L’Universalità di Roma

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“Sono gli Dèi che ci hanno spinto a nascere in questo momento in questa cultura e in questo popolo. E dobbiamo, in un certo modo, restituire a Loro la grazia che Essi ci hanno dato. È necessario far rinascere la nostra razza, perché la nostra razza è stata sovente confusa con una razza animale. Noi non siamo degli animali. E anche se avessimo il volto di pellirossa o di persiani o di polinesiani, noi siamo Romani, perché abbiamo, prima di nascere, eletto di essere Romani. Altrimenti non saremmo nati Romani. E anche non parlo di Roma come città, ma dico Roma come realtà spirituale.”

(cit. Pio Filippani Ronconi)

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Per una visione completa, si risale alle radici, alle origini più antiche: Enea, personaggio fondamentale nonché altissimo esempio di fedeltà e dedizione alla Tradizione. Egli (figlio del mortale Anchise e della dea Venere, quindi dall’unione dell’umano col Divino) sfugge all’incendio di Troia e approda nel Lazio, terra destinata alla fondazione di Alba Longa: la fuga avviene con il padre sulle spalle (simbolo della fides verso i Padri e gli Avi) e in braccio il figlio (simbolo dell’ incessante trasmissione dello spirito Sacro nel figlio e continuazione della catena generazionale) e indossando l’armatura simbolo dello spirito guerriero dell’eroe che vince l’istinto e la parte terrena per approssimarsi al trascendente. La figlia del suo diciannovesimo discendente Ascanio (il quale viene spodestato da Amulio desideroso di garantire alla sua discendenza il trono), Rea Silvia (rea qui assume il significato non negativo di peccatrice, bensì intoccabile prescelta, perché voluto dalle forze divine), fatta Sacerdotessa di Vesta in modo da evitare che essa generi figli, viene scelta da Marte per la continuazione della stirpe: da essa nascono i gemelli Romolo e Remo. Amulio adirato ordina che essi vengano abbandonati nel Tevere, ma la nutrice a cui i piccoli erano affidati non se la sente e li depone in una cesta prima di abbandonarli alla corrente delle acque del fiume; i gemelli trovano rifugio sotto l’albero di fico prima di venire allevati dalla Lupa.  Anche in questo passo la simbologia è ricca di spunti teologici, in quanto Romolo e Remo rappresentano le due parti opposte dell’uomo, la parte oscura, umana, terrena, passionale e carnale rappresentata da Remo (risalendo al significato etimologico, è definito “il tardo”, colui che non coglie il limite e che osa sfidare con presunzione egoistica il divino) e la parte lucente, che ci permette di congiungerci al Sacro attraverso una tensione verso l’alto rappresentata da Romolo. Essi vincono la corrente del Tevere sconfiggendo quindi il fluire vano e indomabile di una vita schiava delle passioni e si rifugiano sotto al mediterraneo albero di fico simbolo della manifestazione concreta delle alte forze in quanto, non dando fiori, dona alla terra direttamente il frutto con il quale nutrirsi. I due vengono allevati dalla lupa, simbolo della forza della natura primordiale.

Il designato alla fondazione è dunque Romolo, colui che dal colle Palatino scorge 12 avvoltoi, dodici il numero divino e solare che ritorna costantemente in tutte le Tradizioni nonché moltiplicazione del numero dell’anima (3) per il numero del corpo (4), mentre Remo dall’Aventino ne vede 6. Egli traccia il solco nel giorno 21 del mese di aprile (il mese sacro a Venere generatrice) con l’aratro trainato da un bue e una giumenta (qua il doppio simbolismo della generazione attraverso l’unione delle polarità maschile e femminile, del principio solare col principio lunare) traccia il Decumano orizzontalmente, (dimensione terrena nella quale la nascente città fiorirà) e il Cardo verticalmente (simbolo della trascendenza verso la dimensione Sacrale, senza la quale nulla può essere costruito, senza la quale nulla acquista un Valore). All’incrocio delle due rette sarà eretto il tempio di Vesta generatrice, il centro, l’incontro del sacro col terreno, l’irradiazione nel manifestato e nel visibile della luce divina. Attorno un quadrato, simbolo del tempio, dello spazio limitato del sacro e dell’ Ordine, e della divisione di esso con ciò che è esterno, è caos, disordine, oscurità. Il rito di fondazione si conclude con il sacrificio di animali e l’accensione del fuoco sacro. Il confine viene presuntuosamente oltrepassato da Remo che facendosi così scherno delle leggi divine, compie un empietà destabilizzando l’Ordine e sfidando il Sacro. Lo spirito anarcoide e antigerarchico simbolo di chi non è capace di cogliere in sé stesso il principio divino che Remo rappresenta, viene così ucciso da Romolo.

