Barack Obama, l’ateniese

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obama-atene-democrazia(a cura della Comunità Militante Furor)

(24/11/16) – Le riflessioni sull’imperialismo americano, smanioso di imporre la democrazia al resto del mondo, sono spesso viziate da una difficile lettura della realtà. I mass media, ogni volta che Stati Uniti e alleati si mettono in testa di esportare la democrazia, riescono ad intorbidire le acque, nascondere e confondere.

Allora ci tocca cercare di ripulire, quanto più possibile, la vasca nella quale nuotano i piranha, per vedere come azzannano, sbranano e sbudellano fino alla democrazia.

La recente visita di Barack Obama ad Atene e il suo elogio alla democrazia ateniese durante l’età classica ci offre la possibilità di drenare e ripulire la vasca dei piranha per osservarli. L’imperialismo americano moderno è l’antico imperialismo ateniese. Nella polis democratica possiamo riscontrare molti dei comportamenti e atteggiamenti imperialisti americani. L’ancora per poco inquilino della Casa Bianca passeggia tra i resti dell’acropoli ateniese, sapendo, in cuor suo, di essere stato, lui stesso, la continuazione delle idee che albergavano tra quei templi.

Il modello di Atene è raccontato dall’ateniese Tucidide, che narra, da una posizione privilegiata da generale dell’esercito, la trentennale guerra del Peloponneso contro Sparta. Atene e Sparta sembrano essere uscite fuori dalla penna di uno sceneggiatore di Hollywood: sono agli antipodi, sembrano essere nate per farsi la guerra. Atene, democratica con un’ anima votata al commercio, e Sparta, oligarchica e guerriera. Sparta conosce bene la guerra e per questo la rispetta senza mai abusarne. Atene, invece, ha bisogno della guerra per ampliare quanto più possibile i suoi mercati e la promuove in ogni occasione. Vi ricorda qualcuno?

Per capire come gli ateniesi intendono imporre la democrazia rivolgiamo la nostra attenzione su un episodio raccontato da Tucidide: il dialogo tra i melii e ateniesi. Nel 416 a.C. gli abitanti della piccola isola di Melo, alleati fino a quel momento con gli ateniesi, chiedono di essere neutrali rispetto alla guerra contro Sparta (dalla quale discendono, tra l’altro), di non voler versare più tasse per sostenere le spese militari e di voler ripristinare un sistema di governo oligarchico nella propria città, diverso dal modello democratico imposto negli anni precedenti da Atene. Per tutta risposta gli ateniesi, i democratici, inviano, con l’ausilio di alcune città alleate, trentotto navi da guerra con a bordo trentamila uomini che circondano la piccola isola. Vi ricorda qualcuno?

Prima di distruggere la piccola città, gli ateniesi, mandano degli ambasciatori sull’isola nella speranza di intimidire e sottomettere gli abitanti di Melo che abitano quella terra da oltre settecento anni. Il dialogo tra ambasciatori mette a nudo le reali intenzioni ateniesi. Ascoltiamo:

Ateniesi: “Da parte nostra, non faremo ricorso a frasi sonanti; non diremo fino alla noia che è giusta la nostra posizione di predominio perché abbiamo debellato i Persiani e che ora marciamo contro di voi per rintuzzare offese ricevute: discorsi lunghi e che non fanno che suscitare diffidenze. […] Bisogna che da una parte e dall’altra si faccia risolutamente ciò che è nella possibilità di ciascuno e che risulta da un’esatta valutazione della realtà. Poiché voi sapete tanto bene quanto noi che, nei ragionamenti umani, si tiene conto della giustizia quando la necessità incombe con pari forze su ambo le parti; in caso diverso, i più forti esercitano il loro potere e i più deboli vi si adattano”.

