In Memoriam | Giuseppe Solaro (16 maggio 1914 – 16 maggio 2016)

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05 - Solaro, di fronte, con il ministro Mezzasoma (marzo 1945)
Solaro, di fronte, con il ministro Mezzasoma (marzo 1945)

di Paolo G.

Talvolta capita che una fotografia riesca a trasmettere più di mille parole.

Oggi cercheremo di ricordare, proprio partendo da una fotografia, una figura simbolo del miglior fascismo, uno dei figli più gloriosi e nobili di quella razza dello spirito che nel ventennio si cercò, con fatica, di (ri)destare dalle ceneri di decenni, secoli di decadenza: Giuseppe Solaro.

Lo facciamo nel giorno della sua nascita, il 16 maggio, perché così ci sembra più giusto, piuttosto che rievocarlo nel giorno in cui il suo corpo fu brutalmente ucciso e vilipeso dalla teppaglia partigiana, il 29 aprile 1945.

Prima di soffermarci su quell’immagine, ripercorriamo insieme la storia personale di questo ragazzo, che con la sua onestà, la sua personalità, il suo carisma, l’abnegazione e lo spirito di sacrificio è riuscito ad essere esempio, lasciando una traccia indelebile nei cuori di tutti coloro che ne hanno conosciuto l’umana, sfortunata vicenda.   

Chi fu Giuseppe Solaro

“Noi siamo i veri ribelli! Per gli altri è facile farsi chiamare ribelli, quando i successi degli alleati incoraggiano, nella fase in cui l’iniziativa bellica è dalla loro. È piacevole farsi chiamare ribelli quando si è circondati dalle premure di tanti pavidi che intendono crearsi benemerenze verso ‘il cavallo vincente’; quando si hanno incitamenti e aiuti dai plutocrati che puntano sull’affare ritenuto più sicuro, pur senza trascurare la distribuzione dei rischi; quando pare eroico in senso utilitaristico seguire la corrente e farsene paladini”.

04 - Solaro al suo tavolo di lavoro, come federale di TorinoI veri ribelli siamo noi. Ribelli contro un mondo vecchio di egoisti, di privilegiati, di conservatori, di capitalisti oppressori, di falliti sistemi, di superate ideologie, di dottrine ingannatrici, dei falsi e dei bugiardi. Ribelli insomma contro il mondo dell’ingiustizia. Ribelli in nome di una santa causa, di una società giusta e ordinata, di rispetto del lavoro, di dignità nazionale, di amore alla Patria, al nucleo famigliare, alle onorevoli ed egregie cose intraprese nella vita. Ribelli di fede. Ribelli che non misurano gli ostacoli, che non si soffermano sulle prospettive. È la fede che trasfonde nei nostri cuori la certezza della vittoria, accesa come una fiaccola ardente, anche nel buio della sfortuna. Certezza materiata di armi che vibrano, di cervelli che demoliscono nel genio inventivo la superiorità avversaria, di slancio, di sicurezza baldanzosa ai limiti del possibile, di riprese entusiasmanti, di eroismi travolgenti. Certezza che crea la carta buona, l’ultima carta, quella del trionfo”

(dal discorso pronunciato alla radio e poi riportato sul periodico della Federazione provinciale del PNF La Riscossa, n° 41 del 12 ottobre 1944)

Nel 2014 è stato pubblicato un importante volume che ricostruisce in modo esaustivo la vita e l’attività di Giuseppe Solaro: Giuseppe Solaro. Il fascista che sfidò la Fiat e Wall Street di Fabrizio Vincenti. E sta uscendo proprio in questi giorni, già in anteprima al Salone del libro di Torino, un secondo volume, una sorta di seguito dell’altro, sempre ad opera di Giuseppe Vincenti: Giuseppe Solaro – Fascismo o plutocrazia – gli scritti economici di un fascista di sinistra”, presto disponibile presso Raido.

