[Antonio Medrano] La morte e il senso della vita #2

99

allegoria-morte-matera-chiesa-del-purgatorio

Segue dalla prima parte

In tutte le tradizioni si raccomanda la meditazione sopra la morte come mezzo per prepararsi ad andarle incontro. Il tenerla sempre presente, ricordarla senza sosta, il pensare ad essa con frequenza, l’ anticiparla con l’immaginazione si considera il miglior procedimento per vincerla e riconciliarsi con essa. «La continua e frequente memoria della morte aiuta molto a non temerla», diceva San Francisco de Borja. E spiegava la sua affermazione argomentando che, così come le frecce meno pericolose e quelle che feriscono meno sono quelle che si vedono arrivare, allo stesso modo potranno ferire poco le frecce della morte colui che le osserva vedendo da dove, quando e come possono venire. Fenelón, il celebre arcivescovo di Cambrai, sostiene che «la morte sarà triste solo per quelli che non ci hanno pensato». La meditazione sulla propria morte, sul proprio cadavere o la propria tomba è una pratica profondamente radicata nel Buddhismo fin dai primi tempi. E anche nel Bushido, la via spirituale dei samurai, la casta guerriera dell’Impero del Sol levante, compare il ricordo della morte come una forma di alta ascesi, poiché solo così è possibile la vita eroica basata sul principio dell’ onore. In una delle opere classiche del Bushido si dichiara in modo puntuale che il guerriero o bushi deve essere disposto a morire in qualunque momento, per cui è necessario che «l’idea della morte sia impressa nella mente ogni mattina e ogni sera». Il grande guerriero Kusunoki Masashige raccomandava a suo figlio: «tieni sempre l’ idea della morte presente nell’animo». «È bene— sentenzia il mistico sioux Alce Nero—tenere davanti a noi un avviso della morte, poiché ci aiuta a comprendere l’ impermanenza della vita su questa terra, e questa comprensione ci può aiutare a preparare la nostra stessa morte».

E riprendendo l’immensa sapienza dei popoli nomadi delle praterie americane, lo stesso Alce Nero aggiunge che l’uomo che è ben preparato per la morte è «quello che sa che lui non è nulla comparato con Wakan-Tanka, che è tutto». (Ricordiamo che Wakan-Tanka è uno dei nomi che i Pellerossa danno a Dio, «il Grande Spirito» o «Padre dell’alto»). Non si tratta di compiacersi morbosamente dell’idea che si deve morire né di coltivare atteggiamenti tristi o pessimistici, dando un tono funereo alla vita. Si tratta semplicemente di contemplare le cose così come I sono, di vedere con obiettività, serenità e realismo la realtà della propria t natura mortale. Ciò che si chiede è semplicemente di guardare in faccia la i morte. Considerare il fatto della propria scomparsa con chiarezza e coraggio, ma anche con equanimità e serenità, con lucida e sobria imparzialità, senza drammatizzazioni né impeti sentimentali di nessun tipo. Invece di rammaricarmi, di intristirmi o lamentare la sorte nefasta che mi aspetta, cercare di comprendere cosa significhi la morte, penetrare il mistero che racchiude, riflettere su come posso prepararmi per affrontarla degnamente, cosa devo fare e come devo vivere affinché quando arriverà non deplori di aver vissuto né di dover morire. Viviamo e ci comportiamo generalmente come se la nostra vita dovesse durare indefinitamente. Immaginiamo la morte come un avvenimento futuro, molto lontano, forse certamente possibile ma oggi come oggi poco probabile, che per ora non ci riguarda e che non c’è motivo di preoccuparsene. Siamo convinti di avere a nostra disposizione tutta una vita davanti, almeno 30 o 40 anni, come qualcosa di sicuro e quasi statisticamente garantito. Punto di vista errato e poco realistico, perché la morte si inserisce nel corso stesso dell’esistenza. Non è qualcosa che si verificherà in un futuro più o meno lontano, rinviato a un domani che si intravede appena. È presente già qui ed ora, in questo stesso momento attuale che mi sembra così vivo, così reale, così estraneo alla morte, così pieno di forza e vitalità.

