Cronache (geopolitiche) di fine ciclo [parte 1]

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Sono ormai trascorsi quasi due mesi dagli attentati di Parigi dello scorso 13 novembre, ed anche in virtù degli avvenimenti successivi, si può fare un quadro generale di quella che appare essere la complessa situazione geopolitica attuale sui suoi principali scenari internazionali.
Cercheremo di fare luce sulle tristi verità nascoste dietro la consueta cortina di falsità e di retorica propinataci dai disgraziati media asserviti di mezzo mondo e di configurare possibili scenari futuri di breve, medio, lungo periodo.

di Paolo G.

I progetti dell’asse anglo-americano-sionista per il Medioriente e il ruolo di Daesh e dei “ribelli moderati”

Daesh (seguendo la linea redazionale[1], utilizziamo questo termine dispregiativo in luogo dell’ormai inflazionato ISIS, o ancor peggio, Stato islamico, che servono solo a confermare il gioco del nemico) ha rivendicato gli attentati di Parigi del 13 novembre scorso sostenendo che essi sarebbero stati motivati dall’impegno bellico della Francia in Siria, attraverso i suoi bombardamenti. Ebbene, si tratta di un’affermazione totalmente falsa, in quanto la Francia, al pari degli altri presunti Stati in lotta contro il fantomatico “terrorismo internazionale” ha sempre e soltanto finto di voler combattere Daesh.

Al contrario, l’intero asse del male (questo, sì, veramente “assoluto”) anglo-americano-sionista, corroborato dai fedeli zerbini europei (Francia e Germania su tutti) e dagli altrettanto fedelissimi alleati mediorientali (Turchia, Arabia Saudita, Qatar), hanno appoggiato surrettiziamente, tramite forniture di armi, mezzi, uomini (mercenari garantiti ed assoldati, nonché ufficiali sul campo) ed adeguati addestramenti militari, tutto il fronte terrorista attivo in Medio Oriente, in Africa ed ora anche in Europa.

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Quadro riassuntivo degli schieramenti in Medio Oriente

A cominciare dai cosiddetti “ribelli moderati” operativi in Siria contro il governo di Bashar Al-Assad, che altro non sono se non un’accozzaglia di mercenari e di finti islamisti degenerati, adepti di gruppi eretici secondari fatti crescere a dismisura a tavolino (e contraddistintisi per le esecuzioni sommarie, gli sgozzamenti, il taglio delle teste dei prigionieri, le torture, gli stupri e le violenze sulle popolazioni civili dei luoghi conquistati in Siria … ), messa in piedi e foraggiata dall’asse per destabilizzare e balcanizzare (vale a dire smembrare) l’area mediorientale, Iraq compreso, con la cd. strategia del caos, puntando sulle rivalità etnico-religiose locali, adeguatamente fomentate, onde piegarla ai suoi sporchi interessi: controllo su giacimenti petroliferi, gasdotti ed oleodotti (tra le altre cose, il piano gradito a Sauditi e Stati Uniti prevedeva il passaggio di un gasdotto attraverso la Siria e la Turchia per trasportare gas dai grandi giacimenti esistenti dal Qatar fino in Europa: Assad aveva invece a suo tempo optato per il progetto di gasdotto russo-iraniano, e anche per questo motivo si è deciso di farne cadere il governo), egemonia territoriale da garantire nel medio-lungo periodo al “Grande Israele” secondo i dettami del noto “Piano di Oded Yinon”.

In quest’accozzaglia che spalleggia il Daesh spiccano ad esempio il cd. “Esercito Siriano Libero” (ESL) ed Al Nusra (integratisi sul territorio), nonché gli estremisti sunniti, wahabiti e takfiri, adeguatamente sostenuti e finanziati, provenienti dai paesi filo-Usa dell’area mediorientale. Da ricordare che Al Nusra, la “costola” di Al Qaeda in Siria, fortemente prostrata dai bombardamenti russi di cui parleremo, beneficia da tempo di assistenza e strutture mediche di prim’ordine da parte di Israele.