Giuseppe nacque a Torino il 16 maggio del 1914 da un’umile famiglia, il padre ferroviere, tre fratelli. Appassionato e studioso di tematiche economiche e geopolitiche, arrivò con dedizione e caparbietà alla laurea in Economia e Commercio nel 1940. Da universitario fu dapprima membro e poi responsabile locale del GUF di Torino; nel 1937 fu ufficiale della MVSN e poi volontario nella guerra civile di Spagna. Si formò all’interno della Scuola di Mistica Fascista di Niccolò Giani, e questo fu fondamentale per sua maturazione interiore.

Il grande impegno, l’umiltà, la serietà, la preparazione e la dedizione lo caratterizzarono sempre in ogni attività che svolgeva, in cui profondeva tutto sé stesso, e lo resero ben presto apprezzato e stimato anche tra i vertici del PNF.

Dopo la laurea, nell’ottobre 1940, fu tra i cofondatori del Centro Studi Economici e Sociali. Durante il periodo bellico, oltre a servire al fronte come ufficiale di complemento di artiglieria, continuò ad occuparsi di problematiche economico-sociali, con articoli e saggi pubblicati sia sul quotidiano nazionale La Stampa che sul periodico della Federazione provinciale del PNF, La Riscossa.

giuseppe-solaro-il-fascista-che-sfido-la-fiat-e-wall-streetDopo la nascita della RSI, il 16 settembre 1943 Solaro fu nominato alla guida del Partito Fascista Repubblicano di Torino in una sorta di triumvirato, su indicazione di Alessandro Pavolini. Pochi mesi dopo divenne commissario federale.

Solaro, tra i più convinti teorici e sostenitori del progetto della socializzazione delle imprese (scrisse in materia, nel 1944, l’opera Considerazioni politico-economiche sulla socializzazione dell’economia italiana), dopo l’emanazione delle leggi in materia organizzò, con la consueta serietà e generosità, dei corsi di preparazione sull’economia socializzata per gli operai, curando anche la pubblicazione di opuscoli illustrati che potessero aiutare i lavoratori a comprenderne gli aspetti principali.

Il 2 dicembre 1944, in piena coerenza col nuovo corso, nominò l’operaio Michele Fassio nuovo podestà di Torino.

Sposato con l’amata Tina (Martina Magnani) fin da giovanissimo, dopo la sua nomina a “federale” di Torino si trasferì con la sua sposa e le due figliolette nell’umile ammezzato della Federazione.

Dal 19 luglio 1944 gli fu affidato il comando della I Brigata Nera, fondata a Torino pochi mesi prima ed intitolata al giornalista Ather Capelli, fascista della prima ora, ucciso in un agguato partigiano.

Negli ultimi frenetici giorni prima della capitolazione finale, Solaro, che già più volte aveva impedito rappresaglie da parte tedesca, si spese con tutte le proprie forze per facilitare un passaggio delle consegne senza inutili spargimenti di sangue: in prima persona, con la mediazione di Don Garneri, parroco del Duomo, intavolò delle trattative col CLN, ponendo come condizione che si escludesse qualsiasi riferimento alla sua sorte personale.

Quando, dopo la resa, i vertici della RSI decisero di riparare in Valtellina, Solaro fu tra coloro che sostennero la necessità di opporre un’estrema resistenza ai partigiani fino all’arrivo degli anglo-americani. Al motto “Dobbiamo fare di Torino un’Alcazar, coordinò per qualche tempo centinaia e centinaia di franchi tiratori che resero dura la vita alle squadracce partigiane in città. Tuttavia, dinnanzi alla irrevocabilità delle decisioni prese dai suoi superiori, Giuseppe dovette a malincuore disporre la smobilitazione delle Brigate Nere la mattina del 27 aprile 1945. Ai reparti fu consegnata, a copertura di tutti gli stipendi arretrati, la somma di 17,5 milioni di lire, recuperate la mattina precedente in maniera spregiudicata: essendo chiusa la Banca d’Italia, infatti, il denaro fu prelevato dalla vicina Cassa di Risparmio dove, ottenuto un netto rifiuto da parte del direttore, Solaro ordinò di sfondare il cancello con un mezzo blindato: “L’ho fatto io e ne assumo tutte le responsabilità… non potevo lasciare tutta questa gente alla mercé dell’uragano” commentò.