kamikaze-giappone-guerra-sacrificioIn realtà, non è che moriamo in una determinata data e ora, ma stiamo morendo continuamente. Si potrebbe dire che ogni giorno moriamo un poco. Vivere è morire. La nostra intera esistenza è un lento spegnersi e finire. Al punto da poter dire, con Sant’ Agostino, che «l’ uomo è più un morente che un vivente». Nascere è cominciare a morire; crescere e addentrarsi nella vita è continuare a morire giorno dopo giorno. E tutti siamo soggetti a un così fatale processo, che se ne sia coscienti o meno. Ciò che succede è che alcuni moriamo lentamente, mentre altri lo facciamo più rapidamente; gli uni, rendendosene conto, e gli altri, senza accorgersene, ignorandolo o senza volerlo sapere. Questa verità ci si rende manifesta quando di colpo ci giunge la notizia che qualche parente, amico o conoscente è morto improvvisamente oche morirà presto, forse nel fiore degli anni. Anche se subito dopo dimentichiamo quest’ avvertimento e non tardiamo a ritornare alle nostre abitudini di incoscienza, leggerezza, irresponsabilità e immaturità. Pensiamo che questo non potrà succedere a noi. Preferiamo pensare ad altro. Se di colpo mi informassero che mi restano solo poche settimane o pochi mesi di vita, come cambierebbe il mio modo di vedere le cose, tutte le cose! Quante cose passerebbero in secondo piano e quante altre, che tenevo in poco conto o dimenticate, metterei al centro della mia attenzione! Con che intensità assaporerei ogni ora, ogni minuto, ogni secondo che mi viene offerto! Arriverei con ogni probabilità alla conclusione che non ho tempo da perdere, che devo approfittare fino all’ultimo istante per fare tutto il bene che posso. Cercherei di compiere scrupolosamente il mio dovere, di fare con il massimo scrupolo tutto quello che ho da fare. E mi sforzerei pure di lasciare ai miei la migliore eredità possibile e anche il miglior ricordo. Ebbene, questa è né più né meno la situazione reale in cui tutti ci troviamo se guardiamo le cose con sguardo obiettivo e realistico, così come sono. Tutti abbiamo i giorni contati. A ognuno di noi rimangono solo un determinato numero di mesi di vita, siano pochi o molti. Per quanto solide possano sembrare la mia salute e la mia energia vitale, potrebbe succedere che un giorno di questi mi venga diagnosticata una malattia incurabile o subisca un incidente che metta fine alla mia vita. Potrei trovare un modo migliore di impiegare la poca vita che mi rimane impegnami a realizzare la missione che la Provvidenza mi ha assegnato e cercare di regolare i conti con me stesso, col mio prossimo e con Dio? Non mi dedicherei a prepararmi per il momento decisivo? Non indirizzerei la mia vita verso la Realtà suprema che mi sostenta e mi chiama? Non la metterei al suo servizio con totale abbandono?

Sapendo che la tua vita può finire presto, comincia a sforzarti fin da ora stesso; cambia in essa tutto ciò che in essa va cambiato e progettala con sensatezza e giudizio, fondandola sull’imperituro e lanciala verso ciò che sta aldilà della morte, la Vita perenne. Fa ciò che è nelle tue possibilità per lasciare il mondo migliore di come l’hai trovato; vale a dire, per aumentare in esso la verità, il bene, la bellezza e la giustizia. Cerca di realizzare un’opera ben fatta, qualunque essa sia, nel campo che ti corrisponde e si confà alla tua vocazione e al tuo destino. Opera in modo tale che dove sarai passato i resti una stella luminosa. E quando parlo di «opera ben fatta», mi riferisco anche, certamente, a quest’ opera che sei tu stesso. Lavora soprattutto nel miglioramento, affinamento e costruzione della tua stessa persona; perché solo così potrà uscire dalle tue mani un’opera degna, giacché tutto quel che farai dipenderà da quel che sei, e ciò che sarai arrivato ad essere, grazie alla tua buona azione e alla tua buona vita, è l’unica cosa che potrai portare con te. Eccolo un atteggiamento che bisognerebbe adottare nella vita quotidiana. Dovremmo vivere l’oggi come se fosse l’ultimo giorno della nostra vita. Con la stessa disposizione d’animo che avremmo se entro poche ore dovessimo dire addio alla vita. È questo un consiglio sul quale concordano il Kempis cristiano e il Bushido giapponese. «Al mattino pensa che non arriverai alla notte, e la notte non ti assicuri di arrivare al mattino successivo», leggiamo nella Imitazione di Cristo. «Il samurai deve considerare ogni giorno della sua vita come l’ultimo», raccomanda un testo del Bushido del XVII secolo. Dei lama tibetani si racconta che, al giungere della notte, dopo aver vuotato la propria tazza, la lasciano capovolta al lato del loro letto, quasi a voler indicare che è possibile che non serva mai più, perché forse non si sveglieranno il giorno dopo. «Domani o l’ altra vita, nessuno sa quale arriverà prima», recita un antico proverbio tibetano.