Notoria è poi la sporca alleanza tra Francia e Sauditi, che continuano, tra le altre cose, nella loro vergognosa operazione militare nello Yemen, dove è in corso una aggressione con bombardamenti indiscriminati contro la popolazione civile che ha già fatto oltre 6.000 vittime e migliaia di feriti, oltre un milione di sfollati e centinaia di migliaia di rifugiati all’estero. Un conflitto che viene sostenuto con la piena complicità dei paesi occidentali (e di Israele) che forniscono armi ed appoggio logistico alle forze militari di Riyad (comprese diverse migliaia di mercenari jihadisti trasferiti dalla Siria nello Yemen, contro le forze locali che resistono tenacemente, per farli sfuggire agli attacchi massacranti dei russi), il tutto nel più indecente silenzio da parte media mondiali, che agitano la bandierina dei “diritti umani” solo quando fa loro comodo. E ricordiamo anche la cordialissima recente visita di Renzi presso la monarchia saudita, per rafforzare i rapporti d’affari dell’Arabia con l’italietta, la quale, oltre agli affari d’ordinanza, esporta armi (sopratutto bombe per aerei militari) che vengono utilizzate per massacrare i civili inermi nello Yemen, colpevole soltanto di avere un governo sciita e quindi avverso all’ideologia wahabita difesa e professata dai Sauditi.

A ruota di Renzi, ricordiamo il consueto contributo del ministro degli Esteri Gentiloni, il quale ha espresso qualche tempo fa, con impudenza e sfacciataggine, “piena comprensione per le preoccupazioni di sicurezza dell’Arabia Saudita”.

Assad è dunque l’ennesimo “tiranno” da spodestare per salvare il mondo, mentre la dinastia di Al-Saud ci regala saggi, oculati e pacifici governanti. Renzi aveva recentemente tuonato: “Non facciamo affari con paesi che finanziano l’Isis”: come no, un perfetto esempio di coerenza.

Gli attentati di Parigi? L’ennesimo false flag.

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La polizia scientifica sul luogo dell’attentato al Bataclan di Parigi dello scorso 13 novembre

Perché un eclatante false flag in Europa? La risposta appare ora abbastanza chiara, anche alla luce degli eventi che sono seguiti agli attentati.

Andiamo con ordine: la Russia (oltre alla Cina) rappresenta oggi il nuovo nemico per l’asse anglo-americano-sionista, a tutti i livelli: principalmente quello geo-politico, ma non solo. Dopo aver tentato di far saltare il ponte di collegamento tra Russia ed Europa attraverso il sabotaggio perpetrato in Ucraina, con la fantomatica rivolta di piazza Maidan pianificata a tavolino grazie ai dollari di Soros & soci, cui è seguito l’insediamento del governo fantoccio filo-atlantista di Kiev e la guerra civile con le regioni orientali, verso cui si è cercato di organizzare una pulizia etnica, l’asse del male si è adoperata per realizzare i suoi sporchi piani anche nell’area mediorientale, onde, tra l’altro, isolare la Russia anche a sud.

Parallelamente a tutto ciò, il Pentagono ed i suoi soci hanno progettato di sabotare dall’interno il gigante di Mosca. Per fare questo, dovrebbero avvalersi delle “quinte colonne” già presenti sul suolo russo, come ad esempio i cd. “integrazionisti atlantici” che si rifanno alle “dottrine” di Brzezinski e Wolfowitz, e sguinzagliare a tempo debito i terroristi di Daesh e sodali sul territorio russo, con infiltrazioni mirate dalla Siria onde scatenare  attentati terroristici e creando caos, panico, rivolte, coinvolgendo anche le comunità musulmane presenti sul suolo russo. A tal fine tornerebbero utili anche i circa 2000 miliziani ceceni che operano sul territorio siriano mescolati con gli altri terroristi, che il controspionaggio russo ha però già individuato. In effetti a Mosca non ci sono sprovveduti, Putin è pienamente consapevole delle intenzioni dei nemici e, fattore tutt’altro che secondario, il territorio russo è così grande da rendere di complessa realizzazione qualunque perverso piano di sabotaggio.

L’intervento russo in Siria, severo e massiccio, con bombardamenti, uomini sul campo ed invio di mezzi navali nel golfo persico, attuato da Putin con precisione ed abile calcolo al fine di impedire la caduta del regime di Assad e la realizzazione progressiva dei piani dell’asse del male nell’intera regione, ha contribuito alla creazione di un fronte di resistenza in cui attorno all’attore principale, la Russia, si è formata una solida coalizione sciita nel mondo arabo persiano, con Iraq, Iran ed Hezbollah che si sono schierati al fianco di Mosca.

