Il cameratismo

250

legione romana

di Emilio Del Bel Belluz

Ricevo  da un camerata una sua lettera e rimango davvero felice, questa lettera tratta di un argomento che amo da sempre: il cardine della vita è il cameratismo. Tante volte mi sono trovato ad analizzare questa parola così difficile e così al contempo molto cara. Il cameratismo lo ho sempre inteso come il forte aiuto che si deve dare alle persone nei momenti di tempesta che la vita fa attraversare. Il cameratismo è un legame che porta le persone a fondersi in una unica e sola fede. Quando sento che qualcuno mi chiama camerata, mi emoziono e mi sento  felice. Il cameratismo fonde assieme  le persone  in un patto di eterna lealtà. Quelli che hanno combattuto si sono forgiati sul campo di battaglia assieme ad altri uomini. Il cameratismo è appunto quella forza che salda l’animo delle persone e le rende inossidabili. Il camerata è la persona, il soldato, che combatte la stessa battaglia, che ha gli stessi fini. Penso allo scrittore Pio Filippani Ronconi che in una  intervista che mi rilasciò nella sua casa di Roma, mi narrò che sfidando  il nemico andò a recuperare il corpo del suo camerata. Non poteva non aiutare questo suo leale camerata che ormai morto si trovava in territorio nemico, abbandonato al suo destino. Il cameratismo che sorge in guerra ha elementi che sono  forti come l’acciaio e questa saldatura non avrà mai fine. Solo la morte in battaglia può far finire questo legame, per rinsaldarlo a quello del ricordo perenne. L’amore del soldato per il suo camerata non potrà mai esaurirsi; se ciò accadesse non si chiamerebbe più cameratismo. Il soldato deve sentire in ogni gesto quello che il cuore gli evidenzia, un passaggio di lealtà e onore.  La guerra va vissuta e vinta con onore e con determinazione. In guerra e nella vita sociale il camerata non può abbandonare il suo fratello, al quale lo vincola un patto di sangue e d’onore. Mussolini un giorno scrisse in una rivista agraria delle parole che ho imparato a memoria e che dicono : “ I volti dei camerati che caddero nella buona battaglia ci guardano con la stessa decisa intensità delle ore supreme: e suscitano una emozione profonda. Sono i camerati con i quali dividemmo ansie e rischi e che non  vedremo mai più. E’ triste, ma quale idea trionfò mai nel mondo, senza che i suoi confessori fossero pronti a donarle la vita? “ Credo che la forza più grande che spinse il Duce ad andare alla guerra fosse proprio la spinta di cameratismo che cercava di fondere alla gente del popolo. Il cameratismo è un legame importante  e ne ebbi conferma da  alcune righe che rinvenni in una rivista.

 “I quattro anni dalla guerra mondiale del 1914-18 furono tra i più felici della mia vita . Avevo un compito da assolvere insieme con  uomini di ogni specie e d’ogni classe sociale ed eravamo legati  da un senso di cameratismo tanto raro da giustificare quasi la barbarie che l’aveva reso possibile. La guerra ha perlomeno questo vantaggio : ti fa vivere  – se vivi  – semplicemente  in compagnia di uomini che appaiono sotto il loro aspetto migliore, indotti all’altruismo, da uno scopo comune  che in altri momenti manca. La tragedia della guerra è che, venuta la pace, il senso di cameratismo  che ha generato non dura. E’ un incredibile paradosso che l’aiuto reciproco, il seme della solidarietà universale che dovrebbe rendere impossibile la guerra, fiorisca meglio nel terreno inzuppato di sangue” (anonimo, apparso sulla rivista battaglie, anno I, 15-30 dicembre 1958 ).  A conferma  di quanto ho trovato, quando si va in guerra ci si deve mettere nella condizione che aiutare l’altro nella difficoltà possa essere solo un grande onore.  L’onore di saper dare alla patria il bene più prezioso che l’uomo possiede: la vita.  Quelli che tradirono Mussolini dopo l’otto settembre del 1943, scrissero una delle pagine più difficili della storia, non comprendendo che nelle difficoltà estreme bisogna legare la propria forza affinché anche la sconfitta abbia sapore di vittoria. “ Vittoria e sconfitta sono nelle mani del Signore, ma del tuo onore sei Signore e Re”.  Molti di coloro che credettero alla repubblica sociale, lo fecero ben sapendo quali sarebbero state le conseguenze. Solo la lealtà, lo spirito di sacrificio possono far comprendere quello che accadde. Si cercò in assoluto di preservare almeno l’onore e il giuramento fatto, all’alleato tedesco. Quando la guerra terminò, coloro che tornarono dal fronte, non ebbero medaglie, né riconoscimenti vari, ma dovettero cercare di salvarsi la pelle. Le vendette partigiane furono tante. Alcuni giorni fa un caro camerata mi ha fatto giungere una pagina molto bella che ripropongo nella sua interezza. “  -una storia vera- Un giorno, in campagna, un ragazzetto chiese al proprio nonno: nonno cos’è il fascismo. Il nonno gli disse: prendi un rametto e spezzalo in due e poi lo accosti entrambi, ed il nipote eseguì. Poi prendine un altro e ripeti l’operazione, e poi ancora ed ancora fino a farne una fascina. Una volta completato, il nonno continuando disse : adesso lega i rametti tutti insieme, avendone però cura di stringerli stretti. Il giovane eseguì alla lettera le parole dell’anziano, ed avendo finito, stupito domandò: ed ora che faccio? . Il nonno sorrise e lo invitò a provare e a spezzare quel fascio che risultò impossibile al giovane. Bene rispose il nonno adesso ti ho spiegato cos’è il fascismo! Ogni uomo solo è fragile e vulnerabile, ma se si unisce ad altri uomini sarà una forza molto resistente ad ogni tipo di azione avversa e distruttiva.  Ogni rametto è un camerata e la forza del cameratismo sta nello stretto legame della corda che li stringe fraternamente l’’uno all’’ altro ”.