“LUI è tornato”… al cinema!

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Sbarca nelle sale italiane (ma solo per tre giorni!) il film-caso di David Wnendt che ha fatto scalpore in Germania: “Lui è tornato”, tratto dall’omonimo libro di Timur Wermes. 
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Di seguito, proponiamo la recensione del libro “Lui è tornato”, a cura della Redazione di AT.com

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Dalla “banalita’ del male” all’ “idiozia del male”. Si potrebbe tradurre così, in poche ma essenziali parole, il senso del libro di Timur Vermes. Caso letterario e best seller in Germania, il libro è arrivato in Italia senza suscitare troppo clamore, nonostante una costosa pubblicità che non gli è valso il primato delle vendite. Forse perchè nel nostro Paese, quello dei record di vendite dei calendari del Duce, o degli adesivi recanti l’effige della ‘Buon’anima” venduti con disinvoltura all’Autogrill, un libro che parla di Hitler (nel nostro caso, di Mussolini) non è proprio uno scandalo. Anzi. Potremmo quasi dire che il mercato editoriale italiano ne è saturo, come rappresentato anche dalla lunga serie di “Occidente” di Mario Farneti e dalle sue fortunate vendite.

Il romanzo di Vermes non è però nello stile ‘ucronico’, bensì si va a collocare tra il genere ‘distopico’ e quello di riflessione e di denuncia sociale, ma nella forma scanzonata e allegrotta dovuta ad una storia tanto paradossale quanto logica e, appunto, “banale”.

Hitler si risveglia improvvisamente in un prato di Berlino. Il suo ultimo ricordo è un divano, con a fianco Eva Braun, ed una forte emicrania, dovuta evidentemente al suicidio con pistola, di cui pero’ nulla ricorda. Pian piano si rende conto che non si trova nella Germania invasa dai russi del 1945, bensì nella Repubblica Federale del 2013. Prende così il via la sua rapida, ma goffa, opera di reinserimento nella vita ordinaria, con tutte le difficoltà che un simile ‘viaggio nel tempo’  comporta.

L’espediente letterario è semplice: Hitler si trova catapultato nel 2013 non per un misterioso esperimento della scienza nazista, né per il volere di Dio: ci si trova e basta. L’Autore, a questo punto, interpreta perfettamente come e cosa Hitler avrebbe fatto se si fosse improvvisamente trovato di fronte ad una siffatta realtà. Ma, soprattutto – e qui sta il valore di riflessione del libro – analizza come e cosa farebbero i tedeschi di fronte al ritorno di Adolf.

Il risultato è una storia brillante ed ironica in cui Hitler, velocemente, riesce ad integrarsi nel nuovo contesto. Preso per un abilissimo comico, il ‘nuovo’ Hitler – che non fa altro che ‘interpretare’ se stesso per tutto il libro – diventa prima un imitatore di se stesso in tivvù e, poi, un fenomeno ‘virale’: dai social network fino alle magliette, tutti impazziscono per questo strano ‘umorista’ (come lo credono) che imita così bene il Fuhrer e cosa avrebbe detto oggi. Nessuno immagina si tratti del vero Hitler, nonostante quest’ultimo non faccia altro che presentarsi e comportarsi come tale per tutta la durata della storia.

Qui sta forse la riflessione più importante che può spiegare come e perchè questo libro sia diventato un best seller in un Paese così fortemente ossessionato dal senso di colpa e dall’antifascismo come la Germania post-1945. Sulla carta pero’, un libro che presenta un Hitler goffo ma tutto sommato brillante e, soprattutto, in grado di strappare sorrisi e consensi, non dovrebbe far ridere la Germania. Invece lo fa.

E’ un passaggio storico, in un certo senso. Questo libro, infatti, rappresenta bene la nuova fase di demonizzazione del ‘fascismo’. Se un tempo, parafrasando Hanna Arendt, questo era terribile perche’ “banale”, e quindi pericoloso perché funzionale alla vocazione conformista delle masse, oggi la sua (nuova) pericolosità sta nella sua “idiozia” e, perciò, nella stupidità delle masse, rimbecillite da Facebook, dalla televisione a 500 canali e dalla completa ignoranza della storia contemporanea.

Timur-Vermes-Lui-è-tornato-Bompiani-MilanoL’antifascismo passa così – intelligentemente – ad una nuova fase di denuncia che, se non altro, ha dal nostro punto di vista il merito di constatare ferocemente la stupidità del prossimo: elemento, quest’ultimo, di sicuro indiscutibile ma decisamente stonato per chi delle masse così come dell’individuo dovrebbe essere lo strenuo difensore, ovvero gli antifascisti. Tuttavia, l’autore non rileva questa contraddizione, anzi l’esalta, e non per questo l’operazione risulta alla fine meno ‘intelligente’, anzi.

Da un lato, perciò, l’autore si trova ‘costretto’ a riconoscere i ‘meriti’ di Hitler: la sua logica, il fatto che non fosse uno stupido, la sua capacità di aver portare il Nsdap dal nulla al potere, la comprensibilità del senso di potenza evocato dal nazismo, la fede nelle energie rinnovabili e nell’ecologia. Dall’altro, sposta il centro della critica al nazismo che, da sempre, è fondato sull’antisemistismo e sulla denuncia della persecuzione ebraica.

Proprio su quest’ultimo punto abbiamo la seconda importante novità rapresentata dal libro. Evidentemente consci dell’ormai ridotta presa della rievocazione della cosiddetta shoa sulle masse – instupidite da un lato e annoiate da quello che è ormai divenuto un pedante anniversario pseudo-religioso – il libro cita a malapena la questione e, anzi, sembra volerla escludere visibilmente.

Il risultato e’ un libro dai molteplici livelli di lettura. Puo’ infatti essere letto come un romanzetto estivo e gradevole, oppure, come l’alba d’una nuova fase dell’antifascismo culturale e non solo. Quel che e’ certo e’ che, sia lo si legga dal lato delle masse instupidite che dal lato dell’intellighenzia antifascista, ‘Lui’ non e’ tornato. Per il momento.

T. Vermes

Lui è tornato

Bompiani

pp. 443, € 18,50