Riflessioni sul Campo di Formazione 2015

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                   Tramonto Etna

È con misurata ma intensa gioia, che ci incontriamo, ancora una volta, all’ombra del più grande Vulcano d’Europa; l’Etna. Saluti brevi ma sinceri con i fratelli convenuti da varie località in questo campo militante della Tradizione.

La levata mattutina alle 5.30 è il primo passo che rompe i comodi schemi nei quali abitualmente viviamo; ma la stanchezza stranamente non compare, le energie sembrano riversarsi in ciascuno di noi che attende al lavoro assegnato, con impegno e vigore, dal disboscamento ai lavori di corvée, dalla pulizia delle grondaie al ripristino dei muretti “caduti”. Il pranzo e la cena, sempre in leggero ritardo, sono accettati senza inutili lamentele, mentre il canto che irrompe impetuoso, sigilla quasi tutte le sere lo spirito comunitario che ci unisce.

L’apertura del Campo su “Il militante della Tradizione” dà il tema conduttore espresso nelle successive riunioni, ad un auditorio attento e partecipe. Tra le conferenze, le riunioni e il cineforum, si cerca «..un Metodo che vuole combattere il modernismo dentro di noi. È indispensabile creare un sistema di difese contro le insidie del mondo moderno …In ogni aspetto della vita quotidiana, va risvegliato lo spirito guerriero e viene richiesto impegno a qualificare e restaurare se stesso». È una «rivoluzione nello spirito dello spirito» motivo per il quale è «importante avere chiarezza e visione» per puntare allo «svelamento della Verità, oscurata dalle contingenze».

Nel meriggio che accompagna la nostra ultima giornata, riuniti in cerchio, per comunicarci le reciproche sensazioni, emergono schiette considerazioni e inediti spunti di riflessione, che si intrecciano tra giovani alle prime esperienze, e militanti di più lunga data. Tutti siamo accomunati dall’identico fanciullesco entusiasmo, quasi a testimonianza che finché si cammina nel solco della Tradizione, l’età non crea barriere tra generazioni anche lontane.

Nello stendere il bilancio dell’incontro estivo, le prime parole che seguono l’apertura del dibattito di chiusura del Campo 2015, sono l’aver constatato che il nostro ambiente è «un’eccezione in un mondo di falsità», capace di creare un’«Armonia che è avvertita da chi viene a contatto con noi». Perché è vero che «a nessun ragazzo “sensato” verrebbe in mente di trascorrere le vacanze di agosto in un campo di lavoro, ma per noi, provenienti da un accostamento libresco alla Tradizione, è importante aver provato, cosa è l’azione ordinaria, dei piccoli atti, senza alcun compenso, rispetto ai grandi temi esistenziali esposti da Evola o Guénon».

L’incontro etneo del 2015 si potrebbe definire, anche se con i dovuti limiti, il “Campo della consapevolezza” a condizione che questo termine sia inteso non come uno stato acquisito, bensì come una via ben tracciata da percorrere, nel ritorno dal Campo – piccola guerra santa – alla vita “civile” – grande guerra santa -.

«Il clima “magico” di serenità e stabilità fa la differenza tra un contesto tradizionale e il mondo moderno». Mondo al quale spesso rimaniamo legati per viltà, pigrizia, paura di abbandonare una comoda poltrona dal quale disquisire, anziché agire, sulla tradizione. Nel Campo, invece, «l’azione impersonale, eseguita durante il giorno genera un’energia maggiore che la sera, avviandoci verso un meritato riposo, ci fa sentire riempiti, mentre fuori, nella vita ordinaria, ci sentiamo sempre più spesso svuotati».

«Ho vissuto» – l’incontro con il campo – «come l’avvicinarmi ad una fonte alla quale bere più acqua possibile, da conservare fino al prossimo anno».

L’assenza di ospiti autorevoli non è stata avvertita, anzi ha permesso di cogliere l’aspetto comunitario, nel quale si è determinato «con molta semplicità, un allineamento di cuori, e anche una sintonia di pensiero, con altri fratelli che esprimevano ciò che proprio in quell’attimo stavi pensando». Un segnale che la nostra strada, pur se ardua e pesante, poiché «parte da concetti maturati insieme», favorisce questo allineamento e «riesce a trasformare in esperienze reali, quello che studiamo».

