Oltre il tradizionalismo: per la Tradizione

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di Mario Polia

“Tradizione”: per intendere compiutamente una parola, occorre penetrarne in profondità il significato. In latino traditio indica la consegna di un oggetto materiale, o d’un’idea: «traditio praeceptorum» è la “esposizione verbale” dei precetti in vista del loro apprendimento (Quintiliano); «tradere uirtutem hominibus» significa “insegnare agli uomini la virtù” (Cicerone). Gli antenati tradunt, “tramandano” i loro costumi: «mos erat a maioribus traditus: era costume tramandato dagli avi» (Cornelio Nepote); «servare traditum ab antiquis morem» significa “restar fedele a un costume tramandato dagli avi” (Orazio).

Il verbo tradere è formato da trans + dare ma, se il senso di “dare” risulta ovvio, meno scontato risulta il significato di trans che, in latino significa allo stesso tempo: “oltre” e “attraverso”. Il valore di questa doppia valenza permetterà d’intendere in tutta la sua portata il significato di “Tradizione”.

Il contenuto della Tradizione è stato consegnato dai padri che lo ricevettero dai loro padri, dunque giunge da “oltre” le persone e da “oltre” il tempo presente pur essendo stato tramandato “attraverso” il tempo e le generazioni, fino a giungere a noi.

L’evento materiale della morte degli avi non è valso a interrompere il tradere: dunque, trans esprime il valore di “oltre” riferito al trascendimento della sfera biologica e della realtà materiale. Il contenuto della Tradizione si rivela nel tempo ma non soggiace alle leggi del tempo.

Per quanto riguarda l’origine, le Tradizioni esulano dal contesto geografico in cui viviamo perché esse si diffondono, oltre che nel tempo, anche “attraverso” e “oltre” gli spazi. I Greci, ad esempio, postulavano l’esistenza d’un mitico Centro primordiale, o Thule iperborea.

Provenienti dal passato, i semi del tradere fioriscono nel presente in vista della costruzione del futuro: la Tradizione proviene da “oltre” noi ed è diretta “oltre” la nostra persona e oltre il ciclo della nostra vita. Tradizione non è ricordo glorioso del passato: è il progetto del futuro.

imageNel suo migrare attraverso le ere, il contenuto della Tradizione deve essere recepito e concretamente realizzato in modo da poter essere trasmesso non come semplice dato culturale. Ecco, dunque, che il trans nel significato di “attraverso” riguarda noi stessi: la nostra fedeltà al contenuto della Tradizione; il coraggio nel metterlo in pratica; l’onore che deriva alla nostra persona e alla nostra stirpe nel servire da esempio vivente essendo uomini della Tradizione.

Il concetto di “tradizione”, tuttavia, potrebbe essere confuso con quello di consuetudine e abitudine; la volontà di difendere la Tradizione scambiata con un conservatorismo viscerale. Sennonché il mos maiorum non riguarda solo il modo di parlare, di vestire e, in genere, di vivere dei nostri antenati. Il mos maiorum contempla l’aderenza a norme religiose ed etiche; esprime una visione del mondo e uno stile di vita fondati sull’osservanza e la difesa di tali norme; si realizza in un modello di uomo e di società rispettoso di quelle norme e di quei valori. Norme e valori che non mutano col mutar dei tempi e che permettono all’uomo di realizzare la pienezza dell’umana natura. Di realizzare l’Uomo.

I principi della Tradizione non sono stati codificati dagli avi, per quanto saggi e gloriosi: sono stati da essi recepiti  come dono divino. La Divinità è la Fonte primordiale della Tradizione: la paternità divina – archetipo della paternità umana – non si limita solo a plasmare l’essere umano, ma prevede il successivo processo educativo che qualifica la funzione del genitore in senso spirituale. All’origine della Tradizione, dunque, è la Rivelazione. Ed ecco il significato di trans come “oltre”:  dall’umano al divino. Dalla storia all’eterno.

