Pif scopre l’acqua calda: la mafia aiutò gli Usa ad invadere l’Italia nel 43

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Pif
Grazie Pif. E quando ci delizierai con un film che ci “svelerà” che le stragi del 1969-1980 (ed oltre) hanno il marchio dello Stato italiano? In un Paese di buffoni come l’Italia, infatti, la verità è tale solo se la racconta un comico…

www.repubblica.it – «L’acqua lo bagna e il vento lo asciuga», dicevano i professori alla mamma di Pierfrancesco Diliberto. Nell’oggi di Pif non c’è più traccia di quella pigrizia antica, la sua carriera è un accumulo di progetti e impegni su fronti multimediali. Il secondo film da regista, la serie da La mafia uccide solo d’estate, I provinciali su Radio 2, una striscia quotidiana annunciata per RaiTre. «Mi piace lavorare. Non faccio nulla per soldi», spiega. E ciò che gli piace più di tutto è il cinema. «Nella vita volevo fare il regista, il resto è venuto per caso. Il cinema è un salto nel buio: anche il grandissimo può toppare. Facevo l’assistente di Zeffirelli sul set di Il tè con Mussolini e ricordo la
sua paura dell’insuccesso».

Con La mafia uccide solo d’estate è andata bene.
«Ho ricevuto complimenti dai Fratelli Taviani, da Francesco Rosi. Mi ha fatto superare i preconcetti che si hanno verso chi arriva dalla tv e ottenere la fiducia di procuratori che stimavo».

In guerra per amore, in sala il 27 ottobre per Wildside e Raicinema, è un nuovo capitolo della sua “storia di un siciliano”.
«È un prequel. Il primo film era sull’evoluzione della mafia dopo la mattanza di Riina, quando raggiunge l’apice e nel ’92 perde tutto. Stavolta racconto come si è arrivati a questo con lo sbarco degli alleati in Sicilia. Un capitolo di storia dimenticato. Eppure le conseguenze di quelle scelte degli Usa, giustificate dalla situazione, le abbiamo pagate noi».

Si riferisce ai rapporti con la mafia?
«È ovviamente sbagliata la vulgata che Roosevelt e Churchill chiesero il permesso alla mafia. Ma sfruttarono le loro conoscenze per lo sbarco e, dopo, per il controllo del territorio. La maggioranza delle cariche furono assunte da boss. La mafia si sostituì allo Stato. Non è ideologica, ma in quel momento entra in un equilibrio mondiale, grazie a un ruolo anticomunista che la proteggerà per decenni. Mentre noi guardavamo Drive in e le tette di Tinì Cansino, ancora l’America pensava che da noi era possibile un Golpe comunista. Quell’equilibrio sarebbe caduto solo con il muro di Berlino, che ha avuto conseguenze anche in Sicilia».

La chiave di racconto è anche stavolta accostare elementi storici e commedia?
«Sì. Si riderà, spero. Interpreto un italoamericano che s’innamora di Miriam Leone, ma lo zio ristoratore newyorchese l’ha promessa a un boss locale. L’unico modo per cambiare le cose è andare dal potente padre di lei, nella Sicilia della seconda Guerra mondiale. E così mi arruolo con uno stratagemma e arrivo con lo sbarco degli americani. Inizia il mio viaggio verso una presa di consapevolezza».

Come si è preparato?
« Sul fronte cinematografico ho rivisto Salvate il soldato Ryan. Per fortuna non mi sono dovuto confrontare con Spielberg perché, a parte Gela, lo sbarco in Sicilia non fu così sanguinoso. E poi il mio è uno sguardo politico. Sullo sbarco ci sono Rosolino Paternò, soldato di Nanny Loy e un filmaccio americano con “partigiane” siciliane con le tettone. In Patton, generale d’acciaio, scritto da Coppola, se ne fa giusto cenno. Sul fronte storico ho letto libri di professori siciliani, pieni di testimonianze. Nel film la fedeltà storica è assoluta».

Un rigore che appartiene anche alla serie tratta da La mafia uccide solo d’estate?
«Sì. La serie (sei puntate in autunno su RaiUno, dirette da Luca Ribuoli, ndr) racconta un arco temporale che parte dalla fine degli anni Settanta. Ero preoccupato di affidare il mio bambino a un altro regista, io ho scritto il soggetto e presto la voce fuori campo, ma lo spirito del film è rimasto. Da quindici anni la tv generalista si dà per morta, si parla tanto di Netflix ma Don Matteo fa il trenta per cento».