[Cuib Femminile] Fedeltà, parola scomoda

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Togliere dall’articolo 143 del Codice Civile il riferimento all’obbligo reciproco di fedeltà tra i coniugi.
“E’ un retaggio di una visione superata e vetusta del matrimonio” così si esprime una senatrice PD, prima firmataria della proposta di un disegno di legge di mezza riga depositato qualche tempo fa a Palazzo Madama.
Va bene, ormai è chiaro. Nessun legame deve più esistere, il nucleo familiare è ormai sconquassato, il rapporto tra uomo e donna e tutto ciò che ne consegue, è ormai  superato. Altro tassello verso quella decomposizione dell’ultimo baluardo di tradizione che si trova nella famiglia.
Ma il punto è anche un altro, parole come fedeltà, coraggio, onore, sacrificio, lealtà oggi più che mai fanno paura. A tutti: uomini e donne. Infatti per seguire tali principi si deve scegliere e la scelta comporta coerenza. Forse per questo si ha paura di fissare dei punti fermi nella propria vita. La famiglia, il matrimonio e la fedeltà tra i coniugi sono anch’essi dei punti fermi. 

(www.fanpage.it) –  di Diego Fusaro. Si tratta di un disegno di legge di una sola riga depositato qualche giorno fa a Palazzo Madama, a prima firma della senatrice del Pd Laura Cantini e sottoscritto anche dai colleghi Alessandra Bencini (Idv), e dai Dem Daniele Borioli, Rosaria Capacchione, Valeria Cardinali, Monica Cirinnà, Camilla Fabbri, Sergio Lo Giudice, Alessandro Maran, Mario Morgoni, Stefania Pezzopane, Francesca Puglisi. Che dire? Come commentare questo, che a tutta prima pareva uno scherzo di cattivo gusto? La nostra è, a tutti gli effetti, l’epoca che mira a disgregare ogni radicamento, ogni fedeltà e ogni solidità: è il tempo della liquidità universale, come sempre ricorda Bauman.

È il tempo dell’uomo effimero, senza radici e senza identità, puro prodotto del mercato e da esso infinitamente manipolabile. L’uomo flessibile, come anche usa dire: senza spessore culturale, senza resistenza critica, senza radicamento identitario. Il nuovo disegno di legge va in questa direzione e non deve stupire. Nell’orizzonte del capitale assoluto vincente, l’infedeltà e la mobilitazione totale regnano incontrastati. Non vi è più l’amore, ma solo il godimento autistico e acefalo di individui che usano l’altro come strumento di piacere.

Se l’amore riconosce altruisticamente l’altro, il godimento oggi dominante lo nega, riducendolo a mero mezzo di piacere, a mera merce da consumare nella pratica neolibertina della “deregulation” erotica. Dal canto suo, l’amore è fedeltà alla scelta. Lo dice bene Kierkegaard: la “vita etica” è quella dove scegli sempre e di nuovo ciò che hai scelto. Sei fedele alla scelta, che si “eticizza” in un progetto di vita stabile e coerente, aperto al futuro e radicato nella scelta passata.

La società dei consumi non accetta stabilità, eticità e fedeltà: deve mobilitare tutto, e tutto deve precarizzare. La fedeltà è, per essa, un nemico giurato. Si sa, il neoliberista individua il nemico nei “lacci e lacciuoli” dello Stato, che mira ad abbattere affinché domini l’economia spoliticizzata, senza limitazione politica. Dal canto suo, il neolibertino – che del neoliberista è la versione sul versante sentimentale – individua il nemico nei vincoli etici familiari, nei lacci e lacciuoli della famiglia e della fedeltà.

La competitività nemica di ogni fedeltà deve regnare sia in ambito economico, sia in ambito erotico. La deregulation deve essere sia economica, sia erotica: l’importante è il profitto, dice il neoliberista; l’importante è godere, asserisce il neolibertino. Il plusvalore ricercato del primo diventa il plusgodimento perseguito dal secondo.

Il comun denominatore del neoliberista e del neolibertino, cifra del fanatismo economico classista oggi imperante, sta nella distruzione dell’idea del limite e della misura, di modo che trionfino su tutto il giro d’orizzonte l’illimitatezza e il folle mito della crescita infinita e autoreferenziale: il plusvalore e il plusgodimento, appunto, ossia il meglio che la società di mercato possa vendere ai suoi miseri atomi reificati. Per questo, oggi – diciamolo apertamente, contro la retorica dominante – il vero rivoluzionario è chi riesce a sottrarsi al mito del nuovo e del sempre-di-più: è, in una parola, chi riesce a essere fedele, anzitutto a se stesso, ai propri valori e alle proprie scelte.