Sei quello che mangi? Allora sei uno yankee. Sappilo.

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«Siamo quello che mangiamo»? Evidentemente la risposta è “si”, visto che i prodotti della grande distribuzione di massa nascono (quasi) tutti da sperimentazione e utilizzo decennale presso l’esercito Usa. Qualche esempio? Le patatine Pringles che resistono agli urti nel classico ‘tubo’, oppure le M&M’s la cui glassa colorata non si scioglie neanche sotto il sole. Insomma, se è vero che «siamo quello che mangiamo», allora la risposta è che siamo irrimediabilmente degli ‘yankee’ (anche nelle scelte alimentari)!

(www.repubblica.it) – Così il rancio del soldato è entrato nel carrello della spesa.

Vi piacciono i confetti di cioccolata i M&M’s? Li hanno testati per voi i marines americani sgranocchiandoli da un fronte all’altro durante la seconda guerra mondiale. La glassa colorata fu introdotta per garantire che la mini-razione di cioccolata non si sciogliesse sotto il sole del Mediterraneo o nelle giungle del Sud-Est asiatico. E le patatine Pringles inscatolate dentro un tubo di cartone? Anche loro si sono fatte le ossa in campo di battaglia prima di essere commercializzate nel 1967. Apprezzate la comodità delle insalate pronte in busta? La tecnologia dell’atmosfera protettiva è stata sviluppata da Whirlpool per consentire l’invio in sicurezza di verdure fresche all’esercito impegnato in Vietnam. E che dire dei succhi di frutta? Il processo ad alta pressione che sterilizza le bevande, eliminando funghi e batteri, nasce da un consorzio  formato dai big dell’industria alimentare Hormel, Best Foods, Mars, Unilever, naturalmente al servizio dello zio Sam.  

Dal fronte al supermercato il passo è breve. Perché tutte queste innovazioni (dai cibi disidratati a quelli a  lunghissima conservazioni fino  ai sacchetti auto-riscaldanti) sono state scoperte, brevettate e sperimentate nei campi di battaglia. La storia dell’evoluzione del rancio militare è stata raccontata nel libro  “Combat Kitchen: How the Us military Army shape the way you eat” a firma di  Anastacia Marx de Salcedo. Si tratta di un’approfondita rassegna delle innovazioni alimentari che nascono in mimetica e diventa di uso civile. Perché la storia del rancio militare è anche un grande racconto dell’industria dei consumi.

Dalle gavette di ghiaccio al pasto personalizzato.
A far squillare la tromba del rancio, oggi, ci pensano chef e dietologi.  Basti pensare che due terzi delle razioni consumate dall’esercito australiano prevedono pasti vegetariani o conformi ai principali halal e kosher, mentre in Israele è stato appena introdotto il cibo per celiaci. Per i marines americani è pronta una pizza a lunga conservazione (fino a 3 anni) che verrà inserita nei pacchetti del “Meal, ready to eat”. E in Italia, sotto l’egida delle ricette Nato, si punta su dieta mediterranea e tanto hi-tech: barrette energetiche, cappuccino liofilizzati e kit auto-riscaldati.  Il pasto del soldato è di nuovo alle porte di una rivoluzione copernicana. Ai tempi di Napoleone, quando si diceva che l’esercito marcia sullo stomaco, bisognava accontentarsi di gavette riempite alla rinfusa di biscotti, carne secca sotto sale e altri alimenti non deperibili. Insomma il vecchio pasto del “marinaio” è rimasto in tavola immutato per secoli.  Con l’avvento dell’industrializzazione alimentare è cambiato tutto. E l’esercito Usa è stato il  primo a spingere sull’innovazione puntando sul concetto di razioni individuali: facilmente trasportabili, altamente caloriche, capaci di resistere a ogni clima e soprattutto poco ingombranti. Nel corso della storia del secolo scorso sono state elaborati diversi tentativi per migliorare gli approvvigionamenti delle unità mobili.

Dalle razioni di “ferro” della prima guerra mondiale (brodo in polvere, grano tostato e barrette di cioccolato) alle cosiddette di “riserva” (lattine e scatolette contenti manzo salato e biscotti) si arriva alla razione K, la prima vera esperienza di dieta programmata  di pasto individuale da utilizzare per un breve periodo. La razione K prevede lattine oblunghe da tre unità che ospitano un menù fatto di carne, pane e dessert, e si integra con quella di emergenza, la razione D, composta delle famose barrette di cioccolato che i soldati alleati distribuivano entrando nelle città  appena liberate. Dalla guerra in Corea in poi è entrato in servizio il pasto da combattimento individuale dove la tecnologia alimentare (cibi in scatola a lunga conservazione) comincia a entrare prepotentemente nella gavetta. Ma è a partire dagli anni ottanta si afferma il meal, ready to eat, quel menù in sacchetti a base di cibi disidratati che amplia la scelta del soldato cercando  di venire incontro a tutti i gusti e diete alimentari, antesignano di quel  rancio personalizzato che si sta affermando ai nostri giorni.

La dieta mediterranea in prima linea.
Su come gestire gli  approvvigionamenti ci sono voluti più di duecento anni di storia militare.  Le grandi innovazioni sono state raccontate negli scorsi giorni a Palazzo Cusani, a Milano, durante del convegno “L’evoluzione dell’alimentazione dei soldati: dalla prima guerra mondiali alla razione k”. L’incontro, promosso dallo Stato Maggiore dell’Esercito con l’obiettivo di evidenziare l’importanza di un’alimentazione sana ed equilibrata, racconta l’evoluzione della “dieta” dei soldati, dalla I Guerra Mondiale ai giorni nostri. «Gli storici militari hanno scoperto solo recentemente la logistica e l’importanza che essa ha avuto e ha nella guerra – ha spiegato il colonnello Cristiano Maria Dechigi, Capo ufficio storico dello Stato Maggiore dell’Esercito – ma i militari non hanno mai potuto avere il lusso di ignorarlo».  Nel novembre 2014, a Kabul, le razioni di combattimento delle truppe presenti sul campo hanno preso parte a una sfida culinaria, valutata da una commissione composta da clienti europei ed extraeuropei di un ristorante.  La più apprezzata è stata la razione italiana, con un menù  a base di zuppa di pasta e fagioli, tacchino in scatola e una insalata di riso. Secondo e terzo posto per  le razioni francese (a cui non mancava vino in cartone) e  tedesca con salsiccia di fegato e pane di segal
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