In memoriam | Primo Carnera

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primo carnera25/10/1906 – 25/10/2016

CARNERA, BUONO COME IL PANE DI GIUSEPPE 

di Emilio Del Bel Belluz

Sono passati cinquant’anni, dal 28 ottobre 1966, data in cui Giuseppe iniziò il suo lavoro di fornaio e sono trascorsi alcuni  mesi dalla sua scomparsa. Mi sono chiesto perché il destino sia a volte così crudele che ha privato la sua famiglia di una persona molto cara. Sono figlio di un oste di campagna che aveva la propria attività a Villanova di Motta, vicino alla chiesa, in una vecchia casa mutilata dalla guerra. Gli austriaci in ritirata l’avevano colpita, e il crollo aveva provocato dei feriti.  In quella bottega aveva lavorato prima mio nonno, e poi mia madre e mio padre. L’osteria aveva accanto anche il negozio di generi alimentari. Ora queste attività sono scomparse, come purtroppo stanno scomparendo i negozi di un tempo.

Questo non lo considero un progresso, perché viene meno quella umanità che regnava in questi piccoli esercizi commerciali. In quegli anni, e si parla di cinquant’anni fa, conobbi il signor Giuseppe. Veniva da  Motta di Livenza a Villanova per portare il pane da vendere alla gente del paese. Io sono cresciuto respirando la scia del profumo di pane caldo che arrivava da Giuseppe. Era per me il momento più bello della giornata, l’arrivo del pane portava serenità e la voglia di mangiarlo perché era ancora caldo e fragrante.  I clienti dell’osteria, le donne del paese lo attendevano. Da sempre ho considerato il pane un qualcosa di sacro. 

Il pane non va mai buttato. Ricordo d’aver letto che S. Leopoldo Mandic, un Santo che amo molto,  tutte le sere beveva una scodella di caffè latte, inzuppandovi del pane e le briciole che gli avanzavano le raccoglieva per darle agli uccellini. Anche loro conoscevano il piacere del pane, ma la parola d’ordine che ho avuto nella mia vita è sempre stata quella di non sprecarlo.  Il pane che portava il fornaio di Motta, Giuseppe, era anche molto apprezzato da mio padre, che con la mollica puliva il piatto, non lasciandone neanche una briciola in tavola. Ogni volta che parlava del pane si commuoveva, in prigionia aveva sofferto la fame.

Sono passati davvero molti anni, ma ricordo una mattina che mio padre raccontò al signor Giuseppe, di quando prigioniero in Prussia, vinto dalla disperazione e dalla fame, sacrificò il suo orologio che rappresentava un ricordo del padre defunto per acquistare 14 filoni di pane nero. Una donna tedesca comprò il suo orologio, poi mio padre divise questi quattordici filoni con un suo compagno di prigionia. Rimasto con sette pagnotte,  volle donarne la metà ad un suo compagno ammalato, e rimase con tre filoni e mezzo. Raccomandò al suo compagno di non dir parola all’altro militare a cui aveva dato sette filoni, altrimenti lo avrebbe sgridato. Questo racconto l’avevo ascoltato anch’io molto bene, era una giornata d’inverno e mio padre sentiva che i ricordi della guerra gli stavano tornando puntuali. Giuseppe lo ascoltò, credo, con commozione.

La vita di cinquant’anni fa era molto dura, ma gli uomini credevano a dei valori che ora sono scomparsi. Un caro professore, che da qualche anno ha superato i cento anni, mi raccontava della tanta fame patita in guerra, specialmente nel periodo della prigionia. Il pane che i tedeschi distribuivano ai soldati, era sempre poco. Quando arrivava il momento della ripartizione, assieme al misero rancio, veniva diviso in modo millimetrico tra le persone presenti nella baracca. Il professore aveva un suo compagno di prigionia con il quale divideva tutti i pacchi che le loro famiglie li mandavano. Un giorno, con il suo amico, divise in tanti pezzi una pagnotta che gli era stata distribuita. La divise in modo millimetrico come sempre, ma alla fine sul tavolo posto nella baracca, era rimasta una briciola di pane nero che era indivisibile, i due compagni si guardarono negli occhi, cercando una soluzione per dividere quel frammento di pane. La fame è una brutta compagnia, ma l’avevano sempre affrontata con forza.  Nel momento in cui dovevano decidere a chi spettava quella briciola, entrò dalla finestra un uccellino che la raccolse e se ne andò felice.

Sono storie che vanno raccontate, anche se sono passati molti anni, perché ci fanno comprendere il miracolo del pane. In quella stessa baracca si trovava anche il grande scrittore Giovannino Guareschi, l’autore dei tanti libri su Don Camillo e Peppone, che hanno fatto la storia del Paese. L’amato professore mi raccontava che il pane era nero e fatto come si poteva in tempo di guerra, e nel mangiarlo lo metteva in bocca e lo teneva per lungo tempo, assaporandolo delicatamente. Per mio padre mangiare il pane era sempre una festa, un momento in cui il cuore si rallegrava.  Nelle sere d’inverno lo si metteva a scaldare nel forno della stufa e in quel modo il pane profumava tutta la casa, e il  mangiare del pane caldo non si dimenticava facilmente. Sempre mio padre mi raccontava che nella vita bisognava essere buoni come Carnera, per lui Carnera era come un pezzo di pane, buono e leale.

