Mircea Eliade| Sonno e morte

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I segni dei tempi, per chi riesce a leggerli, consigliano di “affrettarsi” e non indugiare in inutili sprechi e dispersioni di risorse ed energie. Quanto appreso indirettamente e in maniera mediata (letture, conversazioni, incontri), necessita più che mai di essere tradotto in atti concreti e in conquiste interiori definitive. Solo radicandosi saldamente nello Spirito, sarà possibile resistere alle tempeste che si annunciano imminenti e catastrofiche.
Ma anche quando questo mondo dovesse durare ancora mille anni, comunque non altrettanto lunga sarà la durata della nostra esistenza terrena (cui è stato dato da mangiare il cibo dell’oblio, cancellando in noi ogni ricordo della natura regale), e l’obbligo del risveglio incombe più che mai. Pensiamo che un utile contributo per rinnovare il ricordo della propria “missione” possa essere offerto da questo testo di Mircea Eliade, estratto da un suo vecchio testo (Mito e realtà, Borla, Torino, 1993), dal quale abbiamo eliminato le note, dal carattere esclusivamente bibliografico e poco utili all’economia della presente pubblicazione.

di Mircea Eliade

(www.helidromos.it) – Nella mitologia greca Sonno e Morte, Hypnos e Thanatos, sono due fratelli gemelli. Ricordiamo che anche per gli Ebrei, almeno a partire dai tempi successivi all’esilio, la morte era paragonabile al sonno. Sonno nella tomba (Giobbe, 3, 13-15; 3, 17), nello Sheol (Ecclesiastico, 9, 3; 9, 10) oppure nei due luoghi contemporaneamente (Salmi, 88, 87). I cristiani hanno accettato ed elaborato l’omologia morte-sonno: in pace bene dormit, dormit in somno pacis, in pace somni, in pace Domini dormias, figurano fra le formule più popolari delle epigrafi funerarie.

Thanatos come un giovane alato armato di spada. Scultura sul timpano di una colonna del Tempio di Artemide a Efeso, circa 325–300 a.C.
Thanatos rappresentato come un giovane alato armato di spada. Scultura sul timpano di una colonna del Tempio di Artemide a Efeso, 325–300 a.C c.a.

Dal fatto che Hypnos è il fratello di Thanatos, si comprende perché in Grecia come in India e nello gnosticismo l’azione di «risvegliare» aveva un significato «soteriologico» (nel senso lato del termine). Socrate sveglia i suoi interlocutori, talvolta contro il loro desiderio. «Come sei violento, Socrate!», esclama Calliele (Gorgia, 508 d). Ma Socrate è perfettamente cosciente che la sua missione di risvegliare la gente è di ordine divino. Non cessa di ricordare che è «al servizio» di Dio (Apologia, 23 c; cfr. anche 30 e; 31 a; 33 c). «Il mio simile, Ateniesi, non lo troverete facilmente e, se mi darete ascolto, non mi farete alcun male. Ma forse, spazientiti, come persone assonnate che vengono svegliate a forza, potreste dare assalto ad Anyto e, menando giù un colpo, mi potreste anche uccidere. E allora continuerete a vivere addormentati per quel po’ di vita che vi rimane, a meno che Dio, impietosito per voi, non vi mandi qualcun altro» (Apologia, 30 e).