Utilizzando la metafora del cristallo, che di per se non ha luce ma la irradia filtrando quella Divina del sole splendente, ogni aspetto in Roma incarna qualcosa di Trascendente: Roma diveniva così mezzo terreno attraverso il quale le forze Spirituali incarnavano in terra qualcosa di superiore, il volere degli Dei, attraverso una totale fides ad essi, ma anche agli Avi, alla terra, alla propria Tradizione. Ogni atto doveva essere compiuto in quanto faustus, fausto, perché pregno del favore delle Divinità. Ed ecco la forza di Roma, consapevole di agire nel giusto e per il giusto, guidati dal Divino, da forza e valori tramandati dagli antenati costantemente venerati perché artefici del passaggio di consegna ininterrotto della vita, in quanto Tradizione.

Anche a Roma, ognuno svolgeva il proprio lavoro per guadagnarsi il necessario per vivere. Ma la differenza sostanziale è che lo faceva per Roma. Ognuno era consapevole di partecipare nella sua misura alla grandezza di Roma, consapevole del proprio limes  e grato di far parte di una civiltà lucente, sana e forte. Civiltà sana quindi, perché ordinata secondo principi imprescindibili e nella quale la donna, in una concezione diversa da quella odierna, riusciva a realizzarsi veramente come donna, forza custode del fuoco sacro e sostegno per il proprio uomo, costantemente, in un dono d’amore profondo e trascendente. L’uomo come vir  uomo virile nella parola data e nel compimento del proprio dovere, agendo sempre in ragione dell’idea sotto la quale la propria civiltà era stata fondata. Elementi singoli come esempi della partecipazione organica a quell’unità, che era Roma e non l’individuo. Roma ha quindi rappresentato, aldilà di ogni constatazione spoglia e puramente archeologica fornitaci dalla modernità un esempio eterno di una manifestazione perfetta e armonica della Tradizione sulla terra.

La speranza è  nella possibilità che qualcuno riscopra quella fides nei nostri giorni e cominci ad attualizzarla partendo da un profondo lavoro verso noi stessi.

Solo rifondando noi stessi, infatti, possiamo rifondare Roma, non in altro modo. Essere romani ogni giorno nelle scelte, ponendoci limiti dove vanno posti, donandoci. In un epoca dominata dalla moneta e dal mercato non dobbiamo porci la condizione di cambiare attraverso vani gesti teatrali ed esteriori, il contrario. Vincere le sfide quotidiane essendo semplici ed essenziali, dominando passioni e controllando la mente. Essere liberi veramente come lo erano i romani, non come crediamo di essere oggi: liberi dalle catene del borghese che c’è in noi, liberi dal desiderio consumistico-compulsivo dell’avere, liberi dalle menzogne che ci raccontano ogni giorno . Solo partendo dal lavoro quotidiano e costante su di noi poniamo il primo, magari piccolo ma solido mattone per la costruzione di quel muro che, se non capace di vincere, magari sarà in grado di arrestare questa corrente discendente.

Roma è viva, Roma è ancora tra noi. Il suo splendore può illuminarci e mostrarci il cammino..il modo migliore per intraprenderlo è iniziare col porci questa domanda, costantemente: “come posso farla rivivere?”