Giuseppe non si unì alle colonna fasciste in partenza, e restando fedele alla sua decisione di rimanere fino alla fine al suo posto, decise di rimanere in città e, insieme ad altri tre camerati, si rifugiò nel Consorzio Agrario, che era poco lontano da Casa Littoria, l’attuale Palazzo Campana. Sapeva bene, ovviamente, che così facendo si sarebbe esposto, forse irrimediabilmente, alla ferocia partigiana. Sapeva bene che avrebbe potuto lasciare per sempre la moglie e le figlie. Eppure, rimase devoto alla Causa fino alla fine, senza batter ciglio.

Preso prigioniero insieme agli altri camerati, la mattina del 29 aprile Giuseppe subì il consueto “processo-farsa” in stile partigiano. Durante la sceneggiata, che ovviamente si svolse a porte chiuse e di cui non ci sono verbali, a Solaro venne falsamente attribuita la responsabilità dell’impiccagione di quattro partigiani in Corso Vinzaglio, come rappresaglia per l’uccisione di alcune Camicie Nere della Divisione Leonessa. Solaro era completamente innocente, poiché la rappresaglia era stata voluta dai tedeschi; ma, come sempre, ai partigiani serviva una scusa formale per giustificare le loro sporche esecuzioni gratuite. Di conseguenza, Giuseppe venne condannato a subire, a sua volta, l’impiccagione nello stesso luogo in cui erano stati giustiziati i quattro partigiani: Corso Vinzaglio.

Secondo le perfide consuetudini dei partigiani rossi, Solaro fu portato “in processione” su un camion fino al luogo dell’esecuzione: la fotografia che riportiamo lo ritrae proprio durante questo lugubre tragitto.

In Corso Vinzaglio, Giuseppe fu volgarmente impiccato al ramo di un albero: onde rendere ancor più atroce la sua agonia, gli furono lasciate le mani libere. Ma il ramo a cui era stato appeso si spezzò: in altri tempi, sembra che chi si salvasse da un’esecuzione capitale in simili circostanze venisse graziato. Ovviamente questo non poteva essere il caso di Solaro: già in stato di semincoscienza, fu impiccato di nuovo ad un ramo più robusto, e stavolta per lui non ci fu scampo.

Il povero corpo esanime, ancora col cappio al collo e con un mozzicone di sigaretta messo sulle labbra, venne poi legato ad uno dei traversini che sorreggono la copertura di un camioncino, e portato di nuovo in processione per le vie principali di Torino, con tanto di sosta agli incroci per far “ammirare” alla folla il terribile spettacolo. Quindi il corpo di Giuseppe fu gettato nel Po dal ponte Isabella e fu crivellato di colpi di mitra. Ripescato, fu messo in una bara e portato via.

Questa è l’ignobile, insopportabile fine materiale che fu riservata a questo ragazzo serio, umile, intelligente, fedele, coraggioso, che tanto avrebbe ancora potuto dare all’Italia.

Oggi Giuseppe Solaro è sepolto al cimitero monumentale di Torino presso il sacrario dei Caduti della RSI.

Una foto: una vita in un secondo

01 _ Solaro mentre viene condotto al luogo dell'esecuzione

Arriviamo ora alla foto di cui parlavamo, molto nota, che fu scattata durante il tragitto dalla caserma dove Solaro subì il processo-farsa fino al luogo dell’impiccagione, Corso Vinzaglio.