Riprendiamo questa idea che Dio, per amore verso gli uomini, invia loro un Maestro per «risvegliarli» dal sonno, che è insieme ignoranza, oblio e «morte». Si ritrova questo motivo nello gnosticismo ma considerevolmente elaborato e reinterpretato. Il mito gnostico centrale, come ce lo presenta l’Inno della Perla, conservato negli Atti di Tommaso, si articola attorno al tema dell’amnesia e dell’anámnèsis. Un Principe giunge dall’Oriente per cercare in Egitto «la perla unica che si trova in mezzo al mare circondata dal serpente dal sibilo sonoro». In Egitto è catturato dagli uomini del paese. Gli viene dato da mangiare il loro cibo e il Principe dimentica la sua identità. «Dimenticai di essere figlio di re e servii il loro re, e dimenticai la perla per cui i miei genitori mi avevano mandato e per il peso del loro nutrimento caddi in un sonno profondo». Ma i genitori vennero a sapere ciò che gli era capitato e gli scrissero una lettera. «Da tuo padre, il re dei re, e da tua madre, sovrana dell’Oriente, e da tuo fratello, nostro secondogenito, a te, nostro figlio, salute! Risvegliati e sollevati dal tuo sonno, e ascolta le parole della nostra lettera. Ricordati che sei figlio di re. Guarda in quale schiavitù sei caduto. Ricordati della perla per cui sei stato inviato in Egitto». La lettera volò come un’aquila, discese su di lui e divenne parola. «Alla sua voce e al suo mormorio mi svegliai e uscii dal mio sonno. La raccolsi, la baciai e infransi il suo sigillo, la lessi e le parole della lettera concordavano con ciò che era scolpito nel mio cuore. Mi ricordai che ero figlio di genitori regali e la mia nascita eccellente affermò la sua natura. Mi ricordai della perla per cui ero stato inviato in Egitto e mi misi ad incantare il serpente dai sibili sonori. L’addormentai incantandolo, poi pronunciai su di lui il nome di mio padre e presi con me la perla e mi misi in cammino per raggiungere la casa di mio padre».

L’Inno della Perla ha un seguito (la «veste luminosa» che il Principe aveva lasciato prima della sua partenza e che ritrova ritornando), che non interessa direttamente il nostro proposito. Aggiungiamo che i temi dell’esilio, la prigionia in un paese straniero, il messaggero che sveglia il prigioniero e lo invita a mettersi in cammino, si ritrovano in un opuscolo di Suhrawardî, Racconto dell’esilio occidentale. Qualsiasi sia l’origine del mito, probabilmente iranica, il merito dell’Inno della Perla consiste nel fatto che presenta sotto una forma drammatica alcuni dei motivi gnostici più popolari. Analizzando, in un recente libro, i simboli e le immagini specificamente gnostici, Hans Jonas ha insistito sull’importanza dei motivi di «caduta, cattura, abbandono, nostalgia, intorpidimento, sonno, ebbrezza». Non è il caso ora di riprendere questo considerevole elenco. Citiamo però alcuni esempi particolarmente suggestivi.

Volgendosi verso la materia «e bruciando dal desiderio di fare la conoscenza del corpo», l’anima dimentica la sua identità. «Essa dimenticò il suo soggiorno d’origine, il suo vero centro, il suo essere eterno». In questi termini El Châtîbî presenta la credenza centrale degli Harraniti. Secondo gli Gnostici gli uomini non solamente dormono, ma amano dormire. «Perché amerete sempre il sonno e inciamperete con quelli che inciampano?», interroga il Gînza. «Chi intende, si svegli dal pesante sonno», è scritto nell’Apocrifo di Giovanni. Lo stesso motivo si ritrova nella cosmogonia manichea, come ce la conserva Teodoro bar Konai: «Gesù il Luminoso discese verso l’innocente Adamo e lo svegliò da un sonno di morte perché fosse liberato». L’ignoranza e il sonno sono anche espressi in termini di «ebbrezza». Il Vangelo di Verità paragona colui «che possiede la Gnosi» a «una persona che, dopo essersi ubriacata, ridiventa sobria e, ritornata in sé, afferma di nuovo ciò che è essenzialmente suo». E il Gînza racconta come Adamo «si svegliò dal suo sonno e levò gli occhi verso il luogo di luce».

mito-e-realtà-eliadeGiustamente Jonas osserva che, da una parte, l’esistenza terrestre è definita come «abbandono», «timore», «nostalgia», e, dall’altra, è descritta come «sonno», «ebbrezza» e «oblio»: «cioè, ha rivestito (se escludiamo l’ebbrezza) tutti i caratteri che in una epoca più antica si attribuivano alla condizione dei defunti nel mondo sotterraneo». Il «messaggero», che «sveglia» l’uomo dal sonno, gli apporta insieme la «vita» e la «salvezza». «Io sono la voce che sveglia dal sonno nell’Eone della notte», così inizia un frammento gnostico conservato da Ippolito (Refut, V, 14, 1).

