Solstizio d’inverno: melodie dell’anima per un raccoglimento interiore

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di Paolo G.

In occasione del solstizio d’inverno di quest’anno, vi proponiamo una delle possibili vie attraverso cui tentare di creare, almeno per qualche minuto, uno stato di raccoglimento interiore propizio per  accostarsi a quei significati tradizionali nascosti dietro fenomeni anche di tipo astronomico, quale quello solstiziale; un tentativo sempre più difficile, immersi come siamo fra le rovine ed i veleni del mondo contemporaneo, storditi dai ritmi e dalle alienazioni tipiche delle società e delle città in cui viviamo.

Come ogni anno, il sole sta per raggiungere, nel suo moto apparente lungo l’eclittica, il punto di minima declinazione, il cosiddetto solstizio d’inverno. Toccando il punto più basso dell’ellisse compiuta dalla terra nel suo movimento di rivoluzione, il sole dà visivamente l’impressione di sprofondare, di tramontare per non ricomparire più: siamo in effetti nel giorno più corto dell’anno. Ma poi, quasi per miracolo, il sole risale nella volta celeste, tornando vittorioso a risplendere. 

Questa ricorrenza aveva nell’antichità un valore simbolico fortissimo, ormai pressoché perduto nelle moderne società sconsacrate, dove sopravvivono solo usanze inconsapevolmente tramandate ed adattate nel corso dei secoli.

Questa straordinaria manifestazione astronomica veniva ritualizzata dalle antiche popolazioni indoeuropee, che vi associavano significati simbolici ultrasensibili, come d’altronde avveniva per tutti i fenomeni naturali in genere: questi, infatti, non venivano presi in considerazione e sacralizzati nel loro aspetto puramente esteriore, ma in quanto teofanie o ierofanie, quindi come manifestazioni del sacro, per cui il Logos Divino, pur lontano e perduto dall’uomo rispetto all’aurea unità dei primordi, tornava a manifestarsi, con i necessari adattamenti, mediante modalità allegoriche ed in forme tangibili e materiali.

E così, il fenomeno solstiziale invernale, cui si ricollegarono simbologie connesse alla luce ed al sole che risorge invincibile dagli abissi, richiamava l’idea superiore della rinascita luminosa dalla caduta nelle tenebre, del chiudersi di una fase e dello schiudersi di un nuovo ciclo, della catartica rigenerazione dopo la caduta.

Proviamo quindi a ricreare un’atmosfera in grado di “ridestare” qualcosa all’interno delle nostre anime intorpidite e sterilizzate, proponendo l’ascolto di due brevi componimenti strumentali di uno dei principali gruppi musicali facenti parte della corrente del cd. “post-rock”.

È interessante fare una brevissima digressione su questo particolare genere musicale. Con l’espressione “post-rock”, piuttosto imprecisa e generica come spesso sono le “etichette”, si indica un genere in realtà assai variegato, tendenzialmente strumentale e quindi con il canto per lo più omesso oppure presente a tratti ed impostato in modo atipico, con timbri molto tenui, che possono seguire le linee melodiche strumentali o, come nel caso degli islandesi Sigur Ros, può assumere la forma di un complesso di voci incomprensibili che accompagnano la musica come fossero strumenti.

Nel post-rock si utilizza una strumentazione rock classica (chitarra elettrica, basso, batteria) anche se ci si rifà a differenti tipologie di sonorità, che possono spaziare dalla musica elettronica al jazz, da sonorità più dure (cd. “post-metal”) fino all’indie e all’ambient.

Generalmente, soprattutto nel caso dell’indie-wave e dell’ambient, che possono essere le sonorità più adatte a ricreare un certo raccoglimento interiore funzionale alla riemersione di alcuni caratteri ormai latenti nella nostra psiche, le composizioni post-rock possono diluirsi ed allungarsi molto fino a diventare mini-sinfonie, assumere un carattere quasi estatico ed ipnotico (i cd. “paesaggi sonori”, con campionamenti stirati e ritrattati, molto eterei e rarefatti), fino ad accostarsi alle sonorità tipiche del progressive rock, soprattutto nei suoi caratteri più ambient (si vedano, fra tutti, gli inglesi Porcupine Tree). Molto tipica del post-rock è la ripetizione di strutture melodiche con improvvisi cambiamenti e rotture di tono, con “esplosioni” e passaggi da timbri più tenui a timbri più robusti, e viceversa. Da parte di alcuni gruppi è poi frequente l’uso di tematiche di tipo mitologico-astronomico nella scelta dei titoli e nella costruzione delle composizioni.

Anche in seguito all’uso sempre più inconsistente che se ne faceva sui media, l’espressione “post-rock” era caduta progressivamente in disuso nei primi anni 2000, per poi riapparire con l’ascesa del genere in contesti lontani o indipendenti dai centri nevralgici del business musicale, quali Canada, Svizzera, Austria, Islanda, Irlanda, Scozia, e così via.

Tra i gruppi post-rock che riteniamo di maggiore capacità in termini di “risveglio” interiore, possiamo ricordare a titolo puramente esemplificativo i già citati Sigur Ros (Islanda), i God is an astronaut (Irlanda), gli Explosions in the sky (Texas, U.S.A.), i Mogwai (Scozia), con una menzione speciale per i citati Porcupine Tree (Inghilterra), per quanto più propriamente considerati, come si accennava, un gruppo di progressive-rock.

Un altro genere su cui ci riproponiamo di tornare, sempre per le sue potenziali “valenze interiori”, è la cd. “new-wave” nelle sue forme migliori (rispetto a certe sue degenerazioni elettro-pop), nata tra fine anni ’70 e primi anni ‘80 dal “post-punk”, altro movimento “post”, di “rinascita” rispetto alle rovine iconoclaste del punk puro (che fu una sorta di espressionismo in forma musicale) e che ha prodotto e continua a produrre (cd. “new new wave”), in alcuni ben precisi filoni dei suoi infintiti rivoli, molte produzioni significative per agevolare i processi “spirituali” (con tutte le virgolette del caso) di cui si parlava.

Tornando a noi e, in particolare, al Solstizio d’inverno, proponiamo dunque l’ascolto in sequenza di due componimenti del trio irlandese God is an astronaut, nati nel 2002. In linea con quanto si diceva sul post-punk più estatico, la loro musica prettamente strumentale e particolarmente melodica, è caratterizzata spesso da introduzioni lente, atmosferiche ed a tratti malinconiche, di particolare intensità anche emotiva, che talora sfociano in ritmi più incalzanti come “esplosioni”. Le loro esibizioni dal vivo sono sempre accompagnate da accurati effetti di luce e soprattutto dai loro video, anch’essi “carichi” dal punto di vista emozionale.

I due componimenti, brevi ma intensi, accompagnati da due immagini a tema nel filmati tratti da youtube (si raccomanda di ascoltare tenendo a pieno schermo l’immagine), sono funzionali a rievocare e “drammatizzare” la situazione solstiziale che andiamo a celebrare: dapprima, con Darkfall (estratto dall’album “Far From Refuge”, 2007), il momento in cui il sole sprofonda e sembra tramontare per sempre; poi, con First day of sun (estratto dall’album omonimo della band, “God is an astronaut”, 2008 ), si celebra l’improvvisa, miracolosa riapparizione del sole che “rinasce” vittorioso sulle tenebre.  

Buon ascolto e buon solstizio.