Per questo, la fedeltà alla Tradizione esula dalla semplice pietas filiale nei confronti degli antenati per divenire fedeltà agli insegnamenti dell’Essere Supremo e al suo progetto educativo funzionale allo sviluppo della natura trascendente dell’essere umano. Non esiste, dunque, né può esistere osservanza della Tradizione disgiunta dalla pietas religiosa. Essere nella Tradizione comporta una partecipazione intima e diretta alla vita dello Spirito da cui la Tradizione scaturisce. Non ci si alimenta, né ci si disseta contemplando i cibi e l’acqua: ciò vale anche per lo spirito cui non basta il nutrimento proprio alla mente: lo studio. Esempio classico di uomo della Tradizione è il pius Enea che, in armi, custodisce il padre, il figlioletto e l’immagine della divinità protettrice della città natale. Enea è splendido esempio di pietas nei confronti degli dèi, dei congiunti e nei confronti della missione che dagli dèi gli è stata affidata.

Il “tradizionalismo”, oggi di moda in certi ambienti culturali, è per natura diverso da “Tradizione”. È un blasone intellettuale che si ammanta dell’orgoglio della diversità nei confronti della massa, ma pecca di superbia perché rifugge dal confronto coraggioso e costruttivo coi grandi protagonisti della Tradizione: i santi, eroi della contemplazione e gli eroi, santi dell’azione secondo giustizia. Questo ennesimo moderno “-ismo” falsa l’autenticità dell’appartenenza spirituale: non “tradizionalismo”, ma Tradizione: questa è la vocazione da riscoprire. Non da “tradizionalisti” ma da uomini della Tradizione dev’essere intrapreso il cammino. Ma non c’è Tradizione senza riferimento diretto e ininterrotto a una verità di natura metafisica, non semplicemente culturale, che si manifesta in un sistema dottrinale ed etico e quindi diviene legge nel singolo e nella società; una verità trasmessa e custodita da una gerarchia spiritualmente qualificata; accessibile mediante i mezzi che definiscono una autentica via “spirituale” i quali, per essere efficaci, presuppongono un’adesione cosciente da parte della persona assieme a un’intima disposizione sacrificale. La Tradizione, inoltre, è tale solo se garantisce una trasmissione qualificata e ininterrotta nel tempo del contenuto dalla Fonte a chi alla Tradizione aderisce. Ed è tale se salvaguarda l’esecuzione delle pratiche liturgiche e sacrificali senza le quali il contenuto del tradere scadrebbe nella cultura. Ove tali requisiti manchino, non v’è aderenza piena alla Tradizione, pur potendo esistere nella persona una sincera disposizione ad aderire al cammino tradizionale. Per questo, in mancanza di Tradizione, è vano ritenersi “tradizionalisti”, se col termine si vuol designare l’aderenza ad essa. Meglio ritenersi, con sana umiltà, difensori di principi la cui validità è pienamente riconosciuta, anche se tali principi non sono ancora divenuti gli assi portanti della propria esistenza.

Con questa disposizione del cuore, congiunta alla volontà di apprendere e di mettere in pratica ciò che si è appreso, possono muoversi i primi passi nella giusta direzione.

Una Comunità che non si confonda con la setta deve permettere l’esistenza nel suo seno di diversi gradi di adesione al progetto tradizionale: dai principianti animati da sincero interesse a chi ha fatto della Tradizione la norma quotidiana di comportamento. Questi ultimi offriranno l’esempio e, in una fertile osmosi spirituale, attraverso l’esempio e la parola favoriranno negli altri la crescita: l’esempio e la giusta parola sono forme sublimi di sacrificio. E insieme agli altri continueranno a crescere in verità e giustizia. La Tradizione non deve scadere nella cultura, ma la cultura, attingendo al patrimonio spirituale della Tradizione, acquisisce una piena dignità e diventa, in tal modo, strumento di orientamento, di crescita e di formazione.

imageNostalgismo e scoramento sono patologie dell’anima. Chi è chiamato a seguire le vie della Tradizione deve guardarsi dal nostalgismo ma accettare le frequenti visite della nostalgia, fedele compagna d’ogni anima nobile. La nostalgia intensa e limpida è anelo alla bellezza, alla giustizia, alla verità negate dalla cultura profana che si propone la costruzione d’un uomo e d’un mondo difformi dai valori tradizionali. In una gelida notte d’inverno, la nostalgia del fuoco spinge a cercare il fuoco, o a trovare il modo di accenderlo.

