passo degli estratti proposti nel precedente articolo, tratto dai Bhâgavata Purana, sempre in linea con il discorso che si sta affrontando: “l’Età Kali, (benché sia un) abisso di vizi, possiede un vantaggio unico (ma) prezioso: è sufficiente celebrare le lodi di Krishna affinché, liberi da ogni legame, ci si possa riunire all’Essere Supremo”. Una condotta apparentemente devozionale viene dunque presa espressamente in considerazione persino in un contesto essenzialmente unitario in senso metafisico quale quello della spiritualità induista[11], in cui la distinzione netta tra un piano esoterico ed uno essoterico è di più difficile individuazione. D’altronde in ambito induista sono fondamentali gli stessi mantra, operanti su vari piani, da quello materiale a quello spirituale, e con diverse gradualità di partecipazione anche in relazione ai fini ultimi perseguiti. I mantra si articolano in svariate formule espresse con una o più sillabe, lettere o frasi, generalmente in sanscrito, ripetute per un certo numero di volte (Namasmarana), di solito servendosi dell’akṣamālā, un rosario risalente all’epoca vedica, accompagnate dal controllo della respirazione, da gesti simbolici e pratiche di visualizzazione. Le finalità appunto spaziano dall’ambito sacro (rituali, metafisiche o soteriologiche: propiziare l’avvicinamento graduale alla mokşa – la liberazione – , onorare le divinità, acquisire poteri sovrannaturali, comunicare con gli antenati) a quello più profano (influenzare le azioni altrui, purificare il corpo, guarire dai mali fisici).

Questo breve excursus è stato funzionale a far comprendere come la riscoperta della Liturgia, del Rito, della Preghiera e dell’Invocazione possano costituire i primi passi per riaprirsi lentamente alla dimensione più sana dell’essoterismo, per riscoprire sia pure a fatica un mondo apparentemente contaminato, ma in cui sono ancora presenti gli strumenti per navigare a vista nel mare in burrasca, tenendo sempre fisso lo sguardo verso l’approdo dello Spirito.

Certamente, va ripetuto, una partecipazione a preghiere e riti che si presenti scettica, distratta, quasi forzata, priva della necessaria convinzione e predisposizione di cuore e di spirito, risulterebbe del tutto inefficace: occorre preliminarmente prepararsi cercando di sgomberare la mente e predisponendosi ad una certo raccoglimento interiore, anche tramite il silenzio e l’autocontrollo, nonché convincersi della bontà della via che si prova a seguire. In mancanza, ogni tentativo si risolverebbe in uno sterile esercizio di scuola, schematico, fine a sé stesso, neutro, vuoto, e persino controproducente.

 

Chi voglia quindi rendere la sua testimonianza alla Verità potrà sfruttare quest’epoca secondo quanto osservato, considerando le possibilità e le potenzialità insite in essa, sia in termini auto-formativi che religioso-essoterici in senso stretto: consapevoli della drammaticità dell’epoca, ma anche delle imprevedibili occasioni e possibilità che possono aprirsi per chi sappia comprendere la situazione in cui si trova ed il compito cui è chiamato, mantenendosi saldamente in piedi fra le rovine materiali e spirituali che ha intorno.

Ricordiamo ancora due passaggi evangelici che assumono un significato ben preciso se interpretati nell’ottica in cui ci siamo posti: “Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Io vi dico che molti profeti e re hanno voluto vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono”, disse Gesù in disparte ai discepoli (Luca 10, 23-24). E ancora, la nota frase rivolta da Gesù a Tommaso: “Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!” (Gv 20, 29), che apre l’umanità contemporanea ad insospettabili possibilità di salvezza, anche soltanto con la fede, quindi con una partecipazione indiretta al Logos, in sostituzione di una partecipazione diretta: quella via esoterica che, in senso traslato, possiamo trovare, su un piano essoterico, trasfusa simbolicamente nell’esperienza di chi ha storicamente potuto vedere direttamente Gesù[12].

Ma attenzione: anche se oggi è chiesto complessivamente molto meno rispetto a quanto si potesse pretendere dall’umanità di altre epoche, non si può indugiare troppo sugli allori. Infatti, i Vangeli ammoniscono in modo chiaro: “A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà chiesto molto di più” (Luca 12, 48): c’è una grande differenza tra dare (il didomi greco usato nel testo evangelico) materialmente qualcosa, ed affidare (il para-tithemi greco) un compito: tutti coloro cui sia stato affidato il compito di preservare e tramandare i precetti della Tradizione, ed ai quali sono state fornite le relative capacità per farlo, sono chiamati a compiere questo dovere: chi se ne sarà astenuto senza motivo, sarà chiamato a risponderne. D’altronde, come sappiamo bene, militia est vita hominis super terram.

 Paolo G.

Note:

[1] Cfr. Georgel, Le quattro età dell’umanità – introduzione alla concezione ciclica della storia, Il Cerchio, 1982, pp. 154-55; si ricordi poi, a titolo di mera introduzione ad un discorso di enorme complessità, la misteriosa allusione contenuta nella Bibbia (1 Macc., 12:21) con riferimento a quanto scrisse Areo, re di Sparta, al sommo sacerdote Ania: “Areo, re degli Spartani, ad Onia, sommo sacerdote, salute. Si è trovato in una scrittura, riguardante i Lacedemoni (gli Spartani) ed i Giudei (quelli dell’éra dei patriarchi, n.d.s.), che essi sono fratelli e che discendono dalla stirpe di Abramo.

[2] Cfr. Matteo 23 e Giovanni 8, 39-59

[3]  E’ molto interessante ricordare quanto osserva in materia Mario Polia ne “Il mistero imperiale del Graal”, Il cerchio,  pag. 73: “E’ logico e normale che fra Tradizione e Tradizione possano esistere divergenze e ostilità talvolta irriducibili, se esaminate dal punto di vista del credo religioso. Diremmo anzi che è fondamentale alla conservazione dell’ortodossia che le divergenze siano intese come tali e non confuse in un pericoloso sincretismo – oggi purtroppo diffusissimo – che tenderebbe a svuotare le singole Tradizioni delle loro caratteristiche peculiari, delle forme rituali, rendendole per ultimo inadatte a trasmettere (tradere) il logos che, in quanto Tradizioni, devono appunto tramandare secondo modalità loro proprie … man mano che si risale dalla circonferenza al centro, dalla forma all’essenza, dal verbo detto al Verbo non proferito si accorciano le distanze fra Tradizione e Tradizione così come i raggi di un cerchio si avvicinano progredendo verso l’unico punto della loro origine. Sennonché proprio questo processo di risalire “per li rami” al tronco è reso impossibile qualora non si partecipi in modo vivente alla Tradizione legittima”.

[4] Mircea Eliade, Lo Yoga, BUR, 2010, p. 207.

[5] Georgel, cit., p. 165.

[7] Ibidem.

[8] Georgel, cit., p. 165.

[10]  Georgel, ibidem.

[11] Non sono tuttavia mancate interpretazioni della spiritualità induista, come quella proposta da Mircea Eliade, in senso addirittura immanentistico.

[12] Tra l’altro è interessante notare come l’originale greco utilizzi il verbo credere, pisteuo, al tempo aoristo, che per chi conosce il greco antico è un tempo indefinito (aoristos kronos), che rende pertanto l’idea di un’azione cronologicamente non collocabile e che quindi, in un contesto spirituale, può intendersi come un’azione riferibile a qualunque epoca storica: beati coloro che pur non vedendo, credono: oggi, come ieri, come domani. Ma soprattutto, in quest’epoca dove non è più possibile vedere.