apoteosi-antonino-faustina-morte

Ma affinché questa saggia e serena attitudine di fronte alla morte sia possibile, è indispensabile che la nostra vita si apra alla trascendenza. necessario che la nostra mente percepisca il significato dell’atto del morire come transito verso un’ Eternità o, il che è lo stesso, acquisisca una chiara coscienza dell’ immortalità del proprio essere, radicato nell’Essere eterno e supremo. Si è andata imponendo nel nostro tempo la credenza che la morte significhi l’ annientamento totale della persona e che dietro di essa si estenda il pauroso abisso del nulla. Segno tangibile dell’ indigenza intellettuale in cui è sprofondato il mondo attuale. Urge superare una così errata e deprimente visione, diametralmente opposta a quello che l’umanità ha sempre dato per certo in ogni tempo e luogo, da millenni. Visione che porta come conseguenza, oltre all’accentuazione dell’ orrore di morire, una svalutazione della vita e una totale demoralizzazione, un’ accentuazione del dominio della trivialità e dell’immoralità. Poiché, come fa ben notare Juliàn Marías, se l’uomo finisce con la morte, a quel punto, nulla è importante, nulla è sacro. Sebbene la molte implichi la distruzione di tutto il temporale e perituro dell’ essere umano, la sua realtà non si esaurisce nella pura distruzione. Nonostante quest’ opera attentatrice essa si rivela come il passaggio a una forma più alta e piena di esistenza. Presuppone la nascita a una nuova vita, una vita imperitura che è «più che vita», secondo la formula impiegata da alcune dottrine tradizionali. L’atto di morire pone fine alla vita terrena, ma ci apre le porte alla vita vera, alla vita eterna. Per dirlo con parole di Sciacca, se vivere è morire, come abbiamo prima visto, «morire è vivere aldilà della vita nel tempo». In questo senso, la sapienza è «meditazione non della morte, ma della vita». Quando io muoio, morirà la mia individualità contingente e condizionata, il mio io effimero, il mio io psicofisico (quello che alcune dottrine orientali chiamano «il piccolo io»), ma non muore, perché non può morire, perché è immortale, la mia personalità spirituale o metafisica, il mio Io autentico, essenziale, eterno e trascendente (il «Grande Io»).

Periscono e si dissolvono sia il mio corpo sia la mia psiche o anima sensibile; permane, senza dubbio, lo Spirito, l’Anima della mia anima, la mia propria essenza o intimità profonda, nucleo immortale del mio essere, raggio della Divinità presente al centro di me stesso, «il regno dei Cieli che è dentro di me», per usare l’ espressione evangelica. Riferendosi all’ esperienza personale con la quale, nella sua prima giovinezza, superò definitivamente la paura della morte, Ramana Maharshi spiegava con le seguenti parole la conclusione alla quale era giunto come qualcosa di vissuto e che si era imposto alla sua coscienza con l’ assoluta certezza di una rivelazione: «Sono Spirito che trascende il corpo. Il corpo muore, ma lo Spirito che lo trascende non può essere toccato dalla morte. Questo vuol dire che sono lo Spirito immortale, senza morte». Come giustamente nota Sciacca, non muore la coscienza con la quale sappiamo che moriamo. Con la morte, questa coscienza si vede libera dalle limitazioni dell’esistenza temporale e si colloca in un Presente atemporale che è pura Presenza del Logos divino. Da questo punto di vista, la morte e la vita acquistano il loro pieno senso. La morte ci appare come «maestra benefattrice della vita», come la definisce il Padre Nieremberg. La morte, in effetti, mi insegna e aiuta a vivere meglio, radicalizza e essenzializza la mia vita. Mi fa volgere lo sguardo verso ciò che in essa è essenziale e mi mette in contatto con le radici più profonde del mio essere. Giustamente Lao-Tze descrisse la morte come «ritorno alla Radice» o «volgere all’Origine». Sapendo che vado a morire, e che fra poco non vivrò più, vivo più intensamente, con maggiore profondità, serietà e autenticità, e anche con maggior profitto e frutto di ogni istante che la Provvidenza mi concede. Per questo, posso ben dire che la morte mi dà la vita; perché chiarisce il mio vivere, lo illumina e gli dà calore, rendendolo allo stesso tempo più vissuto é vivibile. Fa, insomma, che la mia vita sia più vita. Consumando ogni momento con la coscienza che potrebbe essere l’ultimo, mi impegno con la massima energia nell’ opera di costruirmi e di costruire il mondo. Mi consacro in pieno, con gioia e con generoso distacco, all’ impegno di aiutare gli altri e di cooperare al perfezionamento della Creazione divina. Vivo la mia vita come missione sacra e come un combattimento al servizio del Re supremo, come un pellegrinaggio verso la Patria eterna, dove splende eternamente il Sole. Patria che, come opportunamente indica Sciacca, «si può raggiungere solamente passando attraverso questo luogo di prova e lotta, non contro la morte, ma insieme ad essa, la compagna fedele o persuasiva». Cosciente della prossimità della morte, che mi aspetta e mi accompagna, nulla mi può risultare indifferente; tutto mi importa (sebbene allo stesso tempo perda questa importanza che suole dare alle cose la prospettiva egoistica, perché nulla più mi schiavizza né mi ossessiona). Fino al più infimo dettaglio ricopre un significato speciale e fino all’ azione più modesta ricopre un valore assoluto. Tutto si trasforma in forza di vita e in ragione per vivere. Tutto mi aiuta nel cammino verso la Vita.