Il «risveglio» implica l’anámnèsis, la ricognizione della vera identità dell’anima, cioè la ri-cognizione della sua origine celeste. Solamente dopo averlo risvegliato, il «messaggero» rivela all’uomo la promessa della redenzione e infine gli insegna come deve comportarsi nel Mondo. «Scuoti l’ebbrezza in cui ti sei addormentato, risvegliati e contemplami!», è scritto in un testo manicheo di Torfan. E in un altro: «Risvegliati, anima di splendore, dal sonno dell’ebbrezza in cui sei caduta…, seguimi nel luogo eccelso dove dimoravi all’inizio».

Un testo mandeo narra come il Messaggero celeste ha svegliato Adamo e prosegue in questi termini: «Sono venuto per istruirti, Adamo, e liberarti da questo mondo. Porgi l’orecchio, ascolta, e istruisciti ed elevati vittorioso al luogo della luce». L’istruzione comprende anche l’ingiunzione di non lasciarsi più vincere dal sonno. «Non sonnecchiare e non dormire più, non dimenticare ciò di cui il Signore ti ha incaricato».

Certamente, queste formule non sono un’esclusiva degli Gnostici. L’Epistola agli Efesini (5, 14) contiene questa citazione anonima: «Svegliati, tu che dormi, levati di mezzo ai morti, e su di te splenderà il Cristo». Il motivo del sonno e del risveglio si ritrova nella letteratura ermetica. Si legge nel Poimandres: «O voi, nati dalla terra, che vi siete abbandonati all’ebbrezza e al sonno e all’ignoranza di Dio, ritornate alla sobrietà! Rinunciate alla vostra ebbrezza, all’incanto del vostro sonno irragionevole!».

gilgamesh-condotto-al-centro-della-terraRicordiamo che la vittoria riportata sul sonno e la veglia prolungata costituiscono una prova iniziatica abbastanza caratteristica. Si ritrovano già negli stadi arcaici di cultura. Presso alcune tribù australiane i novizi, che stanno per essere iniziati, non devono dormire per tre giorni, oppure hanno la proibizione di coricarsi prima dell’alba. Partito alla ricerca della immortalità, l’eroe mesopotamico Gilgamesh arriva all’isola dell’Antenato mitico Ut-napishtim. Là deve vegliare per sei giorni e sei notti, ma non riesce a superare questa prova iniziatica e fallisce nel suo intento di acquistare l’immortalità. In un mito nordamericano del tipo Orfeo ed Euridice, un uomo che ha appena perso sua moglie riesce a discendere nell’Ade e a ritrovarla. Il Signore dell’Ade gli promette che potrà ricondurre sulla terra sua moglie se è in grado di vegliare tutta la notte. Ma l’uomo si addormenta proprio prima dell’alba. Il Signore dell’Ade gli dà una nuova possibilità e, per non essere stanco nella notte seguente, l’uomo dorme di giorno. Cionondimeno, non riesce a vegliare fino all’alba, ed è costretto a ritornare solo sulla terra.

Si vede quindi che non dormire significa non solamente trionfare sulla fatica fisica, ma soprattutto dare prova di forza spirituale: restare «sveglio», essere pienamente cosciente, essere presente al mondo dello spirito. Gesù non smetteva di ingiungere ai suoi discepoli di vegliare (cfr., per esempio, Matteo, 24, 42). E la Notte del Getsemani è resa particolarmente tragica dall’incapacità dei discepoli di vegliare con Gesù. «La mia anima è triste fino alla morte, fermatevi qui e vegliate con me» (Matteo, 26, 40). «Vegliate e pregate», raccomandò loro di nuovo. Ma invano; ritornando, «li trovò di nuovo addormentati; perché i loro occhi erano pesanti» (26, 41-43); cfr. Marco, 14, 34 ss.; Luca, 22, 46).

Anche questa volta, la «veglia iniziatica» si è dimostrata al di sopra delle forze umane.