Putin consegna all'Ayatollah Khamenei un antico manoscritto del Corano, a suggello dell'alleanza tra Russia e Iran
Putin consegna all’Ayatollah Khamenei un antico manoscritto del Corano, a suggello dell’alleanza tra Russia e Iran

Uno smacco insostenibile per l’asse ed i suoi alleati-zerbini, che hanno perciò partorito un’altra delle loro idee straordinarie: era necessario coinvolgere in modo diretto nell’area mediorientale, ed in particolare in Siria, i servi europei. Nello specifico, appunto Francia, Germania e Gran Bretagna (quest’ultima attore di primo piano dell’asse), al fine di impedire che Putin smascherasse definitivamente dinnanzi all’opinione pubblica mondiale il doppiogioco perverso di Stati Uniti e amici vari. Putin andava pertanto affiancato e circondato, occorreva togliergli il ruolo da protagonista sullo scacchiere mediorientale: bisognava essere sul posto, insieme a lui, con la necessaria potenza militare (soprattutto navale, come vedremo), per tenerlo sott’occhio e “abbracciarlo” idealmente: come diceva Machiavelli, se non puoi sconfiggere il tuo nemico, abbraccialo. Dunque, era il caso di “cingere” adeguatamente lo Zar del XXI secolo, e l’asse si sta muovendo in tal senso.

In poche settimane la Russia aveva infatti creato a Daesh ed ai suoi sodali più danni, in termini di uccisioni di miliziani terroristi, rese e diserzioni, nonché di distruzioni materiali (infrastrutture, depositi di armi e munizioni) di quanti la presunta “coalizione antiterrorista” avesse mai neppur lontanamente causato in anni(!) di presunti interventi.

È evidente (a tutti tranne che all’opinione pubblica drogata e resa incapace di pensare ed ai media che reggono il gioco dei loro padroncini) che se gli Stati Uniti avessero voluto, Daesh sarebbe stato spazzato via nel giro di poco tempo. Anzi, questo fantomatico “Stato islamico/califfato del terrore”, non sarebbe mai potuto nascere dal nulla, con la sua struttura, la sua organizzazione, le armi, l’addestramento, le risorse economiche (spudorato contrabbando di armi, petrolio e reperti archeologici rubati, principalmente tramite la Turchia, che rimane il punto di riferimento anche per lo smistamento in Europa dei flussi migratori indotti).

L'a321 russo abbattuto nel Sinai
L’a321 russo abbattuto nel Sinai

Putin ebbe così un primo “avvertimento” con l’abbattimento dell’aereo civile russo sul Sinai il 31 ottobre scorso, prima degli attentati di Parigi. Va detto che al contrario di quanto fatto credere dai media, l’aereo civile russo sarebbe stato abbattuto dai terroristi del gruppo “Wilayat Sina” (ramo egiziano del Daesh) con un missile di fabbricazione britannica fatto arrivare tramite l’Arabia Saudita, sparato mediante uno dei lanciamissili a lunga gittata forniti dai servizi segreti dell’asse ai vari gruppi terroristi operanti in Siria (forniture che continuano, onde garantire ai mercenari strumenti di difesa antiarea contro gli aerei russi).

Un commando di “spetsnaz” (truppe speciali) russi avrebbe infatti catturato a Saana, capitale dello Yemen, due agenti della CIA che avrebbero supportato i terroristi nell’azione, trasportandoli poi a Mosca onde sfuggire a possibili interventi di caccia intercettori americani e di un aereo da caccia saudita che fa parte del contingente che ha invaso lo Yemen. Il tutto con un volo speciale sotto la copertura di un Hercules C-130 iraniano che, in volo verso la Siria, avrebbe confuso i sistemi dei radar militari dell’asse distorcendo il suo segnale… uno scenario da film di 007, eppure sembra sia tutto maledettamente vero.

A conferma dell’azione dolosa, un’inquietante direttiva del NORAM (servizio delle forze armate della NATO), fin dallo scorso 8 settembre, aveva avvisato i paesi membri di astenersi dal far sorvolare la penisola del Sinai al di sotto dei 25.000 piedi di altitudine … perché mai?

Dopo l’avvertimento, alla luce di quanto esposto, era comunque necessario “stimolare” i servi europei all’azione, in tempi brevi. Come fare? Col solito vecchio sistema: quello di pianificare ed attuare l’ennesimo casus belli a tavolino. Una sorta di “11 settembre europeo”, in grado di indirizzare le coscienze dell’opinione pubblica lobotomizzata e di dare alle teste di legno messe a guida dei principali paesi europei nuova benzina per alimentare il motore della retorica, della propaganda della guerra di civiltà in difesa dei valori dell’occidente, della necessità di agire per tutelare le nostre vite, i diritti e le nostre libertà … Ed eccoci dunque agli attentati di Parigi.

