[Racconto] Vivere è resistere

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di Emilio Del Bel Belluz  

Vivo dei momenti che mi sembrano davvero unici per la loro asprezza. Allora raccolgo le mie forze  e mi dico che non posso fermare la mia vita. Mi sento come un soldato che deve difendere la patria e la famiglia. A tutti i costi bisogna andare avanti, anche se le soddisfazioni sono assenti. Bisogna andare nella direzione più dura e difficile, quella direzione che fa diventare il fiato ancora più corto.

Penso sempre alla frase del filosofo italiano Evola che leggendola mi dona del coraggio. ““Qualunque cosa accada le posizioni devono essere mantenute, perché in ogni caso parte essenziale deve essere l’’eredità ideale di coloro che ieri, pur sapendo perduta la battaglia, si tennero sul loro posto e combatterono”.” Nei momenti, e di questi ne sto attraversando molti, in cui vorresti  buttare tutto, proprio in quei momenti non devi abbandonare la barca che sta affondando. Proprio in quegli attimi devi stringere i denti e andare avanti. Ogni meta ha la sua bella salita, ogni meta richiede  grande difficoltà che ti deve far diventare ancora più uomo. Quando tutto è perduto, una persona vera non può abbassare, neanche per un attimo,  l’’onore.

L’’onore si deve cercare come un diamante, se lo si possiede non bisogna in nessun modo gettarlo. L’’onore è indispensabile se si vuole vivere in pace con se stessi. Se avessi un figlio gli direi di conservare fino alla morte l’’onore. Se fossi nato nel periodo della seconda guerra mondiale, avrei cercato di salvare l’’onore fino alla morte. L’’unica possibilità che avrei avuto  sarebbe stata quella di battermi fino in fondo per mantenere il giuramento di fedeltà alla mia patria bella. Di sicuro mi sarebbe costata la vita, ma avrei fatto fino in fondo il mio dovere che, prima di tutto, era quello di salvaguardare il giuramento fatto al popolo tedesco, questo sarebbe stato il mio dovere di soldato.

L’’esempio più grande mi era stato dato da quei tanti soldati che erano morti alzando la bandiera di lealtà e dell’’onore. Quando penso alla parola sacra lealtà sento che questa mi dà pace e serenità. In questi tempi difficili la lealtà non è così diffusa tra le persone. Per me è una delle cose irrinunciabili e belle a cui darei tutto me stesso. In questa piccola Italia è difficile riconoscere la bellezza della vita. La nostra patria è spesso oggetto di mortificazione. Un tempo la patria era presente in ogni momento e la si amava, la si difendeva. I soldati un tempo erano uomini fieri di combattere, di dare la vita. Ora si pensa solo a distruggere quello che i padri hanno costruito con il loro sangue. Davanti alla tomba dei  miei avi, mi sento quasi a disagio, perché loro avevano saputo creare l’’Italia, quello che noi invece a poco a poco sacrifichiamo in favore del nulla.

Spesso mi vedo costretto a ripensare al passato, per avere delle piccole gioie, questo passato che è stato creato con molta forza. Quando ho davanti a me uomini che hanno combattuto, vorrei poter avere i loro occhi per vedere quello che hanno fatto. Osservandoli vedo nel loro volto le grandi lotte per migliorare il Paese, lotte che sono partite dalla povertà che hanno dovuto patire. Mi dispiace dirlo, ma l’’Italia farà la stessa fine dell’Impero Romano, ci aspetta questo annientamento e per questo ne soffro. Stamattina avevo tra le mani un libro delle elementari e rimasi felice solo osservandone la copertina che raffigurava due ragazzi seduti sull’’erba, che scrutavano il cielo attraversato da uno stormo di uccelli. Nei loro volti il sorriso di chi crede nella vita, di chi sa di dover lottare per ottenere qualcosa.

Nel libro ho letto la storia di un eroe del nostro passato. Si trattava della vita del figlio del Duca di Savoia. Era ragazzo a cui il padre non credeva e che pensava di farne un cardinale. Questo ragazzo aveva un fisico debole, era gracile, Poi questo giovane divenne un soldato.  Nel vederlo crescere debole, nessuno poteva immaginare che il figlio del Duca di Savoia potesse diventare un uomo d’armi. Per essere guerrieri bisognava essere forti di membra e duri di muscoli. Soltanto  l’’armatura di ferro pesava molti chili e dentro quell’’armatura occorreva muoversi menando grandi colpi di lancia e di spada.  Con quell’armatura bisognava cavalcare giornate intere. Il piccolo Emanuele Filiberto era invece mingherlino. Sembrava senza sangue. Il Duca di Savoia diceva: ne faremo un cardinale. Gli fece un vestito color rosso e tutti alla corte di Torino lo chiamavano: “ Il cardinalino”. Ma Emanuele Filiberto, se aveva muscoli di bambagia, aveva però una volontà di ferro. Non si arrese alla sua sorte di bambino malaticcio. Ogni giorno si esercitò nelle armi. Cavalcava ore ed ore. –Siete stanco altezza gli chiedevano i cortigiani. Egli si sentiva a pezzi, ma serrava le mascelle e rispondeva: –No. Dormiva in terra per indurire le membra. Sfidava sole e gelo. Diventò così resistente a ogni fatica.

Allora gli cambiarono nomignolo e lo chiamarono:” Testa di ferro”  Era infatti tenace e ardito. Sullo scudo crociato della sua famiglia scrisse questo motto: “ Ardisci e spara”. Presto la fama di questo principe dalla volontà di ferro si sparse tra i soldati, che lo seguivano volentieri, perché non era un comandante poltrone. Sempre primo dove era il pericolo, sempre avanti ai più coraggiosi. “Testa di ferro” diventò il comandante dell’’esercito spagnolo e fu lui, il gracile ma tenace principe  Sabaudo che vinse i francesi nella battaglia di San  Quintino. Tornato a Torino, “Testa di Ferro“ riordinò il proprio stato e formò in Piemonte un forte e disciplinato esercito, che difese sempre le porte d’’Italia dalla parte della Francia“. Volere è sempre potere, agisci e spera.