L’ultimo oltraggio a Roma

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a cura della redazione di AT

Dopo l’approvazione della Legge Cirinnà, era solo questione di tempo. E così, anche in Campidoglio, lo scorso 17 settembre, è stato celebrato il primo matrimonio omosessuale ufficiale della storia di Roma. Matrimonio, perché di questo si tratta: dietro la formula “unione civile”, infatti, si nasconde un istituto giuridicamente modellato in tutto e per tutto sulla disciplina civilistica del matrimonio.  E così, la Città che per secoli fu faro della civiltà occidentale, la città dei Re, degli Imperatori e dei Papi (quello odierno è solo un vescovo fra i vescovi, l’ha detto lui stesso), oggi subisce, nel silenzio e nell’indifferenza (anzi, per lo più nella gioia di molti) e soprattutto nell’incapacità di capire, l’ennesimo sacrilegio. E ciò avviene proprio in un luogo dall’alta valenza simbolica, su quello che era anticamente l’Asylum, l’avvallamento che divideva Arx e Capitolium.  

Già Piazza San Pietro aveva subito un gravissimo sacrilegio ad opera delle diaboliche Femen, a ridosso del Natale 2014, cui non si contrappose alcun rito riparatore. Ora tocca al Monte Capitolino.

Vestigia, luoghi sacri, simboli della Roma Sacra dapprima della Tradizione indoeuropea e poi della Tradizione Cattolica sono stati oltraggiati e violati ripetutamente nel corso degli ultimi secoli, e fatti come quelli summenzionati rientrano a pieno titolo in questa dinamica sovvertitrice. Chi abbia anche una minima infarinatura relativamente alle dottrine tradizionali, sa bene che simili sacrilegi generano importanti effetti su un piano sottile; effetti apparentemente invisibili, ma che operano su un piano psichico collettivo e sulla stessa morfologia sacra dei luoghi. Dunque, non vi viene in mente perché il processo di declino di Roma, sia a livello politico-sociale che a livello religioso, iniziato da lungo tempo ed in relazione a fatti ed eventi ben precisi, continua oggi incessante, a tutti i livelli? Ciò accade anche perché tale processo viene alimentato continuamente, su un piano sottile, da eventi come questi, cui nessuno può oggi contrapporre ritualità religiose di segno contrario.

Viene alla mente un celebre episodio della storia di Roma, molto significativo, tramandato tra gli altri dalla Legenda Aurea di Jacopo De Fazio da Varazze, frate domenicano, arcivescovo di Genova e agiografo (XIII secolo). Si tratta della famosa processione di tre giorni che fu indetta da Papa Gregorio I Magno (590-604) alla fine dell’agosto dell’anno 590, per invocare la misericordia divina nei confronti della città, devastata dalla carestia, dalla peste, dall’anarchia, ed ulteriormente colpita da una rovinosa inondazione del Tevere. Vi partecipò tutta la popolazione romana, decimata e stremata, intonando inni e canti e chiedendo la salvezza di quella che era stata la Capitale del Mondo, e che era ridotta ad un sobborgo infernale.

La sera del 29 agosto 590, giunti all’altezza delle rovine del Mausoleo di Adriano, i Romani in processione videro la sagoma luminosa dell’Arcangelo Michele stagliata contro il cielo, nell’atto di riporre nel fodero la sua spada fiammeggiante. Quella sera stessa la pestilenza cessò. Il Mausoleo divenne com’è noto Castel Sant’Angelo, sulla cui sommità fu posta la statua del Principe delle Milizie celesti raffigurato proprio nell’atto di riporre la spada.

Oggi servirebbe qualcosa del genere per salvare Roma, ma è superfluo dire che manca ogni presupposto perché ciò possa avvenire. Su tutti i piani: civile, antropologico, religioso, politico.

Mala tempora currunt, come direbbe Cicerone … ma non dimentichiamoci che il regno delle forze demoniche, dominatrici di quest’epoca, proprio perché limitato alla sola sfera psichica, nulla potrà contro le forze dello spirito. Questo falso regno si scioglierà come neve al sole, quando proprio il sole vittorioso ed invitto tornerà a sorgere. Nel frattempo, occorre tenersi sempre in piedi, coraggiosamente e soprattutto degnamente, tra le rovine. Duri e puri, coltivando la propria interiorità, con intransigente determinazione, aiutandosi gli uni gli altri.

Nell’ora della disfatta di un mondo, c’è bisogno di anime rudi ed elevate come rocce contro cui s’infrangeranno invano le onde scatenate” (Leon Dégrelle, Militia)