Silenzio, c’è una festa!

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silent-party-cuffie-musica-alienazioe-gioventu-solitudine-modernaChiamateli come volete: nuovi riti collettivi, esperienze oniriche, “spirituali” e chi più ne ha più ne metta. Di cosa stiamo parlando? Della nuova moda, che spopola tra i giovani: il silent party. Tutti insieme appassionatamente, a ballare. Ognuno con la propria musica, sparata nelle cuffiette.
Ma queste realtà virtuali non possono creare altro che “nuovi mondi” e “seconde vite” apparecchiate per sfuggire dalla propria natura e dalle proprie responsabilità, la cui presa di coscienza è l’unico vero prerequisito di ogni cammino di conoscenza di se stessi. 

(www.corriere.it) – 04/11/16 – Le danze con la musica (solo) in cuffia, così ognuno sceglie il genere che preferisce. «Non ti senti isolato, è un rito collettivo». E anche l’Università di Oxford se ne occupa. 

Sabato sera, Novara, complesso monumentale del Broletto. Il colpo d’occhio è straniante. Settecento ragazzi ballano e cantano, ma non c’è musica in sottofondo. O meglio, c’è. Ma si sente soltanto in cuffia. Rosso, verde e blu: a seconda del colore sulle orecchie capisci se stanno ascoltando revival anni 90, hip hop, reggaeton e salsa oppure dance commerciale. I primi dieci minuti destabilizzano. Poi basta noleggiare le cuffie a radiofrequenza (8 euro senza la prenotazione online) e l’esperienza comincia.

«Era strano, ma anche interessante. Stavo partecipando a un rito collettivo, che però era personalizzato, perché ognuno poteva scegliere cosa ascoltare», racconta il documentarista Pietro Mereu, che sabato c’era. A lui ha colpito anche un’altra cosa: «Potevi entrare e uscire da quel mondo soltanto attraverso le cuffie, un po’ come se fosse stato un viaggio nella realtà virtuale».

Un salto indietro nel tempo

I silent party, le feste silenziose, sono un ossimoro della fenomenologia sociale non solo italiana. Il primo, nel nostro Paese, risale al 2005 al Flippaut Festival di Bologna. Ma le iniziative ormai si stanno moltiplicando. Simone Lorini, proprietario del marchio Silent Party, organizza circa tre eventi alla settimana, da Nord a Sud. Quello di cui è più orgoglioso risale allo scorso luglio, nelle sale della Collezione Peggy Guggenheim di Venezia, quando 400 persone hanno ballato davanti alle opere d’arte fino a mezzanotte. Spiega: «L’accezione comune dà l’idea di evento autistico, mentre invece succede esattamente il contrario: si torna ai tempi in cui si andava a ballare per stare insieme».

Cambia il concetto tradizionale di luogo fisico

Gli dà ragione Giuseppe Riva, docente di Psicologia della comunicazione alla Cattolica di Milano e studioso della realtà virtuale. Dice: «È vero che metto le cuffie quando voglio isolarmi, ma se volessi rimanere da solo me ne starei nella mia stanza, anziché andare a una festa silenziosa». Per lui la cosa importante da sottolineare è «la trasformazione del concetto di luogo fisico tradizionale che perde, adesso, la connotazione di significato uguale per tutti». Con i silent party assistiamo, insomma, allo svuotamento del senso del luogo sul quale la nostra cultura ha da sempre costruito molto.

Lo studio dell’Università di Oxford

E che non sia una moda, ma un cambiamento sociale, lo suggerisce anche il recente interesse dei ricercatori del Dipartimento di psicologia sperimentale dell’Università di Oxford, che proprio a settembre hanno pubblicato uno studio dedicato al «Silent disco». Sottotitolo: ballare in sincronia alza la soglia del dolore e aumenta la vicinanza tra le persone. Possibile anche quando non si condivide la musica? Riva replica: «Sì, ed è questo il paradosso su sui si fonda lo studio. L’empatia nasce dal movimento».