A ben osservare, questa foto è quasi un miracolo. O forse, è proprio un miracolo. Se non si sapesse con certezza che si tratta di un’immagine autentica, verrebbe quasi da pensare a qualcosa di creato appositamente, magari ad uno scatto di scena tratto dal set di un film. No: è un’immagine reale, un frammento catturato e reso eterno, un attimo che descrive una vita, un’idea, un sacrificio estremo. Ed è effettivamente un piccolo, grande miracolo: perché ci mostra, con una plasticità ed una forza iconografica incredibile, uno di quei casi in cui razza del corpo e razza dell’anima sono strettamente collegate, uno di quei casi in cui i tratti somatici sono essi stessi spia, segnale, riflesso esteriore della natura interiore degli uomini.

Quest’immagine ci mostra la grandezza e la compostezza statica di un vir, dinnanzi alla miseria di tanti, piccoli, mediocri (sub)homines che si agitano frenetici ed informi intorno a lui.

03 - Solaro pochi istanti prima dell'esecuzioneUna figura si erge in piedi, snella, slanciata, fra le rovine umane che la circondano; un uomo con la schiena dritta, lo sguardo fiero e sereno, che scruta l’orizzonte mentre il sole lo bacia, quasi potesse già intravedere cosa c’è oltre, quasi stesse già vedendo il luogo dove sarebbe stato presto accolto. La giacca a doppio petto fieramente chiusa per una bottone, i lineamenti scolpiti, il contegno imperturbabile: nessun segno di debolezza, ma una forza sovrumana che prendeva forma sul suo volto e nei suoi occhi, derivante dalla certezza di immolarsi per una causa superiore alla propria vita, per qualcosa che andava oltre le semplici dinamiche terrene. Tutto ciò lo vediamo anche in un altro scatto altrettanto noto, quello che ritrae in primissimo piano il volto di Giuseppe mentre gli viene posto il cappio al collo.

Accanto a Solaro, sul carro, significativamente più bassi di lui, probabilmente perché seduti, due miserabili partigiani i cui lineamenti parlano altrettanto chiaro: goffi, grossolani, impacciati. Uno arriva a malapena all’altezza del petto di Giuseppe e gli tiene la mano, in un gesto strano, per certi versi inverosimile: quasi gli rendesse inconsciamente omaggio, quasi a mostrare la sua inferiorità, la sua pochezza. L’altro, leggermente più alto, lo guarda, forse sorpreso, forse colpito, mostrando ancor di più la propria inconsistenza, in un’imbarazzante penombra.

Anche il vestiario, pur nella drammaticità della situazione, tradisce i due partigiani rispetto a Solaro: la sciatteria contro l’orgoglio di una postura, di un ordine, di una compostezza mantenuti fino alla fine. Una testa scoperta orgogliosamente esposta al sole, contro due teste vuote coperte alla meglio.

Facile immaginare quale inferno si stesse scatenando intorno a lui: sembra di sentirli, gli insulti, le grida scomposte, nevrotiche, incontenibili della folla inferocita: “fascista!”, “bastardo!”, “crepa!”, e chi più ne ha, più ne metta, probabilmente tra sputi e lanci di oggetti. I balconi alle sue spalle stracolmi di gente accorsa per “godersi” lo spettacolino sono più che significativi.

Il corpo di Giuseppe fu volgarmente umiliato: impiccato due volte, poi condotto per le vie della città, quindi gettato in acqua e fucilato. Ci sono delle foto che mostrano il corpo esanime dopo l’impiccagione, ma non meritano di essere viste, perché quello ormai non era più Giuseppe Solaro. Era solo un corpo disanimato, dove spirito ed anima erano fuoriusciti, ognuno seguendo le regole conformi alla propria natura, come ci insegnano i grandi maestri della Tradizione.

