‘Ndrangheta dietro al sequestro Moro?

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Indagini, processi, inchieste, depistaggi e menzogne. Dopo quasi quarant’anni il rapimento di Aldo Moro resta ancora un mistero. La commissione parlamentare d’inchiesta istituita per indagare sul caso, sta rilevando importanti elementi, diversi da quelli emersi fino ad oggi nella versione ufficiale, su cosa accadde quella mattina del marzo del’78 in Via Mario Fani. Dopo il coinvolgimento della Banda della Magliana, dei Servizi tedeschi e di Tullio Olivetti, misterioso proprietario del bar che avrebbe ospitato le BR nei minuti precedenti l’agguato e coinvolto in traffici d’armi, ora spunta fuori l’esponente della ‘ndrangheta Antonio Nirta, anche lui presente quella mattina.
Tutti i nodi stanno venendo al pettine… ma ci sarà davvero la volontà di arrivare alla (scomoda) verità?

(www.repubblica.it) – “Grazie alla collaborazione del Ris, possiamo affermare con ragionevole certezza che il 16 marzo del 1978 in via Fani c’era anche l’esponente della ‘ndrangheta Antonio Nirta, nato a San Luca, in provincia di Reggio Calabria, l’8 luglio del ’46”. È quanto rende noto il presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Moro, Giuseppe Fioroni.

Il processo ‘Moro quater‘. Nipote del capo clan suo omonimo, morto a 96 anni nel 2015, di Antonio Nirta – che nel 1978 aveva 32 anni – parlò per la prima volta al pm Nobili il pentito della ‘ndrangheta Saverio Morabito, collaboratore altamente attendibile e secondo il quale Nirta, detto ‘l’esaurito‘ o ‘due nasi’ per la sua confidenza con la doppietta, sarebbe stato confidente del generale dei carabinieri Francesco Delfino e uno degli esecutori materiali del sequestro di Aldo Moro. Le prime dichiarazioni del Morabito sono datate 1992 e la procura di Roma non le riceve che dopo un anno. Proprio sulle sue rivelazioni si celebrò il processo ‘Moro quater’, i brigatisti, che fino ad allora non avevano mai parlato nei precedenti processi, presero la parola per la prima volta in udienza per smentire i rapporti tra loro e le ‘ndrine. A raccontare alla stessa commissione parlamentare d’inchiesta dei rapporti tra brigate rosse e clan calabresi era stato nei mesi scorsi anche il boss della camorra Raffaele Cutolo. Ora, però, l’argomento ritorna di nuovo di attualità.

Fioroni aggiunge che “il comandante Luigi Ripani, che ringrazio per la collaborazione, ha inviato in questi giorni l’esito degli accertamenti svolti su una foto di quel giorno, ritrovata nell’archivio del quotidiano romano il Messaggero lo scorso gennaio – spuntata da un altro procedimento penale: quello sull’omicidio del giornalista Mino Pecorelli avvenuto il 20 marzo 1979 -, nella quale compariva, sul muretto di via Fani, una persona molto somigliante al boss Nirta. Comparando quella foto con una del boss – aggiunge – gli esperti sostengono che la statura, la comparazione dei piani dei volti e le caratteristiche singole del volto mostrano una analogia sufficiente per far dire, in termini tecnici, che c’è ‘assenza di elementi di netta dissomiglianza’”.

Fioroni afferma che “è in corso una analoga perizia sul volto di un altro personaggio legato alla malavita e che comparve tra le foto segnaletiche dei possibili terroristi il giorno dopo il 16 marzo: si tratta di Antonio De Vuono, killer spietato, morto nel 1993 in un carcere italiano”.

“Le informazioni che abbiamo fin qui acquisito – conclude – ci consentono di dire che la relazione di fine anno sulla nostra attività sarà di grande interesse per tutti coloro che chiedono di conoscere la verità sul delitto di via Fani”.