La nobile nostalgia ridesta nell’anima una potenza che spinge il cuore a spezzare le catene e lottare. Sprona la volontà a intraprendere idonee strategie perché il nòstos, il ritorno a un mondo più bello, più giusto e più vero, sia possibile qui ed ora, nella vita personale e nella Comunità, laboratorio in cui si costruisce il mondo nuovo. Un mondo con un nuovo volto, non riproduzione passiva delle forme tradizionali che forgiarono le ere che ci hanno preceduto e che abbiamo imparato ad amare.

La Tradizione attinge alla Fonte della Vita e del Vero rendendo possibile la sua azione nella persona e nel mondo in forme sempre nuove e sempre conformi a verità. Forme consone ai tempi e agli uomini impegnati a testimoniare la Tradizione nel ciclo storico in cui la loro vita si svolge. Uomini che si servono dei sempre nuovi strumenti creati dall’umano ingegno ponendoli al servizio della verità di cui mutano le espressioni, non la natura.

Il nostalgismo, al contrario, si rifugia nel passato, esalta la grandezza dello ieri contrapponendola alla meschinità dell’oggi. Venera il ricordo degli eroi che forgiarono il passato ma, incapace di trasporre nel presente il loro insegnamento e il loro esempio, li uccide una seconda volta impedendo loro di agire come forze trasformatrici della storia. In questo modo, la dinamica vitale della Tradizione – il tradere – viene impedita e l’acqua vivente s’impaluda e diviene malsana.

In ogni tempo sono possibili nuovi eroi. È blasfemo non crederlo perché in tal modo si dubita dell’azione di Dio e della vocazione divina della creatura. Ed  vile perché si rinuncia a combattere. Se la grandezza di un eroe si commisura dalla grandezza della sfida in cui egli impegna la propria persona e la vita, le sfide dei nostri tempi chiamano in campo eroi non meno grandi degli eroi del passato. Anzi, eroi ancor più grandi, come dichiararono antichi maestri di verità.

L’altra malattia dell’anima, lo scoramento, nasce dalla mancanza di fiducia nella vittoria finale delle forze della Luce e del potere dell’Amore, Sol inuictus che trionfa sugli inverni più crudi. I nostri padri credettero fermamente nel destino voluto da Dio e inscritto da Dio nel cuore dell’uomo. Gli avi non negarono la terribile notte della Età Oscura, conseguenza del progressivo abbandono delle vie della Tradizione: essi insegnarono a scorgere oltre le tenebre il sole radiante d’una nuova età dell’oro. E i vati cantarono il rinnovamento del cielo e della terra.

Incapaci di credere, spesso diventiamo vittima dello scoramento e la limpidezza e la gioia dell’azione s’offuscano e sviliscono. Mai chiedersi: «Come potremo farcela?».

I nostri padri ci insegnarono ad agire a servizio della verità e della giustizia senza attendere nessuna ricompensa, eccetto quella – dolcissima e inalienabile – della coscienza del dovere compiuto.

Ci insegnarono che, con questa nobile disposizione del cuore, non c’è sconfitta e, qualunque sia l’esito del combattimento, certa è la vittoria: «Vincitore possiederai la terra, vinto possiederai il cielo. Sorgi dunque risoluto alla battaglia».

La nostra grandezza consiste nel collaborare al massimo delle nostre capacità alla vittoria dell’Uomo, coscienti di non poter assistere alla sua realizzazione. Ritenendo futile vanità e godimento da mercante l’assistervi.

«Beati quelli che non hanno visto ma hanno creduto».