È anche «importante predisporre l’orecchio al camerata che ci sta accanto», per cogliere le difficoltà che non sa o non vuole esprimere; anche se poi la sua risposta al problema non potrà che essere strettamente personale.

«Io considero un miracolo, in un mondo che si dissolve materialmente, moralmente e psichicamente, stare in un cerchio con fratelli» con i quali condividere « il compito di custodire questo luogo e renderlo sempre più adatto allo scopo. Più passano gli anni, più percepisco questo luogo carico di energia. Più si fa sacrificio, maggiormente si carica il luogo e si sente sempre più proprio».

Ma il sacrificio (proprio nella sua espressione di sacrum facere, sacro furor) «deve anche far crescere, e rendere ciascuno responsabile e capo di ciò che sta operando, anche di fronte al proprio capo». Avere cioè «un approccio più responsabile all’impegno, affinché ognuno venga con l’idea che chi più dà, più riceve; più legna si porta al fuoco, più il fuoco è vigoroso».

«Una nota positiva che si è notata è una maggiore visione d’insieme. Senz’altro un riflesso del lavoro svolto durante l’anno soprattutto dalla comunità romana che ha armonizzato attività militante con incontri dottrinari».

Questa preparazione ha permesso, ad esempio, di vivere l’escursione sull’Etna « procedendo come un unico corpo e sincronizzando anche la respirazione». «Ero allo stremo e le voci interne riecheggiavano forti» insinuando il dubbio e lo scoramento, « grazie ai camerati che mi sono stati vicino, ho superato i miei ostacoli».

«Essere un’élite è uno stato che ognuno si crea nel proprio essere. Elitario significa elevare; ognuno che viene a lavorare in modo impersonale, dentro di sé si eleva».

Questo stato dell’essere non ha nulla di democratico; «è una fortuna data necessariamente solo ad un gruppo di persone che devono perseguire un determinato cammino. Non sappiamo se è una chiamata o una vocazione; è uno stato dell’essere, una via che trasforma il proprio essere. Noi abbiamo il compito di custodire, trasmettere…voi avete il compito di continuare. Quando lo scoprirete, avrete il senso della vostra chiamata».

«Restate uniti e instaurate rapporti di Lealtà e Coraggio; questa via trasforma il proprio essere».

Da queste testimonianze si intravede quanto sia scomoda e difficile questa via, che presuppone qualificazioni non comuni e un radicale raddrizzamento del nostro essere informe e sfuggente, per tendere al punto centrale della croce; un cammino doloroso proprio per la necessità di liberarsi dai vincoli che ci opprimono ma che sono intimamente legati al nostro sentire ordinario. Ma dal superamento dell’esperienza che ci mette alla prova, nasce la bellezza di sentirsi più liberi e più legati ai propri fratelli sulla stessa strada; una fratellanza che supera e trascende i normali legami individuali e persino familiari.

Le difficoltà che inevitabilmente incontriamo, non sono altro che ostacoli senza i quali i nostri sforzi  perderebbero di valore. Noi percorriamo un cammino che ci ha lasciato Gaetano, colui che è stato la nostra guida e ha forgiato la sua anima in questo luogo, senza il cui costante operato, non esisterebbe questo avamposto della Tradizione, né le realtà di Heliodromos e di Raido. Mantenere acceso questo fuoco è il modo più vero per onorare la sua memoria e continuare, in attesa di ritrovare una nuova guida, la strada che egli ci ha tracciato.

Dopo questi interventi, propositi, chiarimenti, in questi sette giorni di militanza, ritorniamo ciascuno verso il proprio destino, portandoci dentro il messaggio che saremo riusciti a comprendere. E rifacendoci alla Tavola Rotonda di Re Artù, vista nell’appuntamento di cineteca nel film Excalibur, formuliamo solo l’augurio che un giorno non lontano, dal cerchio che ci ha visti partecipi, possa nascere un cerchio più interno, quale espressione di crescita interiore di un’élite, sulla strada della Tradizione.