Melii: “Orbene, a nostro giudizio almeno, l’utilità stessa (poiché di utilità si deve parlare, secondo il vostro invito, rinunciando in tal modo alla giustizia) richiede che non distruggiate quello che è un bene di cui tutti possono godere; ma quando qualcuno si trova nel pericolo, non gli sia negato ciò che gli spetta ed è giusto; e anche, per quanto deboli siano le sue ragioni, possa egli trarne qualche vantaggio, convincendone gli avversari. Questa politica sarà soprattutto utile per voi, poiché, in caso di insuccesso, servirete agli altri d’esempio per l’atroce castigo”.

Gli ateniesi, proprio come l’attuale occidente, usano il concetto di utilità, cancellando quello di giustizia, per rimarcare la loro indiscussa supremazia sui melii. In questo primo scambio si avverte fin da subito lo squilibrio di forze e il concetto “elastico” che hanno gli ateniesi di giustizia. Inoltre, proprio come gli attuali Stati Uniti, gli ateniesi ricordano ai melii di avere sconfitto la Persia, le forze del male, quindi il predominio ateniese doveva considerarsi accettabile perché verso Atene i greci tutti erano debitori della loro “libertà.

Ateniesi: “Non siamo preoccupati, anche se il nostro impero dovesse crollare, per la sua fine: poiché, per i vinti, non sono tanto pericolosi i popoli avvezzi al dominio sugli altri, come ad esempio, gli Spartani (d’altra parte, ora, noi non siamo in guerra con Sparta), quanto piuttosto fanno paura i sudditi, se mai, assalendo i loro dominatori, riescano a vincerli. Ma, se è per questo, ci si lasci pure al nostro rischio. Siamo ora qui, e ve lo dimostreremo, per consolidare il nostro impero e avanzeremo proposte atte a salvare la vostra città, poiché noi vogliamo estendere il nostro dominio su di voi senza correre rischi e nello stesso tempo salvarvi dalla rovina, per l’interesse di entrambe le parti”.

Melii: “E come potremmo avere lo stesso interesse noi a divenire schiavi e voi ad essere padroni?”.

Ateniesi: “Poiché voi avrete interesse a fare atto di sottomissione prima di subire i più gravi malanni e noi avremo il nostro guadagno a non distruggervi completamente”.

Melii: “Sicché non accettereste che noi fossimo, in buona pace, amici anziché nemici, conservando intatta la nostra neutralità?”.

Ateniesi: “No, perché ci danneggia di più la vostra amicizia, che non l’ostilità aperta: quella, infatti, agli occhi dei nostri sudditi, sarebbe prova manifesta di debolezza, mentre il vostro odio sarebbe testimonianza della nostra potenza”.

I melii provano a tirarsi fuori ma gli ateniesi non accettano la loro “amicizia”, che apparirebbe come un atto di debolezza. Gli ateniesi, come i loro moderni discendenti, sanno bene che per far credere ai propri cittadini di essere “liberi” bisogna, effettivamente, trovare qualcosa o qualcuno da cui liberarli. Che siano melii, afghani o russi poco importa. Quello che è necessario è l’etichetta di cattivo, pensiero funzionale alla “libertà” in cui siamo costretti.

I melii decidono di non cedere, così gli ateniesi distruggono la piccola città, passano alle armi gli uomini e deportano donne e bambini come schiavi.

La cultura occidentale proviene da questi dialoghi. I concetti di giustizia, utilità, amicizia, libertà e odio sono rimasti intatti e, oggi, sono riprodotti alla perfezione dalla macchina da guerra americana.

Gli ateniesi decidono di cancellare Melo come gli americani cancellano Dresda, Hiroshima e Nagasaki. Gli ateniesi volevano imporre il proprio modello democratico ai melii come gli americani ai paesi sconfitti nella seconda guerra mondiale o, attualmente, a molti paesi del Medio Oriente. Se non altro agli ateniesi va riconosciuto il merito di essere stati schietti nel voler sottomettere Melo, senza nascondersi dietro pelose supervisioni umanitarie.