I partigiani, nella loro inqualificabile miseria, potevano infierire solo sulla carne, perché quello era il loro unico, ristretto orizzonte. Figli di ideologie malate, demoni assatanati, figli della materia, solo la materia conoscevano, e solo secondo le leggi della materia potevano vivere. Quelle erano le loro ore “trionfali”, le ore della loro indecente “gloria” terrena: si sono divertiti a massacrare corpi, ad infierire su di essi, ad umiliarli come potevano. Stupri, mutilazioni, torture, violenze d’ogni genere. Ma oltre non sarebbero potuti andare, perché quello era il loro unico campo d’azione. Mentre Giuseppe raggiungeva altri “luoghi” in senso metafisico, quindi diciamo altri stati dell’essere, e si rifletteva quindi sul piano della sua esistenza individuale il processo di cristallizzazione e di trasmutazione degli esiti positivi della manifestazione ciclica in germi delle possibilità del ciclo futuro (per citare Guénon), i suoi aguzzini avrebbero ancora riso e goduto sguaiatamente in terra per un altro po’ di tempo. Poi, lasciata anch’essi, finalmente, la spoglia corporea, avrebbero ricevuto il frutto delle loro azioni. Cessato il loro “godimento terreno”, avrebbero conosciuto la sorte loro propria, e cioè, sempre per rifarci al maestro Guénon, la trasposizione sul piano delle loro infime individualità del processo di “precipitazione” sotto forma di caput mortuum, negli strati più bassi dell’infracorporale, nell’indistinzione del caos, dei risultati negativi della manifestazione nel ciclo. L’annichilimento eterno, la caduta come presenze meramente larvali e residuali nell’ “Ade”, nella dimensione infernale, nel cd. “mondo delle scorze”.

Con queste parole, che non hanno bisogno di commenti, rese nello stile asciutto e tagliente che lo caratterizzava, Giuseppe Solaro descrisse i partigiani:

“In realtà non ribelli sono quegli sciagurati nostrani che convinti del possesso di una buona carta di credito scontabile a breve scadenza, allargano le ferite della Patria martoriata. Questi partigiani guidati dagli inglesi e slavi, sono in gran parte volgarissimi banditi e grassatori, per i quali è una bazza la maschera di un ribellismo politico sul vero volto della rapina e della delinquenza comune e sono nel resto disorientati senza un preciso obbiettivo, tanto che i dissidi tra le varie correnti sono numerosi e insanabili”.

Quella data di nascita

Alcuni mesi fa, pensando di onorare il ricordo di Giuseppe Solaro, cominciai a cercare su Internet notizie circa il suo giorno di nascita. Ma non riuscivo a trovarlo: veniva reso noto solo l’anno, il 1914, ma non il giorno esatto.

Mi venne in mente allora il libro di Giuseppe Vincenti che ho citato all’inizio dell’articolo, e pensai che lì avrei potuto trovare delle informazioni al riguardo.

Un giorno, mentre mi trovavo presso la libreria Raido, mi ricordai improvvisamente del fatto che ero alla ricerca della data di nascita di Giuseppe. Mi trovavo proprio vicino allo scaffale in cui avevo visto già altre volte il libro di Vincenti, mi voltai e lo trovai immediatamente, sulla mensola all’altezza della mia testa, con la copertina rivolta verso di me. Lo presi subito e lo aprii verso la parte finale, pensando istintivamente, anche se non so perché, che forse avrei trovato proprio in quel punto ciò che mi occorreva. Sfogliai solo un paio di pagine, abbassai lo sguardo su alcune righe, e trovai scritte più o meno queste parole: “Quando fu ucciso, non aveva ancora 31 anni. Li avrebbe compiuti il 16 maggio seguente”. Rimasi scosso qualche istante, poi richiusi il libro e lo rimisi a posto.

Ora potevo scrivere l’articolo.

Onore eterno a Giuseppe Solaro: un Uomo, un Eroe.

“Cara Tina, prima di morire ti esprimo tutto il mio amore e la mia devozione. Sono stato onesto tutta la vita e onesto muoio per un’idea. Che essa aiuti l’Italia sulla via della redenzione e della ricostruzione. Ricordami ed amami, come io ho sempre amato l’Italia.

Cara Tina, Viva l’Italia libera! Viva il Duce!”

Tuo Peppino

(biglietto lasciato a Don Giuseppe Garniere, dopo la confessione e prima dell’esecuzione)