Tersite e l’arroganza plebea

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ulisse-tersiteTersite contro Odisseo. L’arroganza della parola contro l’aristocrazia dell’ethos. La deformità fisica e spirituale contro la Forma, esteriore ed interiore. La guerra è sempre questa. Come nell’Iliade, così nella vita.

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Odisseo, esortato a ciò da Atena, ha appena impedito che gli Achei, presi dallo scoramento, tolgano l’assedio a Troia e ritornino in patria. Ma in mezzo all’assemblea ricondotta all’ordine dall’autorità del signore di Itaca si alza a parlare Tersite, individuo spregevole d’aspetto e d’animo. Il deforme Tersite, forse il personaggio più negativo di tutta l’Iliade, è anche quello più caratterizzato nei suoi tratti fisici e spirituali.

Omero è in genere assai reticente nella descrizione dei suoi eroi.

Tersite viene invece descritto in abbondanza di aggettivi, che iniziano con “il più brutto” e si chiudono “odiosissimo” due superlativi che simmetricamente sigillano la perfetta giustapposizione tra la deformità fisica e quella spirituale. A differenza degli aristocratici eroi cui vanamente cerca di opporsi, il popolano Tersite non gode del privilegio di epiteti, ma come quelli sono “condannati” al ruolo di valorosi guerrieri dalla loro stessa prestanza fisica o dalla loro origine semidivina, così le forme ridicole e sgraziate di questo personaggio non possono che farne l’incarnazione dellamalignità e del livore, nonché il bersaglio delle percosse di Odisseo.

tersite-iliadeEppure Tersite è, per ammissione del suo stesso avversario, “arguto oratore”, e proprio con questa dote egli tenta di farsi valere in assemblea, il luogo della parola, nell’impossibilità di farlo sul campo di battaglia, precorrendo tempi in cui sarà l’abilità oratoria a dominare la vita politica delle città greche.

Al di là della sua tragicomica conclusione, che vede l’esemplare punizione dell’arroganza plebea, l’episodio –  che qui di seguito riportiamo (Iliade, II, vv. 211 – 269) – rispecchia una fase storica in cui il potere quasi assoluto della monarchia è sempre più messo in discussione da forme di controllo assembleare attraverso le quali il demos cerca di far sentire la sua voce.

Tutti gli altri sedettero, si mantennero ai loro posti, ma Tersite, lui solo, strepitava ancora, il parlatore petulante, che molti sciagurati discorsi nutriva nella sua mente, per disputare coi re a vuoto, fuor di proposito, pur che qualcosa stimasse argomento di riso per gli Argivi; il più spregevole di tutti venuti all’assedio di Troia. Aveva le gambe storte, zoppo da un piede, le spalle ricurve, cadenti sul petto; sopra le spalle aveva la testa a pera, e ci crescevano radi i capelli. Odiosissimo più di ogni altro era ad Achille ed Odisseo: perché spesso li svillaneggiava; quel giorno al divino Agamennone, gracchiando acuto, diceva improperi: contro di lui gli Achei terribilmente sentivano rabbia e sdegno in cuor loro. Dunque, strillando a gran voce, ingiuriava Agamennone: << Atride, di che ti lamenti ancora, che vai cercando? Hai le tende piene di bronzo e molte donne ci stanno dentro, scelte, che a te noi Achei come a primo doniamo, quando espugniamo una rocca. Hai bisogno ancora di oro, che ti porti da Ilio qualcuno dei  Troiani domatori di cavalli, quale riscatto di un figlio fatto prigioniero da me o da un altro degli Achei, oppure di giovane donna, per mescolarti con lei in amore, da tenerla tu in privato? No, non sta bene che essendo tu il capo trascini nei guai i figli degli Achei. Compagni, gente da nulla, Achee, non più Achei, con le navi almeno facciamo ritorno a casa, e questo lasciamolo qui sotto Troia a digerire i suoi premi, in modo che veda se è vero o no che noi, un aiuto, glielo davamo; lui che or ora Achille, uomo molto migliore di lui, ha disonorato: s’è preso e si tiene il suo premio, avendolo estorto! Ma davvero ad Achille non bolle l’ira nel petto, lascia correre invece: sennò, adesso, figlio di Atreo, era l’ultima volta che insolentivi!>>. Disse così, ingiuriando Agamennone, pastore di popoli, Tersite; ma subito gli si metteva vicino Odisseo divino, e, guardandolo storto, lo riprese con aspre parole: <<Tersite, consigliere scriteriato, anche se sei un arguto oratore, smettila e non volere da solo disputare coi re: non penso infatti che uomo peggiore di te ci sia, fra quanti con gli Atridi son venuti all’assedi di Troia. Perciò non dovresti parlare avendo i re sulla bocca, e rivolgere loro improperi, ed agognare il ritorno. Del resto, nemmeno sappiamo come andranno le cose, se bene o male faremo ritorno, noi figli degli Achei. Per questo ora Agamennone Atride, pastore di popoli, stai ad offendere, perché moltissimi doni gli fanno gli eroi Danai: e tu parli insultando. Ma io te lo dico, e questo avrà compimento: se mai più ad impazzire ti colga, così come or ora, non stia più sulle spalle ad Odisseo la testa, non più padre di Telemaco possa io esser detto, se non ti prendo e non ti tolgo il vestito, mantello e chitone, che le vergogne ti copre, e non ti spedisco piangente alle navi veloci dall’assemblea sbattendoti fuori, con botte umilianti!>>. Disse così, e con lo scettro la schiena e spalle gli colpì: lui si incurvò, ed una grossa lacrima gli cadde a terra; un lividore denso di sangue gli affiorò sul dorso sotto lo scettro d’oro; si sedette allora tutto impaurito, e dolorante, con uno sguardo idiota, s’asciugò il pianto.

Traduzione di Giovanni Ferri. Introduzione di Gianfranco Nuzzo, da “Storia e testi della letteratura greca Vol. 1 – G. B. Palumbo Editore”