Per dare un ulteriore tono di drammaticità alla situazione, lo Zio Sam ha poi ben pensato di inscenare anche un’altra tragedia sul suo territorio: così, un paio di settimane dopo i fatti di Parigi, abbiamo avuto la misteriosissima strage di San Bernardino, piena di incongruenze e stranezze come sempre, un altro false flag al 99%, puntualmente preceduto come già altre volte, in caso di attentati pianificati a tavolino, da simulazioni “active shooter” formalmente organizzate per addestrare e preparare polizia, Guardia Nazionale e soccorritori sanitari in occasione di stragi e sparatorie, notoriamente frequenti negli Stati Uniti, ma che possono così ancor più facilmente “preparare” il terreno proprio per ciò che dovrebbero apparentemente prevenire[3].

Perché in Francia?

Tutto l'acume geopolitico di Francois Hollande in una foto
Tutto l’acume geopolitico di Francois Hollande in una foto

Perché proprio in Francia? Non è facile dirlo, a livello geopolitico certi equilibri sono molto sottili e spesso di difficile lettura ed interpretazione. Ricordiamo però che, ad esempio, l’attentato alla redazione di Charlie Hebdo (gennaio 2015), arrivò poco tempo dopo il riconoscimento dello Stato palestinese da parte del Parlamento francese (dicembre 2014), che era seguito a sua volta ad un avvertimento di Netanyahu ad Hollande (24 novembre 2014), sconvolto dall’idea che il Parlamento potesse votare in tal senso (“Il riconoscimento dello Stato palestinese da parte della Francia sarebbe un grave errore”). L’attentato a Charlie Hebdo (al solito pieno zeppo di falle ed anomalie) era stato peraltro seguito dall’asserragliamento di uno dei presunti “attentatori”, Amedy Coulibaly, nel famoso negozio di alimentari kosher, dove il “terrorista” aveva preso in ostaggio cinque ebrei, di cui quattro sarebbero stati poi uccisi durante il blitz della polizia (episodio forse casuale e non preventivato, ma in ogni caso utilizzato strumentalmente come “copertura” mediatica e come immancabile puntello per sbandierare il “pericolo antisemitismo”; non a caso Netanyahu dichiarò subito dopo l’accaduto: “La Francia è oggi la nazione più pericolosa per gli ebrei”).

Non solo: pochi giorni prima l’attentato, Hollande aveva “osato” dire che forse sarebbe stato necessario cancellare le sanzioni alla Russia. Al riguardo, Paul Craig Roberts, ex-funzionario della Casa Bianca ed ora noto analista geopolitico di controinformazione, disse che l’attacco a Charlie Hebdo era da considerare un’operazione interna concepita per mettere la Francia saldamente sotto controllo di Washington (“Per l’eccessiva indipendenza politica della Francia da Washington, Washington ha resuscitato l’operazione Gladio che consisteva negli attentati CIA contro gli europei durante il post-seconda guerra mondiale, di cui Washington accusava i comunisti”).

Ancor prima, nell’agosto del 2014, sempre il buon Netanyahu dichiarò sibillino: “ … non è la guerra di Israele. E’ la vostra guerra! E’ la guerra della Francia, perché è la stessa guerra; perché se riescono qui, ed è Israele ad essere criticata e non i terroristi, e se non siamo solidali, allora questa peste di terrorismo verrà da voi. E’ una questione di tempo. Verrà in Francia! (…)  se non siete solidali con Israele adesso, allora queste tirannie le conoscerete pure voi!”.

Un dettaglio piuttosto significativo: come già accaduto in occasione dell’11 settembre americano, sembra che anche a Parigi la mattina precedente gli attentati i funzionari di sicurezza della comunità ebraica francese fossero stati informati della possibilità concreta dell’imminenza di un grande attacco terroristico nel Paese: l’avrebbe confermato Jonathan-Simon Sellem, giornalista franco-israeliano, con doppia nazionalità, che vive in Israele dal 2006 e nel 2008 ha fondato “JSSNews”, una testata giornalistica israeliana in francese.

Insomma, ce n’è abbastanza per considerare la Francia come un buon “terreno fertile” per certe “operazioni” …

Inoltre, su un piano addirittura di metafisica della storia, non va dimenticato che la Francia è da sempre una sorta di crocevia dei destini d’Europa, come avemmo modo di osservare tempo fa in un articolo cui rimandiamo[4]

(segue)