Il 25 ottobre del 1906,  nasceva a Sequals il grande campione  che diede luce all’Italia nel mondo. In questi giorni mi sono messo d’accordo con il figlio di Giuseppe, che assieme alla sua famiglia ha continuato l’attività del padre, e ha un negozio con il forno a Motta, di fare un omaggio al buon Primo Carnera. Il 25 ottobre farà una pagnotta gigantesca del peso del buon Primo quando venne al mondo. Il campione pesava alla nascita circa otto chili. Onoreremo Primo Carnera e l’anniversario d’inizio dell’attività del padre Giuseppe. 

Non a caso il campione Primo Carnera, nel 1936, venne a Motta di Livenza a combattere contro l’olimpionico Martini. Ricordo che trovai scritto di questo avvenimento in un libro. La cittadina di Motta ha onorato il campione con una bella canzone scritta da Goran kuzminac, alcuni anni fa. Una sera, a cena, in un’ osteria lungo il fiume raccontai a Goran che avevo conosciuto il giostraio che mi aveva narrato d’aver comprato un’auto da Carnera e che si era impegnato di pagargliela alcuni mesi dopo. Questo giostraio non pagò mai la macchina al campione e non si fece più vedere al paese durante l’ annuale sagra. Cambiò giro con la sua piccola giostra per bambini. Un giorno, però, il destino gli fece incontrare Primo Carnera, proprio in un’ osteria lungo il fiume Livenza. Il giostraio alla vista di Carnera si spaventò, temeva di prendere delle botte, ma Carnera comprese che non aveva un soldo in tasca e volle, almeno, che l’uomo gli pagasse da bere, ma il giostraio non aveva che le tasche vuote. Allora Primo, che era buono come il pane, gli offerse da bere. Questa storia mi fu raccontata da quel giostraio che veniva ogni anno a Villanova di Motta, dopo aver visto la foto di Carnera che era appesa nell’osteria. Goran Kuzminac ne ha voluto fare una canzone. In questo racconto si può evincere che Primo era davvero buono come il pane. Si racconta che quando era piccolo, la madre lo mandasse a comprare il pane dal fornaio del paese, ma il pane non arrivava mai a casa perché lungo la strada Carnera lo mangiava, era dotato di una fame incolmabile.

Primo non si è mai privato del pane, come ha amato la polenta che faceva spesso quando era lontano dalla sua patria, in America, e ciò gli dava per un attimo l’impressione di essere ancora al paese. Quanti nostri connazionali hanno sofferto la fame, e il pane rappresentava un momento d’unione con la famiglia lontana. Un tempo, le donne facevano il pane in casa una volta alla settimana.  In un vecchio libro trovai scritto: “Cuore della casa è il pane: tiene raccolta la famigliola, è la gioia del focolare. Pane nome caro che impariamo a pronunciare fin dalla prima infanzia: assieme a quello dei genitori, con quale gioia noi ti vediamo biondeggiare sul desco lindo, quando ci sembrano vere le parole del Pastronchi, che  a tutta prima erano parse un ‘iperbole poetica: “ Figlio del sole, tu ne porti un raggio in ogni casa, e a chi di te procaccia onestamente,  illumini la fronte”. “ E come il sole irraggia di sua luce benefica tutte le cose, tu illumini di bontà le menti che siedono attorno al desco, sei il simbolo della famiglia. 

Quale gioia prova il rude lavoratore, tornando stanco dal lavoro nel vederti: che belle cenette, nell’intimità della famiglia! Bisogna rispettare il pane sudore della fronte, orgoglio del lavoro, poema di sacrificio. Molti non credono alla parola della Bibbia. “ Tu mangerai il pane bagnato dal sudore della tua fronte!”. E’ vero alla lettera. Cesare Correnti afferma che il pane, più che con l’acqua è impastato con il sudore della fronte e  non ha torto. Immaginate quanta fatica, quante braccia spossate per un boccone di pane. Arare, curare, irrigare la terra; mietere le spighe: battere il grano ed infine macinarlo, impastarlo, cuocerlo: è tutto un poema di sacrificio. Il biondo chicco che involandosi dalla mano del seminatore risplende nell’aria quale favilla d’oro, e, cresciuto, ondeggia quasi aurato mare al bacio del sole, è la gloria dei campi, la fragranza della terra, la festa della vita. Vedendo ampie distese di grano si comprende subito come può essere ricca e possente una nazione che possegga tale tesoro! Perché il pane è la ricchezza della patria, è il più soave dono di Dio, e il più santo premio alla fatica umana”.

In questi giorni ho visto spesso i figli di Giuseppe, portano avanti il lavoro del padre con molta passione, come chi sa continuare una tradizione perché ci sono figli che non vogliono cancellare quello che i padri hanno costruito con il sudore della fronte, sanno che la strada tracciata dal genitore  è una scia che i figli devono percorrere. L’amore per un genitore è anche questo, ricordare quello che ha costruito.  Ogni volta che passo davanti alla loro bottega, osservo la scritta con il nome della famiglia, osservo la vetrina dove sono ben visibili tanti tipi di pane e non posso dimenticare quell’uomo che, mentre tutti dormono, lavorava con passione, come non posso scordare il figlio che alla mattina si alza e va in quel forno a lavorare e, dopo la morte di suo padre, ha sempre l’impressione che a fare il pane ci sia anche lui.